Fabrica: costruire canzoni

di Rossana Iannotta 

Quando abbiamo chiesto ai Fabrica di chiacchierare un po’ con noi de La Testata, i ragazzi avevano da poco concluso la loro esibizione live. La ventesima edizione dei Disco Days ha sancito il loro “battesimo del palco” dopo due anni di pausa, rivelano Michele Feniello (voce e chitarra), Gennaro Amato (batteria e synth), Eros Merola (basso) e Pietro Russo (chitarra e synth), ancora carichi di adrenalina e visibilmente entusiasti per l’avventura appena intrapresa con l’uscita dell’ultimo album.
In questa intervista i quattro, originari del casertano, ci raccontano di loro e del loro ultimo lavoro, Bar Sayonara, prodotto dalla Octopus Records di Giuseppe Fontanella (chitarrista dei 24 Grana).

In che modo avete scelto il nome per il vostro gruppo?

Michele: “La storia è un po’ lunga… fondamentalmente siamo partiti dal presupposto di voler trovare un nome che racchiudesse il concetto di persone che producono cose. Ci piaceva l’idea di evocare l’immagine di un operaio che, all’ interno di una fabbrica, pezzo dopo pezzo costruisce qualcosa.”

Quindi per voi fare musica vuol dire “costruire”?

Michele: “Sì, per noi la musica è un continuo divenire: componiamo una canzone oggi e probabilmente tra sei mesi la modificheremo perché con il tempo ci piace trovare una veste sempre nuova per quello che facciamo.”

Da quanto tempo lavorate insieme?

Michele: “Noi tre (io, Eros e Gennaro) suoniamo insieme dal 2012. Abbiamo fatto un EP sempre nel 2012, mentre nel 2014 è uscito il nostro primo disco come Fabrica (insieme a Pietro) e il secondo è uscito nel 2018, giusto due settimane fa.”

Come si intitola il vostro primo disco?

Michele: “Si chiama Come vento in faccia.”

Il secondo invece si intitola Bar Sayonara. Perché proprio questo nome?

Michele: “Ci sono due motivazioni dietro questa scelta: una giocosa e un’altra un po’ più “seria”. Mentre stavamo scrivendo il disco, ci siamo accorti che il Bar Sayonara, che è un bar che esiste davvero e che fa angolo con la nostra sala di registrazione, è stato come una seconda casa per noi: tra le sue mura ci ha accolti e anche, in un certo senso, cresciuti.
Inevitabilmente, in molte delle nostre canzoni c’è un po’ di esso. Noi scriviamo per la maggior parte di ciò che accade intorno a noi e quindi, dato che ci trovavamo lì ogni giorno, il Bar Sayonara è entrato nel nostro album di prepotenza. L’altra motivazione invece è quella di voler dare un nome allegro, in contrasto con il contenuto del disco che è un po’ oscuro. Volevamo creare un equilibrio attraverso un titolo che nell’immaginario collettivo degli italiani evocasse un qualcosa di allegro.”

Quali sono le ispirazioni alla base delle vostre canzoni? Perché definite il vostro album “oscuro”?

Michele: “Soprattutto per le sonorità ma anche per i temi. Siamo ispirati principalmente da quello
che viviamo: i nostri testi diventano una sorta di diario personale che parla di noi, o di come ci immaginiamo in un ipotetico futuro. Scriviamo di tematiche comuni ai nostri coetanei. Scriviamo quando ci troviamo di fronte ad avvenimenti che ci toccano nel profondo: purtroppo viviamo in un periodo di crisi generale e la nostra generazione ne risente molto. Siamo una generazione un po’ persa, ecco.”

Quindi voi scrivete della quotidianità.

Michele: “Sì, assolutamente. Non siamo quei tipi di persone che riescono a scrivere giusto perché devono. Noi quando scriviamo sentiamo l’esigenza di comunicare quello che viviamo e che sentiamo.”

Eros: “Quello che dico sempre è che per me scrivere un testo è come esorcizzare un pensiero che mi dà fastidio, indipendentemente dal fatto che questo poi si concretizzi o meno in una canzone.”

Dite che noi apparteniamo a una generazione persa. Con la vostra musica vorreste essere un punto di riferimento per i giovani?

Michele: “No, non ci arroghiamo questo diritto. Semplicemente parliamo di quello che pensiamo vivano un po’ tutti quelli della nostra età.”

Qual è il pubblico a cui vorreste arrivare?

Eros: “Non abbiamo un vero e proprio target. Ci piacerebbe essere trasversali.”

Se doveste etichettarvi, o meglio definire un genere per la vostra musica, quale sarebbe?

Michele: “Noi facciamo canzoni, è quello che rispondiamo da quando abbiamo cominciato. È difficile
auto-etichettarsi, preferirei che lo facessero gli altri.”

Gennaro: “A noi piace l’idea di fare musica: ogni nostra canzone nasce in modo spontaneo e se quando la arrangiamo poi ci piace va bene così, al di là del contesto e del genere.”

Quali sono i vostri progetti futuri? Avete già ricominciato a scrivere?

Michele: “Di scrivere non si smette mai, ma in questo momento ognuno scrive per conto proprio. La verità è che aspettavamo con ansia l’uscita dell’album, ci abbiamo lavorato quasi due anni, quindi per il momento siamo focalizzati su quello.”

Bar Sayonara dunque è molto importante per voi. Quali parole usereste per descriverlo?

Eros: “Beh, possiamo dirvi che dovreste assolutamente andare a prendere un caffè al Bar Sayonara!
È ottimo, perché la macchina con cui lo preparano ha trent’anni: i proprietari sono rimasti molto legati alla tradizione. Il bar è un po’ datato, molto anni Settanta.”

Mi pare di capire che vi piacciono le cose un po’ vintage, quindi? Rimpiangete il passato?

Michele: “No no, assolutamente. Come ti ho spiegato, il nostro legame con il bar è nato in maniera molto casuale. In realtà un giorno eravamo in studio a cazzeggiare – si può dire cazzeggiare in un’intervista? – e abbiamo iniziato a parlare del nome da dare al disco. Io volevo trovare qualcosa di molto spensierato e fresco, tipo Aloha. Qualcuno disse Sayonara e non ricordo se Eros o Pietro propose: –  Perché non Bar Sayonara? È seguito un minuto di silenzio in cui tutti e quattro ci siamo illuminati: l’abbiamo trovato!”

Possiamo sapere dove si trova questo fantomatico bar?

Michele: “Certo! A Santa Maria Capua Vetere (CE), sul corso principale.”

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