Crisi d’identità nelle villette a schiera

American beauty e Magnolia, due film del 1999, che analizzano la figura del maschio borghese nella società contemporanea.
Ci sono le villette a schiera. Con l’immagine delle villette a schiera ci siamo cresciuti. Quasi tutte le famiglie dei programmi di Disney Channel vivevano in case a due piani. Avevano sempre dei vicini abbastanza assurdi, recinti di divisione che venivano attraversati sempre tramite dei sotterfugi per andare a recuperare palloni o fare scherzi assurdi.
Così le villette a schiera, che poi non ho mai visto davvero, hanno sempre rappresentato la tranquillità; una tranquillità a cui, da bambino, non riuscivo a dare delle vere e proprie coordinate, ma che, crescendo, ho capito essere di tipo economico e familiare. La villetta a schiera, nella mia testa, rappresentava una famiglia felice, stabile, una tranquillità economica, perché solo chi sta bene ha una casa a due piani, oltre ad un intero quartiere che si trova nelle stesse condizioni e che si aiuta e si vuol bene. Chiaro che, finita l’infanzia, quando ho capito cosa la villetta rappresentasse nel mio immaginario, l’illusione che potesse bastare una casa a creare tutte queste premesse, era già svanita. Però il germe l’ho tenuto dentro.
L’idea che potessero esistere, da qualche parte in America, davvero ragazzi che vivessero in queste condizioni, l’ho avuta in me e, in qualche modo, ci speravo. Non perché io vivessi una brutta vita, ma perché quelle in quelle villette a schiera tutto veniva preso con filosofia, con ironia e nulla, anche eventi pesanti, potevano scalfire il rapporto all’interno della famiglia. Nella villetta doveva esserci una specie di cuscinetto intorno ai muri esterni che ammortizzava tutto quello che provava a penetrare nei legami interni.
Anche Lester vive in una villetta a schiera, però, sin dalla prima inquadratura, su di lui, nel film, si comprende che, almeno in quella, il cuscinetto per ammortizzare non ha retto. Lester, che fa anche da narratore esterno con la sua voce, ci dice subito, infatti, che a breve morirà. La scena è semplice, lui è nel letto, suona la sveglia e, mentre si alza, la voce narrante ci dà questa notizia, a breve, non sappiamo quando, succederà. Lo spettatore rimane spiazzato, subito dopo, bastano davvero le prime scene in cui Lester si lava e fa colazione, scene normali di una persona adulta che si prepara la mattina prima di andare a lavoro, per dimenticarci della notizia ricevuta nei primi minuti del film. Comincia un vortice in cui lo spettatore viene risucchiato, seguendo questa famiglia che, da fuori, cerca di mettere in scena e mantenere la finzione, molto simile alla finzione che si era creata nel mio immaginario di bambino intorno alle villette, ma che dentro è già appassita da tempo.
È il 1999 quando American Beauty esce nelle sale. Dallo schermo nero si passa a una ripresa dall’alto del quartiere, tutte case identiche, una di fianco all’altra che si affacciano su una strada, poi la camera si focalizza sulla singola casa, entra dalla finestra e si ferma su Lester che è nel letto. A quel punto comincia a suonare la sveglia. È in quel momento che il narratore dice che morirà da lì ad un anno anche se, forse, è già morto nella scena che stiamo guardando. Così per i 15 o 20 minuti di film, in cui vediamo Lester soccombere alla vita e alla sua famiglia, a momenti con una maschera anche fantozziana, quasi sapere che morirà ci tranquillizza.
In quelle villette, che tanto avevo idealizzato, ci vive gente con vite mediocri, proprio come le nostre, sposati con una donna che vuole solo apparire, mettere in vendita case tirate a lucido, ma che nascondono enormi buche all’interno. Si tratta del lavoro perfetto per un personaggio egoista, egocentrico e focalizzato solo su di sé, con una figlia adolescente che non lo vede se non come uno sfigato. Lester è quel ragazzino che, nelle commedie liceali, partiva come vittima di bullismo per poi, alla fine del film, arrivare in qualche modo a diventare un eroe. È Peter Parker solo senza poter essere l’uomo ragno. Lester ha più di 40 anni e la sua vita è un baratro in cui nemmeno scende più, ormai statico sul fondo.
Frank T.J. Mackey, invece, non sembra avere nulla in comune con il personaggio di Lester. Frank è un bellissimo uomo, con la coda, che tiene seminari, scrive libri verità, in cui analizza e spiega tecniche per sedurre una donna. Frank è una persona piena di sé, crede tantissimo nelle sue potenzialità, è quel tipo di persona che si crede super bello, con uno sguardo incredibile, una voce che seduce, insomma l’opposto del Lester che conosciamo nei primi venti minuti del suo film.
Il corso che tiene Frank si chiama Seduci e distruggi e insegna a uomini sfiduciati a diventare aggressivi seduttori, cinici, che non devono vedere la donna come persona, ma come oggetto da desiderare, conquistare per aumentare il proprio ego. Una pratica che, nel corso degli anni, ha spopolato grazie anche ai social e a guru di cui internet, oggi, è pieno. Eppure anche Frank è americano, cresciuto in una villetta a schiera, in un mondo colorato.
Allora come siamo arrivati a due rappresentazioni, almeno iniziali, di uomo borghese americano così diverse? Perché siamo arrivati ad aver bisogno di un Frank che ci spiega la vita e di tanti Lester che lo ascoltano? Gli fanno i cori? Rispondono in modo automatico alle sue domande e lo trattano come una divinità? È complesso, ovviamente, ma parte tutto da quelle villette a schiera.
Narrativamente i due personaggi seguono una linea opposta. Se Lester lo conosciamo sfigato, disilluso e senza ormai nulla in cui credere, Frank ci appare come un uomo indistruttibile, che non scenderebbe a patti con nessuno e sicuro di sé.
Lester ha il suo momento di cambiamento e inizia a risalire, prende in mano la sua vita, cercando di allontanare tutto quello che lo sta schiacciando, Frank, invece, alla fine del film, è fragile, nella casa in cui è cresciuto e da cui è scappato. Perché Magnolia e American Beauty sono due film che parlano di padri. Mendes mette in scena un padre, Anderson, invece, un figlio la cui esistenza è stata del tutto deviata dalla figura paterna.
Anche Mendes in parte lo fa, mettendo in scena il vicino di casa di Lester, il generale che è un padre, meglio un uomo, che non può fare altro che produrre traumi in tutti quelli che gli stanno di fianco, siano il figlio o la moglie. Lester è figlio degli stessi padri di cui è figlio Frank, solo che ciò che hanno ricevuto, l’hanno processato in modo diverso, divenendo due tipi di persone diverse, ma, entrambe, specchio di quella società americana che stava cambiando e che i due registi hanno provato a mettere in mostra.
Entrambi, però, pur seguendo e partendo da punti differenti, arrivano alla caduta della loro maschera e alla rappresentazione reale di quello che sono, di quella trasformazione che il maschio americano, più in generale il maschio occidentale, stava subendo in quel periodo storico e di cui ancora oggi risente.
Lester che, dopo aver visto la bellissima Angela, amica della figlia, e aver provato qualcosa, comincia il cambiamento. Riprende a curarsi, a correre, alzare pesi, lascia il lavoro che lo sfrutta e cerca di allontanarsi, del tutto, dalle responsabilità. L’essere affascinato da un adolescente, lo porta a voler tornare adolescente, a voler fare solo quello che gli va, a fumare una canna mentre guida la macchina o costruirsi una palestra personale nel garage di casa.
Questo comportamento, in una società come quella del ?99 e oggi forse ancora di più, rappresenta una regressione totale. È infatti il punto di vista della moglie di Lester, lo vede come un fallito, ancora di più rispetto a prima, anche se, da spettatore, l’idea che lei in parte lo invidi, ti rimane addosso.
Tornando a Lester, il momento, però, della caduta della maschera è proprio sul finale, quando ha la possibilità di stare con Angela e decide di non farlo perché capisce che è un’amica di sua figlia e lui è un padre, un uomo adulto che ha dei valori morali, ha ancora qualcosa in cui credere.
Così Lester lascia stare, nonostante quella ragazza abbia rappresentato per lui l’unico picco emotivo dalla nascita della figlia, lascia stare e fa la scelta giusta. Perché Lester, nonostante tutto, è una persona buona. È una persona che non si è saputa imporre, che ha lasciato andare, che si è castrato socialmente per far spiccare, o almeno far provare a spiccare, sua moglie e sua figlia. Le rose che Lester immagina sul corpo di Angela sono quelle rose che la moglie cura in maniera maniacale nel loro giardino, credendo che il giardino esterno pulito e colorato rappresenti una famiglia pulita e colorata all’interno, che un giardino curato renda quella villetta a schiera un programma di Disney Channel.
Anche Frank, in maniera diversa, ha costruito il suo personaggio in base a quello che la società richiedeva. Cosa richiedeva la società ad un uomo nel 1999? Proprio alla fine di un secolo e all’inizio di un altro? Richiedeva di essere bello, duro, macho, conquistatore, aggressivo, mai sentimentale, mai fragile, l’idea di uomo che, nonostante l’evoluzione sociale, è rimasta sempre identica nei vari secoli.
Frank è esattamente questo e durante l’intervista che gli viene fatta, quasi per tutta la durata del film, le risposte che Frank dà sono dettate da questa figura che interpreta e che lo rende accettabile nella società. Così quando la giornalista parla del padre, lui svia dicendo che è morto, anche se noi, attraverso i vari personaggi che il film analizza, sappiamo non essere la verità. Frank mente e nemmeno, ormai, si accorge di farlo.
Rispetto a Lester, Frank si è scritto un personaggio e l’ha interpretato per sopravvivere, Lester non è riuscito nemmeno a scriverselo un personaggio, forse per differenza caratteriale, o forse perché il matrimonio l’ha ingabbiato senza una reale via d’uscita. Quando però Frank riceve la chiamata dal padre, un uomo attaccato a una macchina e prossimo ormai alla morte, un uomo che ha rinnegato il Frank bambino, lo ha ferito, causando in lui quella insicurezza in sé stesso, nel vero sé stesso, che lo ha portato a costruirsi il personaggio squalo che interpreta, Frank torna a casa. Mentre è lì, seduto davanti a quell’uomo pelle e ossa, cade la maschera e possiamo vederlo per quello che è. Un figlio che piange la morte del padre e non vorrebbe perderlo. Anche le parole che usa, gli dice più volte ti odio pezzo di merda, mentre gli prende la mano, continua, solo con il linguaggio, a impersonare la parte che ormai ha addosso, ma qualcosa di più grande si sta rompendo in lui.

Due personaggi diversi, con vite diverse, modi di fare diversi, che hanno così tanto in comune. Rappresentano un America, un occidente, un genere che stava subendo e oggi sappiamo aver subito, cambiamenti enormi.
Se il cinema cerca di rappresentare, attraverso i suoi personaggi, la società, allora alle porte del nuovo secolo, il maschio occidentale era in crisi. Il castello e il personaggio dietro cui si nascondeva stava cadendo, perdendo di valore e le aspettative stavano cambiando. L’uomo poteva essere debole, poteva mostrarsi fragile, mostrare quello che davvero provava. Lester e Frank sono chiusi dietro una maschera, ma i film permettono, attraverso le vicende, di far cadere la maschera e mostrare quello che sono.
Se pensiamo agli anni 90, al benessere economico, al capitalismo pieno che sembrava addirittura salvifico in certi momenti, Lester e Frank sono la perfetta immagine delle aspettative.
Lester ha un lavoro, una famiglia, una casa e vive in una condizione agiata, Frank ha trasformato una sua forza in economia, in una macchina da soldi, quale altro sogno esiste nel capitalismo se non quello di riuscire a fare una montagna di soldi con quello che si ha?
I due registi, però, costruiscono l’aspettativa perfetta, per mostrarti quanto il raggiungimento di questi obiettivi non porti davvero alla felicità o ad una condizione di reale benessere psichico. I due sono, proprio come le rose nel giardino della villetta, colorati fuori, appassiti dentro, non hanno nulla, la società li ha svuotati, riempiendoli di promesse, di obiettivi che, una volta raggiunti, non hanno portato a nulla. Sono due personaggi che ancora oggi, nell’attuale società, sarebbero perfettamente calzanti, anzi, rivedere queste storie oggi, ci rende chiaro quanto la società, già criticata più di vent’anni fa per certe sue storture, sia solo che peggiorata, andando ancora di più a implementare il colore delle rose nel giardino e non mettendo il focus su quello che, invece, c’è dentro la villetta.
Torniamo così alle villette, le abitazioni di questi personaggi, dove sono cresciuti, dove continueranno a crescere i loro figli e dove moriranno nel loro letto, proprio come il padre di Frank. Quelle villette, così romanticizzate dal me bambino, sono le perfette prigioni in cui generazioni frustrate hanno provato a fare di tutto per apparire sorridenti, perfette, riuscite e felici.
Tutto questo mentre dentro quelle case l’odore del marcio, l’odore dell’assenza di sogni, l’odore della depressione veniva fermato da quel cuscinetto che riveste le pareti di ogni singola villetta. Perché se in quell’America colorata di Disney Channel, il cuscinetto sembra essere messo al di fuori delle pareti per non permettere al mondo esterno di rovinare il bel quadretto all’interno della casa, nell’America di questo cinema, soprattutto degli ultimi decenni, quel cuscinetto riveste le pareti dall’interno per non permettere agli odori, gli umori e i colori spenti di venir fuori da quelle villette e rovinare quei giardini curati in maniera ossessiva.
Giuseppe Fiore
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Fonte Immagine: Pexels – foto di Noor Shalghen



