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Tradwife: la moglie torna a casa

C’è una ragazza su Instagram che impasta il pane. Ha ventisei anni, una cucina che sembra uscita da un catalogo Zara Home autunno-inverno, e un marito che lavora (non si sa bene cosa faccia, ma lavora).

Lei no, lei impasta, stira camicie con la colonna sonora di una playlist lo-fi, apparecchia la tavola per due con i tovaglioli di lino, anche se è martedì e nessuno la vede. Anzi, la vediamo in trecentomila.

Si chiama Estée, o Hannah, o Nara. È americana, ma le sue cugine italiane stanno arrivando: qualcuna è già qui, con il grembiule a quadretti e il reel sull’arte di prendersi cura della casa come gesto d’amore. Il movimento si chiama tradwife, contrazione di traditional wife, e nelle ultime stagioni è passato da nicchia reazionaria americana a estetica globale. Ora ha l’algoritmo dalla sua parte il che, diciamolo, è una vittoria che molte femministe degli anni Settanta non si sarebbero mai sognate.

Il primo riflesso, davanti alla tradwife, è la presa in giro facile. La tentazione di liquidarla come una performance regressiva con buona illuminazione è fortissima, e in parte è anche giusta. Ma se ci fermiamo lì, ci perdiamo la cosa interessante: perché adesso? Perché ragazze nate dopo il 2000, cresciute con madri che lavoravano, con la retorica dell’emancipazione respirata come l’aria, scelgono di mettere in scena un ritorno al focolare?

La risposta semplice è perché sono manipolate dalla destra cristiana. Vera in parte, e in parte pigra. La risposta più scomoda è che la tradwife sta intercettando una stanchezza reale, e la sta vendendo molto bene.

Le donne della generazione di Estée sono cresciute con un patto implicito: studia, lavora, realizzati, e poi, se vuoi, fai anche famiglia. Il “poi” e il “se vuoi” erano la conquista. Quello che il patto non diceva (e che nessuna ministra del lavoro è venuta a spiegare) è che l’ “anche” significava aggiungere, non sostituire. Aggiungere la carriera al lavoro domestico, la realizzazione alla cura, la performance professionale alla performance affettiva. Risultato: una generazione di donne esauste che si chiede se l’emancipazione fosse questa cosa qui, di alzarsi alle 6 e crollare alle 22 con la sensazione costante di non bastare da nessuna parte.

In questo paesaggio, arriva Estée con il suo pane. E dice: e se smettessimo? E se il problema fosse aver accettato un gioco truccato, in cui le regole le hanno scritte loro e noi abbiamo solo aggiunto compiti alla nostra lista?

È una domanda legittima. La risposta che la tradwife dà (torna a casa, sottomettiti gioiosamente a tuo marito, riscopri il tuo ruolo naturale) è pessima. Ma la domanda resta in piedi anche dopo che le hai dato torto.

Il piccolo trucco da prestigiatrici

C’è un dettaglio che alla tradwife sfugge sempre, ed è il motivo per cui il suo è un movimento più estetico che politico. Estée non sta tornando a casa: Estée è a casa con cinquecentomila follower, una sponsorizzazione di un brand di farine biologiche e un contratto editoriale in arrivo. Estée lavora moltissimo. Estée è una piccola imprenditrice del proprio personaggio domestico, che vende l’idea di non lavorare a milioni di donne che lavorano.

La tradwife non è una casalinga, è una content creator travestita da casalinga. Il pane lo impasta davvero, ma lo impasta per la telecamera. Il che, sia chiaro, non rende il pane meno buono ma cambia tutto rispetto a quello che dice di essere.

E questo è il punto che vale la pena guardare con attenzione, perché ci dice qualcosa sul desiderio contemporaneo: non vogliamo necessariamente fare le cose, vogliamo abitare l’estetica delle cose. Vogliamo l’iconografia della pace domestica senza la noia della pace domestica, la luce calda delle 4 del pomeriggio in cucina, senza il pomeriggio delle 4 in cucina di un martedì di novembre con la lavatrice rotta.

E nel frattempo, qui da noi…

Le tradwife italiane sono ancora poche, ma stanno arrivando, e arrivano già adattate: meno crocifissi, più “valori della tradizione”. Meno sottomissione esplicita, più “complementarità dei ruoli”. Meno America rurale, più borghi toscani. Si vede già qualche profilo di ragazze che mostrano la loro vita di coppia come un’oasi di senso in un mondo che ha perso il filo, e che alludono, senza mai dirlo apertamente, perché il mercato italiano è più cauto, al fatto che forse la felicità femminile passava da un posto a cui non avremmo dovuto smettere di guardare.

E intanto, fuori dallo schermo, le donne reali non stirano camicie con la lo-fi di sottofondo. Le donne reali vorrebbero un’ora di silenzio, hanno smesso da tempo di riconoscere il proprio desiderio sotto la stratificazione dei desideri che dovrebbero avere. E paradossalmente, alla tradwife invidiano una cosa sola: la sensazione, finta, ma potente, di sapere dove stare.

Perché è di questo che si tratta, alla fine. Non di pane, non di camicie, non di mariti che provvedono. Si tratta di un’epoca che ha disorientato le donne più velocemente di quanto sia riuscita a offrire loro nuove mappe. E quando una mappa non c’è, anche una mappa vecchia, sbiadita, con i confini sbagliati, può sembrare meglio di niente.

Il lavoro, allora, non è prendere in giro Estée. È capire perché trecentomila donne, ogni mattina, si svegliano e la guardano impastare. E poi farsi una domanda più scomoda: cosa stiamo offrendo noi, dall’altra parte, oltre alla critica?

Elisabetta Carbone

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Elisabetta Carbone

Elisabetta Carbone è psicologa clinica e sessuologa con orientamento sistemico-relazionale. Si occupa di relazioni, identità, narrazioni individuali e familiari, con uno sguardo attento alle dinamiche culturali e sociali che attraversano la psiche. Fondatrice dello studio Oikos, scrive di salute mentale con un linguaggio accessibile ma rigoroso, costruendo ponti tra psicologia e società. Vegetariana convinta, non fa un passo senza Teo, il suo inseparabile compagno a quattro zampe.
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