The Danish girl: la storia di un corpo e di un’anima

The Danish Girl è un film del 2015 diretto da Tom Hooper, adattamento dell’omonimo romanzo scritto nel 2000 da David Ebershoff e liberamente ispirato alle vite delle pittrici danesi Lili Elbe e Gerda Wegener.Il film ha come protagonista Eddie Redmayne nei panni di Lili Elbe, ovvero la prima persona a essere identificata come transessuale e a essersi sottoposta a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale.

“Ciò che desidero è in me: un tesoro che mi rende impotente.

Oh, potessi staccarmi dal mio corpo!”

(Ovidio, Metamorfosi, libro III)

Parliamo di una metamorfosi, di una trasformazione, di un’anima scissa dal proprio corpo. Non ha importanza il termine giusto per poter indicare questo tipo di meccanismo, ciò che conta è raggiungere la propria autentica essenza, un’identità che va oltre il dilaniamento delle carni, della frantumazione. Il finale di partita è riconoscersi e accettare la vera natura del nostro essere, anche al costo di soffrire.

Danimarca, 1900. Il pittore paesaggista Einar Wegener ha vissuto due vite: la prima con una moglie a Copenhagen e la seconda a Parigi come Lili Elbe. Infine, ha tentato la prima operazione chirurgica della storia finalizzata al cambio di sesso. Attratto dall’abbigliamento femminile dopo un gioco erotico con la moglie, oltre a essere sempre meno capace di smettere di vestirsi e atteggiarsi da donna, nel corso di diversi anni Einar vuole lasciare il posto a Lili, che percepisce come un’entità separata. Aiutato e supportato attraverso molte difficoltà dalla moglie da cui è sempre meno attratto, Einar fugge dalla medicina del proprio tempo che lo vuole internare o dichiarare schizofrenico, rifugiandosi nella chirurgia sperimentale, conscio che quella che intende provare è un’operazione molto rischiosa mai tentata prima. La narrazione ci guida tra le varie tappe della vita di Einar/Lili: dal felice matrimonio con Gerda, alla traumatica presa di coscienza della propria sessualità, fino alla decisione di sottoporsi alla chirurgia. Certo, il tema non è affatto nuovo e potrebbe risultare stereotipato, ma oggi è ancora oggetto di molte critiche imperniate su un moralismo gretto, figlio del Medioevo. “Per un uomo è difficile essere osservato da una donna. Sottomettersi allo sguardo di una donna è destabilizzante” dice Gerda all’inizio del film. In realtà, lo sguardo che bisogna riuscire a reggere è quello su noi stessi, quello della propria duplicità, della propria alterità interiore: è lo sguardo dello specchio e in particolare quello dell’occhio cinematografico che rivela la storia di un corpo e di un’anima. Nello specchio l’uomo si riconosce, ma è in questo atto conoscitivo che avviene la negazione di sé, il desiderio consapevole di essere diverso. Diversità come condizione naturale, non come problema. Il regista offre una serie di dettagli, di rimandi metaforici, volti, ritratti, conferendo alla rappresentazione un carattere semiotico e coscienziale.

La maturazione di Einar/Lili avviene attraverso diversi stadi, in cui il topos dello specchio assume un’importanza notevole per la sua presa di coscienza. In un primo momento vediamo Einar specchiarsi e confrontarsi con la propria nudità candida, all’interno di una sartoria. Qui osserva la sua immagine riflessa e cerca timidamente di celare l’organo maschile, rivelando il dramma del protagonista, costretto a convinvere con un corpo totalmente estraneo, così consapevole della propria diversità e della propria anima intrappolata in una gabbia fisica, carnale. Successivamente il regista sposta l’azione in un bordello parigino degli anni ’20, in cui il protagonosta vede attraverso un vetro i movimenti sinuosi di una prostituta e tenta di imitarla. In maniera simultanea notiamo il volto riflesso di Einar e quello della donna, entrambi uniti dai leggiadri atteggiamenti, inserendo nella stessa inquadratura campo e controcampo, negazione e accettazione. Il momento finale giunge con Lili e Gerda oramai identiche nel corpo e conciliate spiritualmente: una ha raggiunto la sua femminilità e l’altra lo splendore della sua pittura. Ogni barriera è abbattuta; la metamorfosi è avvenuta, ma la morte sopraggiunge lieta. Ancora una volta Tom Hopper ci ha regalato un puro cinema, un momento di delicata poesia.

 

Marianna Allocca

 

 

 

 

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