DaDizioni – Ripetizioni ai tempi della Dad: Il Fu Mattia Pascal

Il Fu Mattia Pascal è il terzo dei sette romanzi di Luigi Pirandello.
Riscosse un enorme successo internazionale, consacrandolo come uno dei migliori scrittori del Novecento.
Addirittura Verga si complimentò con lui, sostenendo che: «nel romanzo italiano si era accesa una nuova luce, a rimpiazzare la vecchia che si era affievolita».
Fu pubblicato nel 1904, in tre puntate, sulla Rivista La Nuova Antologia e nello stesso anno in volume.
Ha avuto tre edizioni ufficiali, oltre alla sopra citata: una seconda nel 1910, (lievemente modificata) e quella definitiva nel 1921.
Il romanzo si compone di 18 capitoli, in cui sono racchiusi molti concetti chiave della filosofia pirandelliana, come appare evidente sin dall’incipit.
«Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal».
Il personaggio che si presenta è il protagonista Mattia Pascal, il quale fa ripercorrere in flashback al lettore le vicende della sua vita. Dunque, la narrazione si svolge in prima persona, attraverso il meccanismo dell’analisi introspettiva.
Pirandello ricorre fin da subito al relativismo gnoseologico.
La prima impressione che abbiamo di Mattia è quella di un uomo spaesato, privo di certezze e di punti di riferimento. Insomma, è un perfetto figlio del ‘900.
L’unica sicurezza che afferma di avere è la sua identità anagrafica.
Tuttavia, teniamo in conto che stiamo parlando di Pirandello e sappiamo bene che l’identità è uno degli oggetti preferiti della sua messa in discussione.
E infatti, proseguendo, leggiamo:
«Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:
— Io mi chiamo Mattia Pascal.
— Grazie, caro. Questo lo so.
— E ti par poco?
Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:
— Io mi chiamo Mattia Pascal».
Dopodiché, Mattia fa le sue “premesse” al lettore: ha lasciato testimonianza in un manoscritto del suo “caso assai più strano e diverso” perché potrebbe servire da ammaestramento a qualche curioso. Pone, però, un’insolita condizione:
«che nessuno possa aprirlo se non cinquant’anni dopo la mia terza, ultima e definitiva morte. Giacché, per il momento (e Dio sa quanto me ne duole), io sono morto, sì, già due volte, ma la prima per errore, e la seconda… sentirete».
Sembra una sorta di libro-spettacolo: le luci si spengono, il sipario si apre e il lettore-spettatore può accomodarsi e godersi l’intrigo.
Mattia è un piccolo borghese che vive a Miragno, immaginario paese della Liguria. Campa di rendite paterne finché non viene ridotto in miseria da un disonesto amministratore. Per vendicarsi ne seduce la figlia, ma ella resta incinta ed è costretto a sposarla. Il matrimonio si rivela una trappola infernale, così come il suo nuovo e misero lavoro di bibliotecario in una chiesa sconsacrata e desolata.
Mattia decide di andare a Montecarlo per tentare la fortuna…e la ottiene!
Quando ritorna in paese, viene a sapere che un cadavere trovato morto nel fiume è stato scambiato per il suo, quindi ben pensa di approfittare della doppia occasione per darsi alla fuga e ricominciare una nuova esistenza.
Si crea un’identità fittizia rinominandosi Adriano Meis. Riassapora la libertà viaggiando in Italia ed Europa, ma presto si rende conto di non essere soddisfatto e di provare nostalgia per il vecchio sé.
Si sente un nessuno – di fatto formalmente non esiste – estraneo alla società e impossibilitato a stringere rapporti. È diventato un forestiere della vita, ma non riesce ad accettare positivamente la nuova condizione, seppur lo renda libero.
Il suo malessere si aggrava quando, stanziatosi a Roma, si innamora di Adriana, con la quale vorrebbe costruire una vita coniugale convenzionale, ma chiaramente non avendo un’identità reale, non può.
Sfinito per la precarietà della sua nuova esistenza, simula un suicidio, deciso a rindossare i panni del vecchio Mattia. Ecco la seconda morte di cui parlava.
Vuole “rinascere”, ma una volta tornato in paese, deve fare i conti con un’amara scoperta: la moglie si è risposata col suo ex-migliore amico e i due hanno avuto persino una figlia. Per lui non c’è più posto.
Non gli resta che rinunciare a qualsiasi possibilità identitaria. Si rintana nella sua vecchia biblioteca, dalla quale osserva la vita dall’esterno, appunto come uno straniero, nell’attesa della terza e definitiva morte.
Basta un rapido sunto della trama per cogliere gli snodi fondamentali: la dialettica forma/vita e la crisi della realtà e dell’io, entrambi disgregati in molteplici frammenti.
Si tratta del tipico antieroe nevrotico pirandelliano: intrappolato in una vita insoddisfacente, vincolata dalle convenzioni sociali avvertite come una trappola.
Prova a fuggire dalla forma, ma senza successo, perché inconsciamente è troppo attaccato ad essa ed incapace di vivere la vera vita non regolata dagli schemi sociali. Il suo errore fatale diventa proprio quello di costruirsi un’altra maschera.
Esemplare è la frase conclusiva del romanzo “Io sono il Fu Mattia Pascal”: mostra come nonostante la raggiunta consapevolezza sull’inconsistenza dell’io, segnalata dal passato “fu”, non sia in grado di rinunciare al nome, ossia all’identità.
Pascal non ha acquisito una superiore posizione filosofica, come invece farà successivamente il protagonista di Uno, nessuno, centomila.
Vitangelo Moscarda rinuncerà invece una volta per tutte a qualsiasi tipo di forma, immergendosi a pieno nel flusso vitale.
Se questa storia vi sembra assurda, sappiate che qualche anno dopo l’uscita del romanzo accade realmente un fatto di cronaca simile! Pirandello aggiunse alla terza edizione Avvertenza sugli scrupoli della fantasia per potersi esprimere al riguardo:
«Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili, perché sono vere. All’opposto di quelle dell’arte che, per parer vere, hanno bisogno d’esser verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità.
Un caso della vita può essere assurdo; un’opera d’arte, se è opera d’arte, no.
Ne segue che tacciare d’assurdità e d’inverosimiglianza, in nome della vita, un’opera d’arte è balordaggine.
In nome dell’arte, sì; in nome della vita, no».
Giusy D’Elia
Vedi anche: DADizioni – Ripetizioni ai tempi della didattica a distanza: Guelfi e Ghibellini




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