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L’insegnamento è la mia ragione di vita

Insegnare è una vocazione, una professione che abbatte i limiti interpersonali fra chi insegna e il discente.

Insegnare valorizza l’essere umano e il professore di Lettere Manuel Ciappetta può dimostrarlo. 

Oggi è diventato ancora più difficile e tortuoso il percorso dei docenti, sebbene sulla bocca di molti venga considerato come lavoro privilegiato, senza considerare i fattori negativi predominanti.

Parliamo della famigerata gavetta, dello sfruttamento nel privato, del precariato: quest’anno lavori, l’altro no. È dura rincorrere il tempo che passa, continuare ad alimentare la passione che contraddistingue il vero insegnante, non quello che lo fa perché il “pane dello Stato non te lo leva nessuno”. Sappiamo bene che, etimologicamente, il verbo insegnare vuol dire “lasciare il segno” e ciò può accadere realmente solo quando dietro o davanti alla cattedra troviamo tre chiavi del successo: competenza, empatia e determinazione. 

I tempi cambiano, le metodologie pure; ma la voglia di fare, di elargire conoscenze, no. I social – per quanto sottovalutati per la cosiddetta “dipendenza” – ricoprono un ruolo efficiente per l’apprendimento. Basti pensare a dei video, stories, in cui vengono esposti dei contenuti in maniera sintetica, al significato di alcune parole, al racconto di aneddoti storici. 

A tal proposito, dopo aver fatto due chiacchere con il professore Ciappetta, è venuta fuori la sua fantastica esperienza didattica, nonché umana, attraverso Tik Tok, il cui strumento si è rivelato un’arma comunicativa molto efficace, contro ogni pronostico negativo. 

Ciao Manuel, cominciamo con una presentazione generale, quindi racconta un poco di te!

«Mi chiamo Manuel Ciappetta, sono un professore di Lettere, nato a Roma, città nella quale insegno italiano, storia e geografia in una scuola secondaria di primo grado (scuola media)». 

Cosa vuol dire per te l’insegnamento?

«L’insegnamento è la mia ragione di vita. Non esiste per me cosa più importante dell’istruzione e della formazione dei ragazzi e delle ragazze in quanto futuro del nostro Paese (sembra una frase fatta ma è la verità). Ho scelto di intraprendere il percorso per diventare insegnante in quinto superiore, ispirato dal mio vecchio professore di Lettere e soprattutto perché la scuola mi ha salvato la vita.

Mi spiego meglio: non ero uno studente modello e tra i 15-16 anni, nel pieno dell’adolescenza, avevo fatto brutte amicizie. In questo lo studio ha giocato la sua parte salvifica: il tempo speso sui libri mi ha tolto dalla strada e mi ha dato un futuro. Alla luce della mia esperienza oggi cerco di far capire ai miei studenti e alle mie studentesse quanto sia importante il loro percorso scolastico.»

Ormai non esiste un momento in cui io non ricordi che questo mestiere non sia stato bistrattato o comunque che non si sia portato all’estremo dei luoghi comuni. Rispondiamo insieme?

«È vero! Il lavoro dell’insegnante è da sempre sottovalutato e sminuito, a volte addirittura dagli stessi colleghi e dalle colleghe. Cerchiamo di capire il motivo. Penso che ci siano delle ragioni valide e altre meno, io inizierei col fare autocritica.

La scuola non è mai stata trasparente nella comunicazione: all’inizio degli anni 2000 nessuno sapeva realmente cosa facessero i professori in classe e soprattutto nelle ore pomeridiane, lontani dalle aule. Comunicare e interagire è fondamentale; credo che da quando tutte le attività sono in rete, sul sito della scuola e visibili a tutti, si è un po’ più consapevoli del lavoro svolto da noi insegnanti.

Altro punto a sfavore che ricade su tutta la professione è che molti docenti ripiegano su questo lavoro in età avanzata e non hanno avuto la cosiddetta vocazione; risultano perciò svogliati perché probabilmente insoddisfatti del loro lavoro. Per questo penso che la cosa più importante da fare sia finanziare la formazione dei docenti e creare dei corsi universitari (come si è fatto con scienze della formazione per la scuola primaria) che avviino alla professione.

Oltre alle discipline che si andrà a insegnare bisogna anche studiare materie come pedagogia, psicologia, scienze dell’educazione, altrimenti non si può essere in grado di confrontarsi con ragazzi e ragazze in piena età adolescenziale. Queste a mio parere le cause per le quali questo lavoro viene bistrattato.

Un’accusa infondata, invece, che spesso viene rivolta ai docenti riguarda le ferie: queste appaiono infinite quando in realtà corrispondo a quelle degli altri lavori (32 giorni). Questo elemento causa disappunto e quindi si pensa, come spesso mi sento dire, che “gli insegnanti non fanno niente“»

Perché sei approdato sui social?

«Sono sui social in veste di professore dal marzo 2020, da quando è iniziata la pandemia. L’obiettivo era quello di mantenere un legame con i miei studenti e le mie studentesse “invadendo” il loro campo.

Mi sono subito accorto che su TikTok ero un intruso (di professori ce ne erano pochi e credo di essere stato uno dei primi). Dopo lo smarrimento iniziale però i ragazzi e le ragazze hanno compreso il mio intento e mi hanno dimostrato grande affetto. Devo dire che è stata, e ancora lo è, un’esperienza fantastica: condividere le situazioni che accadono a scuola e il rapporto prof/studenti attraverso dei video è una cosa che mai mi sarei aspettato di fare.

Il social, spesso demonizzato, soprattutto a scuola, si è invece rivelato un ottimo strumento comunicativo. Aprirsi su TikTok e su Instagram, spiegare e svelare l’umanità dei professori è uno di quei punti comunicativi chiave che fanno apprezzare la scuola e spero facciano anche capire quanto sia importante la propria formazione.»

Le parole di Manuel Ciappetta dovrebbero essere un monito per tutti: insegnanti, studenti, chi non crede nelle proprie capacità, o nella speranza di salvarsi e rinascere proprio dalla cultura. Trovare dei metodi alternativi per comunicare, per fornire spunti e stimoli interessanti per chi insegna e per chi apprende.

L’insegnante non è un mero contenitore di conoscenze, non perde il suo tempo oziando. L’insegnante, così come lo amo definire, è il prolungamento della famiglia; una guida per affrontare lo studio, ma anche i problemi.

L’insegnante è il Virgilio di tanti che, come Dante, si sono smarriti, o più semplicemente hanno bisogno di aiuto, di essere ascoltati e guidati nella conoscenza. 

Marianna Allocca
Foto concessa da Manuel Ciappetta                                                        

Vedi anche: La scuola cattolica e la censura: l’Italia che non vuole bene ai suoi figli

Marianna Allocca

Mi chiamo Marianna Allocca e sono laureata in Filologia moderna. Nutro una grande passione per il cinema e le serie Tv. Mi piace la letteratura, l’arte, ma soprattutto amo Napoli con i suoi mille volti. Come direbbe Lars Von Trier, mi auguro di deludervi, perché credo che la delusione sia molto importante; se la si prova, vuol dire che si avevano delle aspettative.

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