Può un neonato piangere con l’accento linguistico? La scienza dice sì!

L’accento linguistico identifica la provenienza del nostro paese d’origine, e in Italia ce ne sono tantissimi. Basta, infatti, ascoltare una persona del Sud e una del Nord e comprendere i diversi accenti che si pongono su ogni parola.
E se vi dicessi che questa caratteristica ha i primi esordi quando iniziamo a piangere?
Ebbene sì, il pianto del neonato rappresenta uno strumento linguistico potentissimo.
Questo è più di un semplice segnale di disagio, ma un vera e propria lingua primordiale. I bambini lo utilizzano per comunicare i bisogni fondamentali, come la fame, il sonno e il fastidio.
Per molto tempo si è creduto che rispondere al pianto di un neonato immediatamente lo rendesse “viziato”, e ancora oggi molti non consigliano di prenderlo in braccio per calmarlo. Le teorie sull’attaccamento hanno dimostrato che i bambini hanno bisogno di contenimento e di affetto tramite il contatto fisico.
Il pianto, quindi, è il primo canale comunicativo del neonato e si distingue per timbro, intensità e ritmo in base a ciò che richiede.
Alcuni studi recenti hanno, però, dimostrato che il pianto riflette alcune caratteristiche dell’accento linguistico materno. Durante la gravidanza, il feto può percepire suoni provenienti dall’ambiente esterno e soprattutto la voce della madre, e il cervello del bambino inizia a riconoscere ritmo e intonazione. Questo genera una sorta di “memoria sonora” che si manifesta durante il pianto.
Insomma, ancora prima di nascere il bambino riesce a interiorizzare le caratteristiche linguistiche della madre assimilandole.
Sono molti gli studi che hanno messo a confronto il pianto dei neonati provenienti da contesti linguistici diversi. Per esempio, i bambini francofoni hanno un pianto con intonazione crescente, mentre in quelli germanofoni è discendente. Questa differenza rispecchia le caratteristiche linguistiche francesi e tedesche: le prime presentano un andamento melodico ascendente, mentre le seconde discendente.
Il pianto si rivela non solo una risposta fisiologica, ma una prima espressione linguistica e culturale influenzata dall’ambiente di riferimento. Il neonato, insomma, inizia ad imitare ancor prima di nascere.
Questa scoperta potrebbe aiutare la ricerca ad individuare eventuali disturbi del linguaggio ancor prima che il neonato inizi a parlare e sarebbe una svolta importante per la scienza.
Riconoscere le diverse caratteristiche del pianto può aiutare i genitori a comprendere meglio i bisogni del bambino e a rispondere in maniera efficace, ma questo aspetto rafforza anche l’importanza del contatto vocale precoce. Da parte della madre, parlare o cantare rafforza la relazione e favorisce lo sviluppo linguistico.
Insomma, ogni pianto rappresenta un messaggio che il bambino vuole inviare, e soprattutto è la prova che la comunicazione umana non si effettua solamente con le parole, ma è radicata nella nostra natura.
Martina Maiorano
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