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La donna che visse due volte

La verità dietro una secolare bugia: la rinascita di un’artista oscurata per secoli. 

Il 26 Marzo, al Vomero, c’è stato un piccolo evento, in tarda mattinata, precisamente all’incrocio tra Via Annella di Massimo e via Consalvo Carelli, per lo scoprimento di una nuova targa, dovuta all’aggiornamento del nome di una via.

Una pratica che negli ultimi anni sta avendo luogo in diverse città e, in questo caso, svela una storia che per secoli è rimasta nell’ombra, la storia di Diana de Rosa.

Se infatti qualcuno è della zona, potrà notare come Via Annella di Massimo si sia aggiornata e contenga, proprio sotto il primo rigo, il nome Diana de Rosa, con le date 1602-1643, di nascita e morte. Si potrebbe pensare che Diana de Rosa sia una seconda pittrice, magari riscoperta nel tempo, a cui il comune di Napoli ha voluto dedicare una strada con un’altra pittrice dell’epoca, Annetta di Massimo appunto, invece non è così. Diana de Rosa è la donna che visse due volte, una pittrice del ‘600, che, una volta morta, è rimasta nella storia per un falso, sotto il nome di Annetta di Massimo.

Le due sono la stessa persona e, dietro questa storia, c’è la vita e il talento che, per secoli, sono stati messi in ombra da figure maschili che hanno riscritto la sua storia, facendone, addirittura, sparire il vero nome. 

Partiamo dal perché Annella di Massimo. Diana, come pittrice, lavorò nella bottega di Massimo Stanzione, un pittore importante nella Napoli dell’epoca. La bottega viveva dell’artista più grosso, quello di Massimo in questo caso, firmava i contratti, rifiniva i quadri e, cosa più importante, ci metteva appunto il nome, sinonimo di una certa qualità. Ancora oggi, in parte funziona così, il brand è tutto, è la sicurezza che un certo prodotto avrà un certo standard qualitativo.

In una bottega, il lavoro maggiore lo svolgevano i collaboratori che seguivano lo stile del maestro per i lavori che venivano loro assegnati. Diana era una collaboratrice della bottega di Massimo. Lavorava molto e il suo talento era riconosciuto. Il fatto, però, che fosse donna, in un ambiente maschile, non le aveva reso di certo la vita facile. Massimo, da quanto sappiamo, aveva piena fiducia in lei, le lasciava spazio di manovra e molti dei lavori, del tutto compiuti da Diana, vennero fuori con il nome di Massimo o della sua bottega. Non era una pratica anomala, la bottega viveva appunto del nome del maestro e i collaboratori non firmavano spesso le loro opere.

Perché Annella di Massimo allora? Anche questa, in realtà, era una pratica abbastanza comune all’epoca: prendere il nome del maestro per essere identificata nella società artistica. Annella era un vezzeggiativo usato a Napoli per il nome Diana, mentre di Massimo era appunto di Massimo Stanzione. Un nome che, nella storia, si è portato dietro un’ombra fino ai nostri giorni.

Tutto nasce nel 1742 quando De Dominici, in una sua opera su artisti napoletani, racconta la storia di Massimo e Diana. Sarà proprio questa storia a dare una seconda vita ad Annella, a renderla famosa con questo nome e a oscurare, per secoli, il suo talento e la vita artistica di cui era stata protagonista durante la sua vita.

La storia racconta di quanto Massimo ammirasse Annella, sia artisticamente che fisicamente, dotata di una bellezza unica. Tra i due, quindi, nella storia di De Dominici, non c’era solo un rapporto di lavoro o amicale, ma qualcosa che andava oltre. Il marito di Annella, Beltrano, anche lui pittore, sapeva di questo legame molto stretto e cominciò a provare odio verso entrambi. Finché, un giorno, non li trovò, a casa, in una posa compromettente, prese un pugnale e colpì Annella a morte. Beltrano scappò da Napoli, andando in Francia, mentre Annella morì qualche giorno dopo il fatto.

In questa storia troviamo la seconda vita di Diana, quella di Annella, che diventa vittima sacrificale, la pittrice uccisa, un personaggio secondario di una storia, lasciando al buio tutto il valore e l’importanza della sua figura. 

Sembra incredibile, ma il personaggio di Annella è sopravvissuto alla storia, mentre quello di Diana no, infatti fino al 26 Marzo 2026 quella strada si chiamava Annella di Massimo, senza altre specifiche, un nome che, in realtà, nemmeno esiste. 

Negli anni, poi, grazie al lavoro d’archivio di Prota Giurleo, che ha ricostruito la storia attraverso registri parrocchiali e altri documenti, come contratti e documenti legali, abbiamo conosciuto la verità. La pittrice non è mai morta per mano del marito, ma i documenti parlano di una morte naturale, forse per febbre, a soli 41 anni. Anche il rapporto con Beltrano dai documenti viene fuori molto diverso, senza presenza di odio, ma quasi come una collaborazione professionale ed economica che i due avevano tra loro. 

De Dominici ha quindi mischiato, partendo da persone reali e creando poi, intorno a questi, narrazioni per rendere iconici i suoi stessi personaggi, oscurando così la figura di Diana e lasciando in vita solo Annella di Massimo. 

Questa riscoperta di Diana ha portato anche molta più attenzione sui quadri dell’epoca, soprattutto della scuola di Stanzione. Da qui è iniziato uno studio per attribuire di nuovo alcune opere a chi davvero ci aveva lavorato sopra. La nascita della vergine, nel ciclo di dipinti del soffitto della chiesa di Santa Maria della Pietà dei Turchini a Napoli, è l’esempio principe di queste nuove attribuzioni, ma anche L’annunciazione nella chiesa di San Carlo dell’Arena a Napoli o una serie di tele per San Gregori Armeno. Tutte opere a cui, negli ultimi anni, è stato cambiato il nome sul cartellino, passando da pittori uomini a Diana De Rosa. 

Oltre quindi alla falsa narrazione e alla nascita del personaggio di Annella rispetto a quello di Diana, cos’è che ha portato, negli anni, alla totale dimenticanza della sua qualità artistica? È infatti possibile che una pittrice che ha lavorato per anni, immersa in un ambiente artistico, non abbia lasciato nessun segno evidente del suo lavoro? Entra in gioco il problema legato alle firme. La maggior parte dei quadri di Diana, infatti, sono venuti fuori con firme non sue.

Diana, essendo donna, non esisteva a livello giuridico senza un tutore maschio e questo non le permetteva quasi mai di poter firmare un suo quadro, soprattutto se questo veniva fuori dalla bottega o da una collaborazione con il marito. Son 3 infatti i nomi che hanno oscurato quello della pittrice nei suoi lavori: Massimo Stanzione, il maestro capo della bottega, Beltrano, il marito con cui collaborava e che firmava poi da solo i loro quadri, Pacecco de Rosa, fratello di Diana a cui furono attribuiti molti quadri della pittrice solo perché uomo della stessa famiglia. 

La storia di De Dominici, poi, ha tolto ancora altra credibilità a Diana, dipingendo il suo successo solo come protezione del maestro e togliendole ogni aspetto di creatività, legando la sua figura ad un personaggio d’appendice della grande storia di Massimo Stanzione. 

Il 26 Marzo quindi rappresenta un giorno importante. Il giorno in cui il mistero viene definitivamente risolto e il nome di Diana messo in risalto, lasciando, per la prima volta dopo secoli, nell’ombra quello di Annella di Massimo. È una storia interessante, è interessante il modo in cui una narrazione, un secolo dopo i fatti, abbia creato una figura a cui tutti hanno dato credito, fa pensare a quanto sia forte e pericoloso il ruolo del narratore, soprattutto senza fonti, se la sua voce non è affidabile e il lettore non ci dà peso.

È interessante pensare a quanto sia stato complesso per Diana lavorare in un mondo prettamente maschile, in un periodo storico in cui essere donna voleva dire partire da una situazione sociale molto diversa da quella maschile. È interessante vedere come lo studio dei documenti, di qualsiasi genere, sia stato utile per riscrivere la storia di una pittrice, per riscoprire le sue opere e far cadere un mito. Allora la sfida è girare per Napoli e cercare le targhette che recitano il nome di Diana sotto le sue opere ormai riscoperte e riassegnate. 

Comune di Napoli

Giuseppe Fiore

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La Redazione

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