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La Cappella Sansevero: pietra, marmo e mistero nel cuore di Napoli

Immagina di percorrere un vicolo qualsiasi del Rione Sanità, di svoltare all’improvviso in uno slargo lastricato di basalto e di trovarti davanti a una facciata sobria, quasi austera, che nulla lascia presagire di ciò che ti attende all’interno.

Non c’è oro a ricoprirla, non ci sono statue gigantesche a ornarne il portale: eppure, superata la soglia, il mondo si capovolge. Ci si trova catapultati in uno spazio dove ogni centimetro quadrato racconta una storia, dove il marmo sembra respirare e dove i confini tra la materia e lo spirito si fanno insolitamente labili.

Quella soglia è quella della Cappella Sansevero, nota anche come Cappella di Santa Maria della Pietà, o più semplicemente come Pietatella, e ciò che la rende unica al mondo non è soltanto la straordinaria bellezza delle opere che contiene, ma la profondità di significato che ciascuna di esse cela, stratificata come gli strati di un antico palinsesto su cui secoli diversi hanno scritto, riscritto e a volte cancellato.

Le origini: tra devozione e potere di una famiglia straordinaria

La storia della cappella ha inizio nel 1590, quando un nobile napoletano di nome Giovanni Francesco di Sangro, travolto da un grave malore e convinto di essere ormai prossimo alla morte, promise alla Vergine Maria che, in caso di guarigione, avrebbe fatto costruire in suo onore un luogo di culto. La guarigione, per quanto inspiegabile ai medici dell’epoca, avvenne davvero; e così, con la gratitudine tipica di chi sente di aver ricevuto una grazia, di Sangro mantenne la promessa, facendo erigere una piccola cappella all’interno del palazzo di famiglia.

Per oltre un secolo, quella piccola struttura rimase un luogo di preghiera familiare, curata ma sostanzialmente anonima nel panorama artistico della Napoli barocca. Fu necessario attendere il Settecento e, soprattutto, l’arrivo di un uomo del tutto fuori dall’ordinario, perché la cappella si trasformasse nell’enigma di marmo che conosciamo oggi.

Raimondo di Sangro: il principe alchimista

Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, nacque nel 1710 e morì nel 1771, lasciando dietro di sé una scia di meraviglia e scandalo difficilmente eguagliabile. Scienziato, inventore, massone di alto grado, tipografo audace e appassionato di scienze occulte, fu un uomo che incarnò in pieno le contraddizioni del suo tempo: un Settecento illuminato e al tempo stesso oscuro, razionale e insieme magneticamente attratto dall’irrazionale.

Quando Raimondo prese in mano le redini della cappella di famiglia, aveva già alle spalle una reputazione di genio eccentrico che i vicoli di Napoli si tramandavano con un misto di ammirazione e terrore. Si diceva che nel suo laboratorio sotterraneo conducesse esperimenti proibiti, che fosse in grado di produrre colori mai visti prima, che avesse scoperto il segreto della trasmutazione dei metalli. Nulla di tutto ciò fu mai provato, ma la leggenda si nutre spesso di ciò che non si riesce a spiegare; e Raimondo di Sangro aveva il dono, raro e inquietante, di produrre cose che nessuno sapeva spiegare.

Fu lui a trasformare la piccola cappella degli avi in un programma iconografico di straordinaria complessità, commissionando ai migliori scultori del tempo opere che dovevano tradurre in marmo concetti filosofici, valori massonici e riflessioni sulla natura umana. Il risultato fu qualcosa che nessun visitatore, nemmeno il più distratto, riesce a guardare senza restare senza fiato.

Il Cristo Velato: quando il marmo sfida l’impossibile

Al centro della cappella, su un basso catafalco di marmo, giace una figura distesa e ricoperta da un velo sottilissimo. È il Cristo Velato, opera realizzata nel 1753 dallo scultore napoletano Giuseppe Sanmartino, e rappresenta forse il più audace paradosso della storia della scultura occidentale: un velo scolpito nel marmo che sembra vero, che sembra traslucido, che lascia intravedere il corpo sottostante con una perfezione anatomica che ancora oggi lascia sgomenti.

Antonio Canova, che visitò la cappella nel 1781 e si trovò davanti all’opera, dichiarò che avrebbe dato dieci anni della sua vita per essere l’autore di quella scultura. È difficile immaginare complimento più alto, proveniente da quello che molti considerano il più grande scultore del Settecento europeo. Eppure, per decenni, la leggenda napoletana volle attribuire quella perfezione non al talento di Sanmartino, bensì alle arti alchemiche di Raimondo di Sangro: si diceva che il velo fosse stato inizialmente realizzato in vera tela e poi, attraverso un processo di marmorizzazione noto solo al principe, trasformato in pietra. La storia non regge alla prova dei documenti storici, ma testimonia quanto l’opera fosse percepita come qualcosa di sovrumano, di impossibile da realizzare con le sole mani di un mortale.

Il Disinganno e la Pudicizia: allegorie di pietra

Il Cristo Velato è senza dubbio il capolavoro assoluto della cappella, ma sarebbe un errore ridurre l’intera esperienza a quella sola opera. Ai lati della navata si fronteggiano due statue di impressionante potenza espressiva: il Disinganno, opera di Francesco Queirolo, e la Pudicizia, realizzata da Antonio Corradini.

Il Disinganno raffigura un uomo che si libera da una rete, simbolo degli inganni del mondo e della cecità della ragione umana: la rete è scolpita nel marmo con una precisione tale che ogni singolo nodo, ogni singolo filo, sembra poter cedere al tocco delle dita. Queirolo, per realizzarla, lavorò per anni su un blocco unico di marmo, consapevole che un singolo errore avrebbe distrutto irrimediabilmente l’intero lavoro. La statua è considerata uno dei più grandi virtuosismi tecnici della storia della scultura.

La Pudicizia, invece, raffigura una donna il cui volto è coperto da un velo trasparente, predecessora ideale del Cristo Velato, che si dice Corradini avesse realizzato come omaggio alla madre di Raimondo di Sangro, morta quando questi era ancora bambino. Il velo è, ancora una volta, marmo che sembra seta: la pelle sotto di esso affiora con una dolcezza quasi dolorosa, come se la pietra avesse imparato a imitare la fragilità della carne.

Il laboratorio sotterraneo e le macchine anatomiche

Se le statue della navata sono il cuore dell’esperienza artistica della cappella, è nel seminterrato che si custodisce forse l’aspetto più oscuro e affascinante dell’eredità di Raimondo di Sangro: le cosiddette macchine anatomiche. Si tratta di due scheletri umani, un uomo e una donna, i cui sistemi circolatori sono stati riprodotti con straordinaria precisione, utilizzando un materiale che per secoli rimase un mistero: fili di metallo rivestiti da una sostanza la cui natura esatta non è stata determinata con certezza nemmeno dagli esami scientifici più recenti.

La leggenda, naturalmente, non tardò a costruire le proprie narrazioni. Si disse che il principe avesse iniettato nei corpi di due suoi servi ancora vivi una sostanza capace di solidificare il sangue nelle vene, immortalando così il sistema circolatorio prima di ucciderli. Si disse che avesse condotto esperimenti proibiti su cadaveri rubati dai cimiteri della città. La verità è probabilmente assai meno sinistra: le macchine anatomiche sono verosimilmente opere di modellazione artigianale, realizzate su scheletri di persone già decedute, e rappresentano un documento straordinario degli studi anatomici del Settecento. Ma la leggenda, come sempre accade con Raimondo di Sangro, ha una forza narrativa che resiste alla smentita dei fatti.

Un luogo che appartiene alla città e al mondo

Oggi la Cappella Sansevero accoglie ogni anno centinaia di migliaia di visitatori provenienti da ogni angolo del pianeta, ed è considerata uno dei siti culturali più visitati del Meridione italiano. Eppure, nonostante la fama internazionale, conserva intatta quella sensazione di luogo privato, quasi segreto, che le appartiene sin dall’origine. Entrare nella cappella significa sottrarsi per qualche minuto al caos elettrico di via dei Tribunali, alla folla dei mercati e al rumore dei motorini: significa entrare in un tempo sospeso, dove il Settecento di Raimondo di Sangro è ancora perfettamente presente, come se il principe potesse tornare da un momento all’altro e riprendere i suoi esperimenti nel laboratorio sotterraneo.

La Cappella Sansevero è, in fondo, la sintesi perfetta di ciò che Napoli è stata e continua ad essere: una città che non si è mai accontentata delle risposte semplici, che ha sempre preferito la complessità al luogo comune, il mistero alla certezza. Una città in cui la bellezza e lo scandalo convivono senza imbarazzo, in cui il sacro e il profano si confondono con disinvoltura, in cui persino i morti sembrano avere ancora qualcosa da dire.

Uscendo dalla cappella e ritrovandosi tra i vicoli del centro storico, con il sole che taglia obliquo tra i palazzi e il vociare del mercato che riprende a riempire le orecchie, ci si trova a fare una domanda silenziosa, quella stessa domanda che ogni grande opera d’arte finisce per porre a chi la osserva: cosa saremmo, senza la capacità di trasformare il mistero in bellezza? Cosa sarebbe Napoli, senza la Cappella Sansevero e senza l’incrollabile, meravigliosa follia di chi l’ha creata?

Antonio Palumbo

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Antonio Palumbo

Antonio Palumbo, classe 1999, è dottore in Lettere Moderne e attualmente completa la propria formazione con una magistrale in Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Insegna Lingua e Letteratura Italiana in un istituto scolastico privato e, appassionato di lettura e di scrittura, dedica il suo tempo libero anche alla fotografia naturalistica e al collezionismo di libri e di monete antiche. Insegue il sogno di visitare il mondo e di scoprire tutto il fascino e la complessità delle diverse culture umane.
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