Tweeny Witches, un maho shojo dark sottovalutato in Italia

Dalle atmosfere inquietanti di Studio 4°C all’arrivo su RaiSat Smash nel 2006: riscopriamo Tweeny Witches, la serie magical girl dimenticata che trasformò la magia in un incubo visionario.
Nel grande caos televisivo dei cartoni animati giapponesi dei primi anni Duemila, tra l’esplosione di Naruto su Italia 1, le repliche infinite di Dragon Ball Z e il fenomeno sorprendentemente forte di Tokyo Mew Mew, arrivò in Italia una serie che sembrava provenire da un altro pianeta. Si chiamava Tweeny Witches e passò quasi in sordina su RaiSat Smash nel 2006, dopo essere stata prodotta da Studio 4°C nel 2004.
Chi oggi la ricorda lo fa spesso con una sensazione particolare: quella di aver intercettato accidentalmente qualcosa di strano, quasi proibito, nel mare dell’animazione giapponese televisiva dell’epoca. Perché Tweeny Witches sembrava una serie “magical girl”, ma in realtà non voleva esserlo davvero.
La trama, almeno all’inizio, sembrava innocua. Arusu — chiamata Ellis nell’edizione italiana — è una bambina convinta che la magia esista davvero. Finisce così in un mondo popolato da streghe, maghi e creature fantastiche, dove però la magia non è allegra né colorata: è autoritaria, gerarchica, crudele. Dietro il tono da favola si nasconde infatti un universo segnato dallo sfruttamento delle fate, dalla repressione e da una società corrotta.
Ed è proprio qui che la serie diventava qualcosa di diverso rispetto alle altre produzioni similari che il pubblico italiano stava consumando in quegli anni. In televisione dominava ancora l’eredità di Sailor Moon, mentre Mew Mew – Amiche vincenti aveva vissuto qualche anno prima una popolarità discreta. La prima messa in onda nel 2004 garantì alla serie ispirata al manga di Mia Ikumi diverse repliche su vari canali Mediaset e un solido merchandising tra diari, zaini, action figures e dolci a tema. Un titolo che riuscì a imporsi come uno degli ultimi grandi fenomeni shojo televisivi mainstream del periodo.
In quel contesto, Tweeny Witches era quasi un corpo estraneo. Aveva la magia, le streghe e una giovane protagonista, ma mancava completamente la rassicurazione estetica tipica del genere. Le streghe della serie erano spigolose, inquietanti, spesso grottesche. Alcune sembravano caricature espressioniste più che personaggi anime tradizionali. I volti erano duri, le silhouette innaturali, i colori sporchi e polverosi. Non c’era nulla di “kawaii” nel senso classico del termine.
Ed è probabilmente anche per questo che la serie sia rimasta impressa nella memoria di chi la vide allora. Tweeny Witches aveva un’identità visiva fortissima, lontanissima dall’estetica industriale che dominava molti anime televisivi del periodo. Guardandola oggi si percepiscono influenze che sembrano arrivare più dal fumetto europeo e dall’illustrazione fantastica che dall’animazione giapponese mainstream. In particolare, è difficile non pensare al compianto Jean Giraud (Moebius) osservando certi sfondi, le architetture impossibili, le figure allungate e il modo in cui magia e tecnologia convivono in un mondo decadente e sospeso.
C’è qualcosa di profondamente occidentale e naif nell’atmosfera della serie: il senso di civiltà antiche ormai esauste, il miscuglio tra fantasy e fantascienza, la sensazione continua che dietro ogni luogo si nasconda un passato misterioso mai spiegato davvero. Non sembra quasi un anime seriale televisivo, ma un artbook animato.
Anche la scelta di trasmetterlo su RaiSat Smash fu significativa. Quel canale satellitare rappresentava una specie di laboratorio televisivo per gli appassionati di anime italiani dei Duemila. Lontano dalle logiche più aggressive delle reti generaliste, permetteva l’arrivo di prodotti più strani, più autoriali e meno standardizzati. Era il tipo di canale dove potevi vedere nello stesso periodo anime commercialissimi e opere quasi sperimentali.
E qui emerge forse la nostalgia più forte per quell’epoca televisiva. I cartoni giapponesi non erano ancora completamente dominati dagli algoritmi o dalle piattaforme streaming. Molti titoli venivano scoperti per caso, leggendo una guida TV di Sky, trovando un trafiletto su una rivista o restando davanti allo schermo dopo il programma precedente. Era una fruizione più casuale, ma anche più curiosa. Facendo zapping si poteva passare da Keroro su Italia 1 a un’opera come Tweeny Witches su Raisat Smash senza alcun filtro.
Oggi una serie del genere probabilmente finirebbe immediatamente catalogata come “anime d’autore di nicchia”. All’epoca invece poteva ancora infiltrarsi nella televisione quotidiana.
Eppure, nonostante il fascino che continua ad avere tra gli appassionati, il franchise è sostanzialmente morto. Dopo i 40 episodi originali e alcuni OAV successivi, non sono arrivati sequel, reboot o rilanci importanti. Probabilmente Tweeny Witches era troppo artistico per diventare un marchio commerciale duraturo e troppo ambiguo per trovare un pubblico mainstream stabile. Aveva l’aspetto di una serie per bambini, ma temi troppo oscuri e politici per esserlo davvero.
Forse però è proprio questa la sua forza. A differenza di tanti franchise sopravvissuti solo grazie a reboot senz’anima e nostalgia industriale, Tweeny Witches è rimasto intatto. Piccolo, dimenticato, ma ancora unico.
E riguardandolo oggi, viene quasi da pensare che fosse in anticipo sui tempi. Molti elementi che il pubblico moderno apprezza in opere fantasy contemporanee — il worldbuilding ambiguo, la magia come sistema di potere, le protagoniste imperfette, l’estetica europea contaminata — erano già lì, nascosti dentro una strana serie passata quasi inosservata su un canale satellitare italiano di vent’anni fa.
Un passaggio fondamentale per capire il perché del destino televisivo di Tweeny Witches in Italia è però un altro, spesso dimenticato. Qualche anno prima dell’arrivo delle avventure di Ellis su RaiSat Smash, approdò su Italia 1 Magica Doremì, anime prodotto da Toei Animation e creato da Izumi Todo. Era il 2002. La serie era già comparsa in Europa pochi mesi prima, alla fine del 2001, grazie alla trasmissione sul canale tedesco RTL II, generando buoni riscontri, così come accadde da noi.
Dal 2002 al 2005 Magica Doremì accompagnò il pubblico italiano quasi quotidianamente, diventando un piccolo grande successo della stagione delle magical girls televisive di inizio anni 2000. Aveva tutto ciò che funzionava perfettamente nel panorama Mediaset dell’epoca: personaggi immediatamente riconoscibili, comicità leggera, colori vivissimi, trasformazioni, merchandising e una struttura narrativa rassicurante ma emotivamente coinvolgente. Era una serie capace di parlare ai bambini senza risultare stupida agli occhi del pubblico adolescenziale che comunque la seguiva volentieri.
Ed è qui che il paragone con Tweeny Witches diventa inevitabile. In un certo senso, l’opera di Studio 4°C sembrava quasi una versione “dark” e deformata di Doremì. Anche lì c’erano giovani apprendiste streghe, un mondo magico e il tema della crescita personale. Ma mentre Magica Doremì cercava il calore umano e il conforto emotivo, Tweeny Witches sceglieva inquietudine, alienazione e critica sociale. Le sue streghe non erano mascotte adorabili: erano figure consumate dal potere, spigolose e quasi grottesche. I colori non erano accesi e commerciali, ma polverosi e decadenti. Era inevitabile che una serie simile risultasse molto meno commerciabile.
Per questo motivo Tweeny Witches finì ai margini della televisione animata italiana. Troppo cupa per il circuito mainstream, troppo artistica per diventare un marchio da merchandising, rimase confinata in spazi televisivi più di nicchia. Dopo il passaggio su RaiSat Smash, la serie venne infatti recuperata dal circuito di Comics Manga Network, finendo su emittenti locali campane come Napoli TV. Successivamente riapparve persino all’interno del contenitore Contactoons, condotto da Santo Verduci, diventando una di quelle opere che sembravano sopravvivere ai margini della televisione italiana mainstream, ma ancora vive nel ricordo degli appassionati più attenti.
Forse Tweeny Witches non è mai diventato un classico popolare. Ma è rimasto qualcosa di più raro: una vera opera di culto.
Marco Della Corte
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