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L’omosessualità antica come 51esima sfumatura di grigio

Parecchie persone credono che l’omosessualità sia un “fenomeno” caratteristico degli ultimi secoli.

Ma cosa accadrebbe se vi dicessi che in realtà già nell’antica Grecia, considerata per di più “un paradiso gay”, erano presenti coppie omosessuali?

Esempio più eclatante sono Sparta e Creta, città stato, che avevano fatto dell’omosessualità una vera e propria istituzione.

Lo storico francese Henri-Irénée Marrou nella sua opera L’histoire de l’éducation dans l’Antiquité affermava: «(…) un dato ambiente di uomini tende a racchiudersi in se stesso (…)» e che quindi la pederastia, esempio più comune di amore omosessuale tra un uomo adulto e un giovane adolescente, sarebbe innanzitutto «un cameratismo tra guerrieri, (…) il risultato di una costante promiscuità aggravata dalla pratica della nudità»; ad esempio di quanto appena detto è importante far riferimento alla fanteria sacra dei Tebani formata infatti proprio da coppie di amanti. Infondo l’amore è sempre stato un po’ una guerra, un continuo susseguirsi di battaglie: “in amore c’è chi vince e c’è chi perde”, e chissà forse questo detto l’hanno coniato proprio i Tebani.

È di fondamentale importanza ricordare che la pederastia nell’antica Grecia, come anche nell’antica Roma, era considerata una pratica assolutamente centrale nei riti di passaggio verso l’età adulta per i futuri uomini. Essa era infatti proprio la base dell’omosessualità. Numerosi testi e dipinti su vasi attestano quanto questi rapporti d’amore fossero reali e soprattutto comuni: durante i banchetti, nelle palestre e nei ginnasi, uomini adulti, sposati e a volte anche con figli, si avvicinano a giovani ragazzi con l’intento sfacciato di sedurli.

Ma questo rapporto, nonostante ciò che molti possono pensare, era regolato da rigidissime regole sociali e aveva uno scopo ben preciso e se questo scopo per l’adulto era, ovviamente, quello di trarne del piacere fisico, per il giovane l’amante doveva innanzitutto essere maestro di vita, ecco perché, per quest’ultimo, era importante scegliere con cura il proprio amàsio e non accettare le avances di chiunque. Al giorno d’oggi non sarebbe così semplice, ormai i primi appuntamenti sono all’insegna di bugie e di false identità: immaginate lo shock del giovane ragazzo nello svegliarsi il giorno dopo e al posto di un console, trovarsi accanto un umile servitore.

Inoltre, altro aspetto primario da tener presente è che nell’antichità l’omosessualità era vista in maniera completamente diversa rispetto ai giorni nostri, nel mondo antico non era particolarmente rilevante avere rapporti con persone che fossero dello stesso sesso o di sesso opposto, l’importante era il ruolo che l’uomo adulto ricopriva nella coppia: fondamentale infatti era che il maschio adulto avesse nella coppia un ruolo attivo, sia in società che nell’erotismo; l’uomo era quindi libero di avere rapporti con chiunque sempre che restasse il cosiddetto “dominatore” della coppia. Chissà cosa penserebbero di noi gli antichi se sapessero che oggi con “dominatrix” ci riferiamo non all’uomo, ma alla donna che ha controllo e potere sul suo partner sessuale.

Ad ogni modo, questo aspetto era di grande importanza anche nell’antica Roma: infatti, avendo i romani un’alta concezione di sé, la passività dell’uomo era ritenuta indegna e disonorevole. A ciò andò contro Giulio Cesare, il quale mostrava apertamente la sua preferenza per amanti a lui coetanei, in particolar modo i suoi generali. Addirittura Plutarco, nella sua biografia del console, non mancò di raccontare della presunta relazione che Cesare ebbe con il re di Bitinia, Nicomede IV Filopatore, in cui lui era l’eromenos, il giovinetto, e il re l’erastes, l’adulto. Tutto ciò fece molto scalpore tant’è che nemmeno un uomo tanto potente come Cesare poté sottrarsi alle indiscrezioni e alle dicerie che inevitabilmente si sparsero sul suo conto; tuttavia egli non si curò mai di ciò che si diceva piuttosto lo affrontò con spirito. Forse dovremmo tutti imparare ad essere un po’ più Giulio Cesare e uniformarci meno alla massa. Sarebbe inappropriato in questo caso gridare un grande e grosso YOU GO GIRL?!

Ma torniamo a noi: oltre a ciò, sia in Grecia che a Roma, era essenziale che il ragazzo non si innamorasse dell’erastes perché, divenuto anche lui adulto, avrebbe dovuto sposare una donna e avere dei figli; dal canto suo, l’erastes, non avrebbe mai dovuto dar prova di impeto mostrando apertamente la sua gelosia per il ragazzo. Bisognava praticare la cosiddetta continentia, tant’è che era d’obbligo non dimenticare mai i propri doveri verso la donna, ma trattarla con generosità e tenerla il più possibile all’oscuro delle proprie relazioni extraconiugali. Esempio di ciò potrebbe essere l’imperatore Traiano che, pur sospettato di essere omosessuale, non lasciò mai sua moglie Plotina.

Parentesi molto particolare è quella che riguarda la Lex Scantinia, legge romana emanata nel 149 a.C. che condannava sia rapporti omosessuali tra un adulto e un praetextati, ovvero un ragazzo che non avesse ancora raggiunto piena maturità sessuale, sia, nel rapporto omosessuale tra due cittadini adulti liberi, colui che assumeva il ruolo passivo nella coppia. Questa legge fu creata in conseguenza ad un evento che vide protagonista il padre di Marco Claudio Marcello, che all’epoca era edile, il quale accusò, davanti al Senato, il collega Scantinio Capitolino di aver importunato suo figlio. Mio caro Gaio Claudio Marcello perché non fai un salto anche da queste parti? Magari li convinci tu ad emanare una legge per ogni ragazza a cui, almeno una volta nella vita, un uomo abbia fatto del cat calling.

Esempio più letterario e poco canonico di un amore omosessuale nell’antichità è quello narrato nelle pagine de La canzone di Achille di Madeline Miller. In questo libro si rivive, attraverso la voce di Patroclo, la vicenda di uno degli eroi più emblematici della storia: Achille. Ed è proprio tra la guerra di Troia combattuta da quest’ultimo e tra il binomio libertà/oppressione che si fa spazio un amore puro, carnale e vero: quello tra Patroclo e lo stesso Achille. I due saranno amici, amanti sino a diventare compagni di battaglia e il loro amore sarà così vivo che neanche la morte riuscirà a separarli.

È chiaro a questo punto che l’amore omosessuale nell’antichità non era certo un segreto ma se di quest’ultimo abbiamo diverse testimonianze, di quello lesbico se n’è parlato veramente poco, eppure è fuori dubbio che, sia a Roma che in Grecia, ci siano state donne che, nonostante quello che volessero gli uomini, abbiano intrattenuto delle vere e proprie relazioni amorose con altre donne.

Per la letteratura latina della repubblica romana abbiamo come esempio il mito lesbico, scritto da Ovidio, di Ifide, cresciuta e allevata come un uomo, che si innamora di Iante e di Anassarete, due giovani donne. Per l’epoca imperiale invece, abbiamo un graffito rinvenuto sui muri di Pompei in cui viene espresso il desiderio di una donna nei confronti di un’altra, questo recita: «Vorrei poterla tenere stretta al collo, abbracciandola, e accogliere tutti i suoi baci sulle mie labbra». Tacere questo tipo di rapporti era solito perché nell’antica Roma il rapporto sessuale tra donne era assolutamente condannato, anche perché il sesso lesbico molto spesso comportava la penetrazione, considerata compito esclusivo dell’uomo, per cui una donna che assumeva questo ruolo, e di conseguenza la sua compagna, veniva severamente punita. Eppure, le donne si sono amate, forse anche più degli uomini.

In Grecia infatti quest’amore era più evidente; come per gli uomini, anche le donne avevano una sorta di riti di passaggio dall’età infantile a quella matura, uno tra i quali era appunto il rito d’iniziazione sessuale. Accanto alla pederastia iniziatica maschile, fiorirono in Grecia comunità femminili nelle quali le relazioni lesbiche avevano lo stesso valore iniziatico di quelle omosessuali. Fra le comunità femminili più note c’è ovviamente il Circolo di Saffo, poetessa nata nell’isola di Lesbo intorno al 650 a.C. Nel tiaso saffico, come afferma G. A. Privitiera nel suo libro La rete di Afrodite: studi su Saffo, le ragazze passavano da uno stato selvaggio dell’adolescenza, proprio di Artemide, dea protettrice delle vergini, a quello di donne ispiratrici d’amore, sviluppando la sensualità e la sessualità propria di Afrodite, dea dell’amore erotico.

I riti iniziatici maschili e quelli femminili non erano tuttavia completamente assimilabili; infatti mentre tra gli uomini era necessaria la presenza di un rapporto subalterno, le relazioni lesbiche, di cui abbiamo testimonianza soprattutto dai frammenti delle poesie della stessa Saffo, erano connotate soprattutto da dolcezza.

Saffo fu quindi la voce di tutte le donne, descrisse le relazioni che ella stessa intrattenne con delle sue allieve e parlò apertamente delle tormentose e intense passioni che lei, come tante altre donne, provavano.

Alla luce di ciò è quindi palese che l’amore ha sempre avuto tante sfumature, e se società così antiche, come quella romana e quella greca, hanno, nel bene e nel male, accolto la volontà degli individui di amarsi senza costrizioni e senza limiti, perché la nostra, che si dichiara così moderna e aperta al futuro, non dovrebbe?


Mariachiara Di Costanzo

Vedi anche: L’omosessualità nell’antica Grecia: il ritratto di una società libera

Mariachiara Di Costanzo

Sono Mariachiara Di Costanzo e tra un latte al nesquik e una tisana al karkadè mi diletto in un mondo fatto di Vogue, tanti sogni e libri sull’antica Grecia. Scrivo poesie di passioni che provano gli altri e amo cantare a squarciagola. Vorrei riuscire ad entrare nella testa delle persone, un po’ come il ritornello della loro canzone preferita.

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