Alessandro Fantera: il realismo come preghiera civile e spazio di coscienza

Nell’opera di Alessandro Fantera la pittura figurativa torna a essere un linguaggio capace di interrogare il presente.
Nato a Voronezh (Russia) il 10 gennaio 1997, dopo un’infanzia trascorsa tra diversi orfanotrofi russi viene adottato nel 2003 da una famiglia italiana e cresce a Tivoli, dove sviluppa fin da giovane un interesse parallelo per le arti visive e per la musica.
Da un lato, gli studi al liceo artistico, dall’altro la specializzazione in pianoforte classico e clavicembalo, fino all’ammissione al Conservatorio di Firenze come pianista classico. In questi anni approfondisce anche lo studio dell’arte antica e attraverso la pratica della copia d’autore – esercizio tradizionale che lo porta a confrontarsi con Caravaggio, Raffaello, Monet, Van Gogh – e che diventerà fondamentale per la costruzione del suo linguaggio pittorico.
La tradizione figurativa rappresenta per Fantera una vera e propria grammatica visiva: un mezzo attraverso cui affrontare tematiche contemporanee con strumenti tecnici e compositivi radicati nella storia dell’arte. Questa tensione tra disciplina classica e sensibilità per il contemporaneo costituirà, negli anni successivi, uno degli elementi distintivi della sua produzione.
Dalla musica alla pittura
Un punto di svolta, nella costruzione della sua identità di pittore, arriva nel 2016: Fantera studia con la concertista Francesca Maggini – nipote del maestro Pietro Annigoni – che ne intuisce il talento e lo mette in contatto con Silvestro Pistolesi, allievo di Annigoni. È qui che l’orizzonte realista si fa scelta consapevole e prende forma il suo primo quadro citato in biografia, Peccato numero 8.
In Fantera, tuttavia, la lezione della scuola figurativa non resta un’adesione stilistica: diventa una grammatica per affrontare temi che chiedono densità morale. E quando, nell’ottobre 2022, si trasferisce a Bologna per motivi lavorativi, la pittura entra in un dialogo diretto con la città e con la dimensione religiosa.
San Petronio e l’angelo
A Bologna avviene l’incontro con il Cardinale Zuppi: Fantera propone la realizzazione di un dipinto dedicato a San Petronio per l’omonima Basilica. Da quel momento inizia una fase di studio specifica in materia religiosa, condotta insieme a quello che diventerà il suo curatore, lo scrittore Francesco Lisbona; un percorso che porta a definire un progetto complesso, anche sul piano iconografico. La realizzazione è quasi “site-specific”: le fotografie preparatorie vengono scattate nella Cattedrale di San Pietro a Bologna, per la presenza del museo con ornamenti utili come base per il vestiario del Santo. Il quadro – olio su tela, 180×130 – viene dipinto all’interno della Basilica di San Petronio, nella cappella di Santa Barbara, in un arco di circa sei mesi.
Il 4 ottobre 2024, in occasione della festa patronale, l’opera San Petronio e l’angelo viene esposta nella cappella di Santa Brigida e resta visibile per circa un mese; successivamente è spostata in curia per volontà del Cardinale Zuppi, colpito dal dipinto. È un passaggio importante non solo per la carriera dell’artista, ma per il senso stesso del suo lavoro: la pittura rientra nel contesto liturgico e dialoga con uno spazio che chiede misura, profondità e responsabilità dello sguardo.
Nello stesso contesto, Fantera viene coinvolto da Vittoria Cappelli durante i lavori per lo spettacolo “Memorare ‘24 Danza e Canto per la pace”, e Peccato numero 8 viene scelto per essere esposto durante settembre nella cappella di Santa Brigida. La circolazione delle opere, qui, non è quella neutra delle sale espositive: è una presenza in luoghi dove l’immagine porta con sé un peso comunitario.
La Sacra Famiglia nella Striscia di Gaza
Se San Petronio e l’angelo segna l’approdo a una pittura spirituale “in dialogo” con Bologna, è con La Famiglia Esule che Fantera porta questo linguaggio sul terreno più scopertamente contemporaneo e globale. L’opera viene realizzata per il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Curia romana, concepita in stretta collaborazione con Francesco Lisbona (curatore), la critica d’arte Milena Naldi e l’architetto Pierluigi Cervellati. Il dipinto è presentato ufficialmente il 16 gennaio 2026 nella cornice del Palazzo di San Callisto a Roma, sede del Dicastero, alla presenza del Cardinale Michael Czerny SJ (Prefetto), di Mons. Jozef Barlaš e del Cardinale Fabio Baggio (Sottosegretari).
Il cuore dell’opera è una scelta iconografica radicale: la fuga in Egitto della Sacra Famiglia è reinterpretata e simbolicamente ambientata nel contesto contemporaneo della Striscia di Gaza. Fantera non cerca il “riposo” – tema più frequente nella storia dell’arte – ma la “fuga”, cioè la precarietà, lo sradicamento, il rischio. E in questo slittamento il sacro non diventa decorazione: diventa domanda. La composizione è corale e strutturata attorno a un asse centrale: un corso d’acqua che divide fisicamente e concettualmente la scena, funzionando come confine morale, storico e umano.
Sul lato sinistro, la violenza della “strage degli innocenti” – evocata anche tramite un rimando a Guido Reni, nel gesto del tiraggio dei capelli della donna – e un angelo che cala un drappo rosso che “blocca” gli aguzzini e diventa di fuoco, in riferimento alla colonna di fuoco dell’Esodo. Sul lato destro, la Famiglia Santa in cammino: Giuseppe che porta il neonato per attraversare il fiume, Maria che allunga le braccia per prendere Gesù su un asino tirato da un bambino nero, mentre dall’alto altri personaggi osservano e accolgono, e un angelo dalle fattezze femminili indica la strada. Ma è nella parte inferiore che il dipinto compie il suo gesto più netto: appare nell’acqua un corpo senza vita su una zattera improvvisata, riferimento diretto al dramma delle migrazioni contemporanee; un avvoltoio osserva la scena, e la firma del maestro è nel sangue dell’annegato, a riprendere Caravaggio.
È una scelta che interrompe la narrazione sacra per inchiodarla al presente: qui l’opera, esplicitamente, diventa insieme denuncia e invito alla responsabilità collettiva.
Sul piano formale, il comunicato insiste su una “solida capacità figurativa”: resa anatomica, varietà delle posture, chiarezza espressiva dei volti, oltre a una gestione del colore basata su contrasti forti tra toni caldi e terrosi della terra e blu profondi del cielo, con una luce “diffusa ma selettiva” che separa i piani narrativi e sottolinea i nodi simbolici. In questo modo, il paesaggio diventa spazio mentale oltre che fisico, rafforzando la dimensione meditativa dell’opera.
Nella traiettoria di Fantera, la parola chiave non è nostalgia: è continuità. La biografia parla di un crescente apprezzamento per le sue opere “di natura spirituale e neoantica”, fino a essere notato dai vertici del Vaticano.
Ma il punto non è il ritorno all’antico come rifugio: è l’antico come strumento, come disciplina capace di reggere temi che – oggi – chiedono un’immagine forte e non evasiva. Dalla pittura realista maturata nell’orbita annigoniana alla committenza religiosa più alta, Fantera costruisce un percorso coerente: la figurazione è chiamata a dire l’umano nel suo punto più scoperto, dove spiritualità e storia non sono alternative ma lo stesso paesaggio, attraversato dalla stessa domanda. Ed è forse questo il tratto più riconoscibile della sua opera: non eludere il conflitto, ma attraversarlo – “interrogando lo sguardo dello spettatore”, come viene scritto a proposito di La Famiglia Esule.
Roberto Spanò
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