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BODYSUITS: un sé più profondo della pelle

Entrare nella pelle di qualcun altro può aiutare a sperimentare come i corpi degli altri si muovono attraverso il mondo.

Sarah Sitkin con le sue opere protesta a piena voce contro dei canoni estetici fin troppo radicati. 

Il lavoro di Sarah Sitkin è deliziosamente difficile da descrivere.

Combinando scultura, fotografia, SFX, body art e semplicemente “strane stranezze”, i mondi suggeriti dalle sue creazioni sono tanto onirici quanto incubi. Tutto assume uno stampo iperrealistico che gioca e rompe i preconcetti che abbiamo sul nostro corpo e sui corpi di coloro che ci circondano.

Nel decostruire il corpo stesso, l’artista Sarah Sitkin mette alla prova il legame tra anatomia fisica e senso di identità individuale.

La carne diventa una sostanza malleabile da modellare e tagliare in forme nuove e irriconoscibili, diventa un mezzo di narrazione, di auto interrogatorio e di tecnica artistica. Il risultato è spesso inquietante ma anche profondamente personale e affettivo e offre agli spettatori nuove prospettive sui corpi che pensavano di conoscere così bene.

BODYSUITS è una delle sue mostre inaugurata alla Superchief Gallery di Los Angeles. Lo spettacolo si concentra sui corpi umani trasformati in indumenti indossabili. Modellando direttamente persone reali, Sitkin ha preservato ogni minimo dettaglio per presentare repliche iperrealistiche della pelle di altre persone, sono così dettagliati che riprendono perfettamente anche i modi in cui i corpi si incurvano e si afflosciano nella realtà, persino le deboli linee da dove la biancheria intima si strofina contro la carne, inserendo meticolosamente anche i follicoli dei capelli a mano. 

Ma i pezzi scultorei di Sitkin non sono horror o grotteschi, sono intenzionalmente modellati per sovvertire i confini e la privacy, al fine di provocare il riconoscimento nell’esperienza umana condivisa. Chi lo indossa è invitato ad empatizzare, confrontare e rivalutare il giudizio che abbiamo sia dei corpi degli altri che dei nostri. All’interno di una galleria, queste ricreazioni realistiche dei corpi vengono viste come se fossero pezzi di abiti firmati. 

Gli spettatori vagano nello spazio e ispezionano il lavoro da vicino, dando una sbirciatina all’interno dell’indumento per indagare sulla qualità dell’artigianato e possono anche provare alcuni di questi abiti simulati in un camerino a specchio, vivendo l’esperienza di indossare la pelle di qualcun altro.

I corpi che compongono la collezione di opere di Sitkin sono diversi. Alcuni sono visibilmente giovani, con un’evidente definizione muscolare. Altri mostrano i segni dell’età nelle loro rughe. Alcuni sono grandi, altri sono piccoli. Ma tutti raccontano storie di esperienze di vita mantenendo l’identità del proprietario anonima. 

Ognuno di noi ha forme, spessori, trame e attributi diversi che ci rendono specificamente noi. I nostri corpi non sono il nostro sé e anche se possono essere le uniche cose fisiche che sapremo mai veramente, sono fragili, si rompono, si estendono e cambiano. 

Ma la nostra identità è fragile al punto da non poter tollerare che altri abbiano dei modi diversi dai nostri di concepire e organizzare la propria vita. Per questo cerchiamo di starne e tenercene lontani. 

E questo avviene non solo a livello individuale, ma anche a livello collettivo e sociale, creando grandi problemi.

In BODYSUITS l’artista ci chiede letteralmente di «metterci nei panni dell’altro», di sentirci un po’ lui per un breve momento ma le diffidenze, i pregiudizi, gli stereotipi radicati nel nostro modo di pensare e la nostra pigrizia rendono tutto molto complicato. 

Ci sembra di essere in uno spazio sospeso tra realtà e finzione, in cui immedesimarsi nella pelle di un altro è un po’ come tradire quello che siamo, perché spostare una persona fuori dalla propria zona di comfort è il primo passo per raggiungere la vulnerabilità, e in quello spazio, una persona può permettersi di essere colpita.

I nostri corpi sono enormi fonti di lotta privata. 

Sudiamo, soffriamo e sanguiniamo per cercare di guidarlo nella nostra stessa direzione. 

Ogni giorno dobbiamo farcelo nostro; su misura, adornarlo e modificarlo in base alla nostra identità del momento. 

E cosa c’è di tanto sbagliato in questo?

Serena Palmese

Vedi anche: Chi ha stabilito i confini sessuali del make-up?

Serena Palmese

Mi piacciono le persone, ma proprio tutte. Anche quelle cattive, anche quelle che non condividono le patatine. Cammino, cammino tanto, e osservo, osservo molto di più. Il mio nome è Serena, ho 24 anni e ho studiato all’Accademia di belle Arti di Napoli. Beati voi che sapete sempre chi siete.

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