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Essere incomunicabili

Paranoia-fallimento-incomunicabilità, cosa lega queste tre parole nella narrazione della coppia moderna.

Se volessi riassumere l’intera storia che ho letto in una singola frase, sarebbe: Cosa succede quando due persone smettono di comunicare? Molte delle storie sui rapporti, oggi, è una declinazione dell’incomunicabilità.

In questo caso faccio riferimento a Cade la notte, edito Feltrinelli 2026. È la storia di due fidanzati, la storia della protagonista, su cui è calato il focus per tutta la narrazione, e di Michele, il suo compagno. Una storia che parla di oggi, della condizione di una generazione a livello lavorativo o, più in generale, di vita a tappe che ancora si continuano a dover seguire per forza, ma resta, nel nucleo, una storia che parla di mancanza di comunicazione. 

Roberta, la nostra protagonista, conosce Michele a una fermata dell’autobus.

I due, andando avanti, si metteranno insieme, per poi andare a convivere e condividere i propri sogni sostenendosi a vicenda. Nella prima parte della storia le cose procedono abbastanza veloci, ricevendo le informazioni su questa neo coppia che continua a seguire tutte quelle classiche tappe che ci aspettiamo segua. La narrazione non pone, infatti, troppe complicazioni sulla loro conoscenza, il loro piacersi, l’andare a vivere insieme, i successi in ambito accademico di Michele, la borsa di studio. Arriviamo, così, in fretta, al punto in cui l’autrice vuole farci arrivare, superando il primo roseo periodo, e concentrandosi sulla seconda fase di una relazione, quella in cui dobbiamo davvero iniziare a fare i conti con la personalità dell’altro. 

A meno di un quarto del libro, Roberta si ferma davanti ad una ragazza liceale. Guardandola camminare riconosce, in quei passi, la felicità. La sera, mentre è nel letto con Michele di fianco, pensa: una volta mi disperavo perché vivevo nell’attesa che la vita incominciasse, adesso perché credevo che fosse tutto già concluso e non avessi nulla da aspettare. Chissà perché non mi andava mai bene niente. Prendo questa frase come esempio non tanto perché è reale, chi non si riconoscerebbe? La prendo in esempio proprio perché arriva a meno un quarto di libro, e dopo? Dopo aver capito che nulla ci va mai bene, che non siamo più abituati a stare bene, che ciò che desideriamo, anche se arriva, non ci soddisfa, cosa si fa? Nulla, lo si accetta e si prova ad andare avanti, portandosi dietro, però, questo fardello che è impossibile non pesi sulle relazioni che viviamo, ed è qui, in questo punto, che la vicenda tra Roberta e Michele si fa davvero interessante. 

La storia comincia, infatti, a svolgersi non tanto nella realtà delle azioni, ma in quello che il non detto o il pensiero crea. Lo spazio invisibile che si crea tra due persone che passano molto tempo insieme, che si conoscono e che immaginano, prima ancora che la cosa diventi reale, ciò che l’altra persona dirà o farà. Uno spazio che si potrebbe definire come paranoico, per certi aspetti. Questo spazio invisibile, nella storia, prende le forme, almeno secondo una mia lettura, della casa in cui vanno ad abitare. Stanchi, infatti, di dover pagare un affitto in città per una casa mediocre, Michele propone di andare a vivere nella casa di sua nonna, morta parecchi anni prima, in campagna. Una casa con evidenti problemi strutturali, una casa in cui nessuno ha abitato per anni e che diventa, nell’immaginazione della coppia, una specie di salvezza. Il tema della salvezza o di trovare un modo per riparare un rapporto torna spesso nella storia, lo è la casa in un determinato momento, lo è il mese in Francia, lo sono i veloci viaggi di due o tre giorni in cui cercano di dimenticare tutto quello che accade. La casa, dopo poco, comincia ad essere il territorio in cui esplodono i problemi. Primo indizio sono proprio tutti i piani e i progetti che la coppia, in particolare Michele, fanno su come ottimizzare lo spazio, su come arredare una certa stanza e via dicendo, tutti progetti che rimarranno tali e si fermeranno a pesare in quello spazio invisibile tra loro. 

Dicevamo che eravamo stati sfortunati e che le cose sarebbe cambiate. Dovevamo avere fiducia. A volte quei discorsi iniziati con un tono di lagna scivolavano in un battibecco. Le parole si facevano improvvisamente pungenti, sgarbate, e noi cominciavamo a irritarci.

Dal farsi forza al litigio. Succede molto spesso nella nuova casa, poco alla volta li vediamo distaccarsi, smettere di comunicare, farsi silenziosi. Cominciare a rinfacciarsi le cose più banali, come la pulizia di una posata, appesantirsi. 

È in quello spazio che la realtà di distorce per entrambi.

Dov’è finita la roba che era qui dentro? Mi chiese. Non saprei, dissi. Mancano i miei appunti, fece lui e si tirò su con l’aria seccata, evitando di guardarmi, come facevamo quando avevamo litigato.

La paranoia piano piano prende il posto della realtà, si sostituisce al dialogo. Quegli appunti, Michele non lo dice, anche se pensa siano spariti a causa di Roberta, ed è una cazzata, un episodio stupido, ma la casa inizia a essere minata e dappertutto ci potrebbe essere una bomba e farla esplodere creando un caos enorme. 

Ma cos’è che crea quello spazio? Nell’ultimo periodo penso a film come Die my love, del 2025 regia di Lynnei Ramsey, oppure Sick of myself, film del 2022 regia di Kristoffer Borgli o, ancora dello stesso di ultima uscita, The drama. Sono tutti e tre prodotti accostabili, in parte, al romanzo della Spampinato, proprio perché si crea quello spazio nel rapporto di coppia.

Le derive che lo spazio crea, poi, sono diverse, si arriva a quella body horror in Sick of myself o nel disturbo psicologico in Die my love, ma è interessante vedere da dove partono le premesse, cos’hanno in comune queste storie? 

Parlano della coppia oggi. Se, infatti, siamo meno abituati a sentirci a disagio e a non accettare che alcune cose vadano in modo diverso da come vogliamo, siamo anche, o almeno dovremmo, essere in grado di accorgerci se qualcosa ci sta facendo male ed essere liberi di distaccarcene nel caso ne avessimo voglia. Questo perché sappiamo che prima non è sempre stato così. Quante coppie, genitori o nonni compresi, esistono solo per una facciata sociale, solo perché non ci si poteva lasciare? Oggi questo tipo di stortura dovrebbe essere meno comune ed è così infatti, le coppie dei diversi prodotti non rimangono insieme perché devono, ma sono nel pieno della tormenta per comprende se vogliono farlo e che senso ha farlo. 

Nel film della Ramsey, la coppia, dopo essersi trasferita in una casa in campagna, inizia ad attraversare un periodo fatto di silenzio, sconnessione l’uno rispetto all’altro, che poi esploderà nella gravidanza, nella nascita del bimbo e nella depressione post partum che la coppia non sarà in grado di gestire. In Sick my self troviamo una coppia con velleità artistiche, da parte di entrambi. Il successo da parte dell’uno creerà quello spazio di silenzi e invidia che porterà poi a tutti gli eventi violenti che vedremo nel film. In the drama, invece, una semplice cena pre matrimoniale tira fuori un segreto del passato di uno dei due, quel segreto creerà lo spazio di silenzi e paranoie, fino ad arrivare a pensare di non conoscere per nulla la persona che abbiamo al nostro fianco, fino a portare allo scoppio di tutto quello creato fino a quel punto. 

In tutti e tre questi prodotti quello spazio è creato dalla mancanza di comunicazione. Come nel libro della Spampinato, la paranoia prende il posto della realtà e ciò che succede nell’immaginazione è più forte di un dialogo o di un evento reale. Si finisce a litigare di continuo, ma sempre per motivi banali, motivi di facciata e senza mai arrivare a toccare i reali problemi che si stanno vivendo. Non ci si lascia perché non ci si ama più, ci si lascia perché non si riesce più a comunicare, si alza un muro dietro cui la coppia si nasconde, uno dall’altro e questo poi, con il tempo, porta al distacco totale. Ci si chiude nelle frustrazioni, come fa Michele nel corso della prima metà del libro, che poi sfocia nel non riuscire più ad accettare nemmeno i successi dell’altro. Non è un caso che l’inizio della fase depressiva per Michele corrisponda proprio alla notizia che il libro di Roberta è piaciuto all’editore e verrà pubblicato. Michele si è chiuso in quei sogni non più condivisi, nella frustrazione del non star riuscendo a realizzarli e ha avuto paura di fallire davanti a Roberta. 

No, non sono pazzo. Sono più che altro un fallito, uno che ha studiato tutta la vita e non ha concluso un bel niente. Non è questo quello che hai scritto? Una frase che Michele rivolge a Roberta quando legge quello che ha scritto. Ed è lì, in ciò che lei ha scritto lontano da lui, che riescono a comunicare. Solo che non è una comunicazione sana, perché Michele ci legge quello che vuole in quel foglio, e la sua paranoia, ormai convinta del fatto che Roberta lo veda come un fallito, gli fa leggere in quelle pagine proprio ciò che lui cerca, una conferma. 

La frustrazione è in tutte le pellicole citate. Nel film della Ramsey il personaggio della Lawrence vorrebbe scrivere, vorrebbe avere il suo tempo per farlo e lo ha, in una casa sperduta nel nulla e con molto tempo libero, solo che non ci riesce e questo la distrugge. Così come in Sick my self , l’invidia mangia il personaggio della protagonista che si sente inetta nel non riuscire ad ottenere lo stesso successo del suo consorte. E in The Drama, Pattinson ha paura di non essere mai riuscito a conoscere davvero la donna che sposerà e, quindi, di aver fallito nella scelta di sua moglie, una sconosciuta con segreti enormi sulle spalle di cui lui non ha mai avuto neanche un dubbio.

Così arriviamo al legame paranoia-fallimento-incomunicabilità. Non c’è un prima o un dopo, sono parole che si incastrano tra loro e lavorano sul rapporto in contemporanea. Nel libro della Spampinato ho proprio avuto l’impressione che questa stortura, creata dall’unione di queste tre parole, si riuscisse a vedere con chiarezza nel rapporto tra Michele e Roberta. 

Non si tratta quindi di non amarsi più o di tradirsi. Si parla del perché l’amore non riesce più a superare il muro creato dall’associazione di queste parole che, una volta messe in gioco, succhiano via quasi tutto. 

Giuseppe Fiore

Leggi anche: Antonioni: l’eclisse dell’eros e il dramma dell’incomunicabilità

La Redazione

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