Università: l’arte di ricominciare dopo un esame andato male

Un solo punto.
Un solo punto mancava per raggiungere la sufficienza.
Lo schermo acceso, il risultato davanti agli occhi e quella sensazione che è difficile da spiegare a parole: vedere il proprio nome fuori dalla lista di chi ce l’ha fatta per pochissimo. Intorno a noi invece, qualcuno esulta, qualcuno chiama i genitori o si dirige a festeggiare con gli amici. E poi ci sei tu, bloccato in quella sedia, fermo tra la delusione e le domande che iniziano, da lì a poco, ad arrivare tutte insieme.
Quella che ho appena descritto è purtroppo una situazione comune a moltissimi studenti universitari. Eppure, quando capita a noi, sembra sempre qualcosa di profondamente tragico, quasi definitivo.
C’è poco da fare: ricevere un voto che non rispecchia appieno l’impegno investito è frustrante. Non soltanto per l’esame in sé, ma per tutto ciò che ci avevamo costruito attorno: aspettative, sacrifici, tempo, ansia.
Spesso il primo istinto è quello di rimettersi subito sui libri, come se l’opzione di fermarsi anche solo per qualche ora significasse perdere altro tempo prezioso, che invece è dovrebbe essere investito nello studio. In realtà, dopo una delusione, concedersi una pausa è probabilmente la cosa più sensata da fare. Continuare a studiare con addosso rabbia e frustrazione rischia soltanto di aumentare lo stress e trasformare l’esame in un peso ancora più grande, facendo calare drasticamente la motivazione.
Il vero problema è che molti studenti finiscono per identificare loro stessi con un voto. Un’insufficienza, soprattutto all’università, può facilmente trasformarsi nella sensazione di non essere abbastanza intelligenti, preparati o adatti al tipo di percorso scelto.
Ma un solo esame andato male non riesce, neanche lontanamente, a raccontare tutto questo.
L’università, spesso idealizzata come un percorso lineare fatto di obiettivi da raggiungere uno dopo l’altro senza nessun intoppo, nella realtà è molto più complessa. È fatta anche di pause, rallentamenti, momenti di stanchezza e fallimenti che obbligano a rimettersi in discussione.
Ed è proprio dopo una battuta d’arresto che diventa importante analizzare la situazione con lucidità, senza trasformare la delusione in una condanna personale.
Le domande utili non sono “sono capace oppure no?”, ma altre, come ad esempio: abbiamo organizzato male il tempo? L’ansia ci ha bloccati? Abbiamo studiato troppo passivamente? Il metodo utilizzato era davvero adatto a noi?
A volte il problema non è la preparazione, ma il modo in cui affrontiamo lo studio. C’è chi rende di più confrontandosi con altri studenti, chi ha bisogno di più pause, chi scopre di non riuscire a sostenere troppi esami nella stessa sessione. Trovare il proprio equilibrio richiede tempo, tentativi e anche numerosi errori.
Per questo l’università non è soltanto un luogo in cui accumulare nozioni o superare esami. È anche un’esperienza che mette continuamente alla prova la capacità di reagire alle difficoltà, di cambiare approccio e di ricominciare.
A volte si cade. Succede a tutti.
La differenza, però, non la fa un voto sbagliato, ma la scelta di continuare nonostante quel voto.
Un esame può rallentare un percorso, ma non definirlo.
Giulia Marton
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