Il canto di Cassandra: la voce che nessuno ha voluto ascoltare

Con Il canto di Cassandra, Francy Gambardella rilegge il mito da una prospettiva intima e dolorosa, restituendo voce alla profetessa troiana condannata a non essere creduta.
Ambientato dopo la caduta di Troia, il romanzo è un racconto di memoria, perdita e consapevolezza. Attraverso una narrazione intensa e profondamente umana, l’autrice esplora temi universali come solitudine, destino e bisogno di ascolto.
Ambientata nel tempo sospeso del viaggio verso Micene dopo la caduta di Troia, l’autrice costruisce un racconto che è insieme memoria, confessione e liberazione.
Tra destino e umanità, perdita e accettazione, il romanzo non si limita a rileggere il mito, ma lo rende profondamente attuale, toccando temi universali come l’incomprensione, la solitudine e il bisogno di essere riconosciuti.
Abbiamo incontrato l’autrice per approfondire la genesi e i significati di questo intenso lavoro narrativo.
Ciao Francy, cosa ti ha spinto spinta a scegliere Cassandra come protagonista del tuo romanzo?
Il canto di Cassandra nasce dalla mia antica passione per un personaggio di cui si sa molto poco. A malapena citata nell’Iliade, Cassandra, ‘la più bella delle figlie di Priamo’ è diventata qualche secolo dopo, nei tragici greci, la nota veggente inascoltata, schiava di Agamennone a Micene e uccisa dopo di lui per mano di Clitemnestra. Il suo fascino sta nel poter consentire una quantità di letture diverse: l’individuo schiacciato dalla sorte, l’alienato a disagio nella realtà, o la pecora nera della famiglia, ma anche l’altra parte del cielo, la donna, emarginata dal mondo occidentale – e non solo – che è un mondo sostanzialmente declinato al maschile. Si tratta quindi di riletture diverse, ma sempre tutte di grande attualità.
In che modo hai lavorato per dare voce a un personaggio condannato a non essere mai creduto?
Ho cercato di immaginare come avesse potuto Cassandra vivere per ben dieci anni con l’incubo della fine imminente di Troia, mentre le vicende della guerra si susseguivano, talvolta lasciando credere che ci fosse qualche speranza di sfuggire alla sorte, e mi sono detta che almeno un interlocutore doveva averlo trovato. È da questa esigenza che sono scaturite sia la scelta della voce di Cassandra come io narrante durante tutto il romanzo, sia il personaggio di Akoùsa, la piccola schiava con cui Cassandra comunica in una nuova lingua, non maledetta come quella di Troia, che rendeva indicibile la verità, allo scopo di esporre e ricostruire la propria versione dei fatti.
Quanto è stato importante introdurre la figura di Akoùsa come “tramite” del racconto?
Senza Akoùsa la narrazione era impossibile. Cassandra è condannata, come la sua stirpe e come tutta Troia, a pagare per i delitti della sua famiglia e per un intento vendicativo di Apollo, e quindi non può comunicare con nessuno quanto sa. L’escamotage del dialogo con la piccola schiava le permetterà di sottrarsi a questa tragedia e raccontare la sua storia, perché un giorno qualcuno conservi il suo ricordo.
Quali aspetti della Cassandra mitologica hai voluto mantenere e quali invece reinterpretare?
Ho mantenuto essenzialmente la vicenda omerica del breve fidanzamento con il principe Otrioneo, poi la componente virgiliana della sua fallimentare opposizione all’inganno del cavallo e della violenza subìta da parte di Aiace, infine da Eschilo ho tratto l’episodio della sua morte a Micene con Agamennone. Ho introdotto io invece il tema dell’amicizia con Laocoonte, che rappresenta il suo solo supporto emotivo; l’amicizia col piccolo Lalio, una specie di informatore che la ragguaglia sull’andamento della guerra; infine l’episodio della sua rassegnata collaborazione ad una congiura architettata dalla cognata Andromaca con l’obiettivo di salvaguardare il trono del figlio. Soprattutto, ho ipotizzato un sincero rapporto d’amore con Agamennone, esito di un doloroso percorso personale di accettazione del proprio destino, che contagerà anche il vincitore alle prese con i propri tormenti.
Come hai costruito la dimensione emotiva della protagonista, segnata da dolore e isolamento?
Facendo molta attenzione a evidenziare i suoi stati d’animo via via che la guerra procede e suscita di volta in volta ansia, speranze e disillusioni e delineando un percorso di crescita personale attraverso queste vicende; ecco perché era importante adottare la narrazione in prima persona.
Nel tuo libro la guerra di Troia è vista da una prospettiva diversa: perché era importante raccontarla così?
La mia generazione ovviamente non ha conosciuto la guerra; ha anzi vissuto l’entusiasmo e le speranze della caduta del muro di Berlino, dell’Europa unita, della glasnost e della perestrojka, e conosce oggi un’Europa – e non solo…- con la guerra alle porte. Mi sono quindi chiesta come stesse vivendo chi, come noi, aveva una vita normale e l’ha vista saltare in aria da un momento all’altro – o quasi – e ho provato a darle spazio. E ho tenuto in particolare a sottolineare il compito terribile delle donne che, non andando in guerra, senza alcuna voce in capitolo al momento delle decisioni cruciali, possono solo aspettare o piangere i loro morti.
Il rapporto tra Cassandra e Agamennone è complesso e inaspettato: come è nato?
È nato dal riconoscimento del fatto di porsi entrambi delle domande rispetto alla condizione umana. Quando lei avrà imparato ad accettare il proprio destino, saprà trovare le parole necessarie per aprire una breccia nella corazza che il re si è costruito e creare la possibilità di un rapporto pieno per entrambi.
Quanto contano i temi della solitudine e della condivisione del dolore nella sua narrazione?
Sono la molla che fa partire il racconto. Cassandra, essendo sempre stata profondamente sola al mondo, ha bisogno di narrare per essere ricordata, per condividere la propria storia. E racconta ad una piccola schiava in quanto la tragedia della guerra ha abbattuto tutte le distanze che prima le separavano: la condivisione della loro condizione, prima ancora che della sua lingua, è il punto di partenza perché lei possa aprirsi e parlare.
Cassandra arriva a una forma di accettazione: è un punto di arrivo o una resa?
È una resa dal punto di vista della Cassandra più giovane, ancora speranzosa di poter vedere le sue tragiche visioni smentite dai fatti; è un punto di arrivo per la donna che ha compreso come il volere degli dèi trionferà in ogni caso.
Quanto è attuale oggi il tema di “non essere ascoltati” che attraversa tutta la vicenda?
È attuale sempre, oggi come ieri. La capacità di conoscere sé stessi, e di saperlo trasmettere con gli altri, è il fondamento di una comunicazione efficace; e credo che, in tal senso abbiamo, ancora molto da imparare. Naturalmente, l’esigenza di comunicare è insita nell’essere umano, ma è cruciale soprattutto per le donne: ecco perché Cassandra, rinchiusa nella sua solitudine, la soffre in modo particolare.
In che modo la scrittura di questo libro ha influenzato il tuo modo di vedere il mito e la realtà?
Scrivere questo libro mi ha confermato quanto il mito possa parlare a tutti, in ogni epoca: la guerra, la condizione femminile, l’importanza dell’accoglienza e della condivisione restano, e resteranno, tra i principali nodi da sciogliere per sostenere una valida promozione umana.
Che cosa speri che rimanga al lettore dopo aver letto Il canto di Cassandra?
La voglia e la speranza di aprire qualche porta, come ha fatto Cassandra, anche nell’ultimo istante di vita, per salvarsi e salvare, perché – come dice la Mazzantini – nessuno si salva da solo.
Lucia Russo
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Immagine fornita dall’autrice



