People of the Moon: i Nu Genea tra terra e assenza di gravità

Ancora un disco che sembra orbitare lontano e arrivare da dietro l’angolo, tra Napoli e Siracusa, synth analogici e lingue che si intrecciano senza chiedere il passaporto.
Con People of the Moon, il tandem partenopeo composto dai musicisti/dj Massimo Di Lena e Lucio Aquilina continua un percorso ormai riconoscibile al primo ascolto, evitando però il rischio più prevedibile dopo il successo: trasformarsi nella copia di sé stessi.
Se Nuova Napoli, nel 2018, rappresentava un ritorno a casa ma anche un viaggio nel tempo — tra nostalgia, identità e rilettura contemporanea dei suoni anni Settanta e Ottanta — con Bar Mediterraneo, nel 2022, il progetto aveva allargato ulteriormente l’orizzonte. Napoli diventava porto sonoro, crocevia di lingue, ritmi e culture. È il disco che li consacra definitivamente, tra i nomi più riconoscibili della scena nazionale e internazionale.
Con People of the Moon il passo cambia ancora. Il duo avrebbe potuto replicare la formula perfetta di Bar Mediterraneo e consolidarne il successo, ma sceglie di uscire dalla comfort zone. Niente più cartoline mediterranee o estetiche solari immediate: il nuovo lavoro si muove in una dimensione più emotiva e introspettiva, evitando la tentazione più prevedibile dopo un successo così forte, quella di rifare il disco precedente.
La pressione, hanno dichiarato, era enorme. L’aspettativa di trovare “la hit”, il brano capace di riprodurre l’impatto dei lavori precedenti, aveva finito quasi per irrigidire il processo creativo. Eppure, paradossalmente, proprio nei momenti più spontanei — jam improvvisate tra una sessione e l’altra, intuizioni nate senza pressione — emergevano le idee migliori. Come se il lavoro avesse iniziato davvero a respirare soltanto nel momento in cui smetteva di inseguire qualcosa.
Anche il titolo racconta questo scarto. People of the Moon potrebbe evocare immaginari cosmici o fantascientifici, così come la copertina di Riccardo Corda, ma il disco ha in realtà qualcosa di profondamente terrestre. Parla dell’essere umano contemporaneo: della stanchezza, della tensione continua, della necessità di sottrarsi anche solo per un momento al rumore di fondo del presente.
La “gente della luna”, allora, coincide con quel momento raro in cui si riesce finalmente a rallentare, a liberarsi dalle aspettative, dai ruoli, dalla produttività permanente. Non è un caso che una delle tracce si intitoli Shway Shway, espressione araba che significa “piano piano”. Un invito a rallentare, ascoltarsi, ritrovare un ritmo umano che rappresenta il manifesto effettivo del disco. Ballare, qui, diventa quasi una forma di cura: alleggerire il peso delle cose, creare uno spazio di decompressione collettiva.
E infatti anche la struttura del disco segue questo percorso emotivo. L’inizio appare più contratto, nervoso, quasi affannato; poi, traccia dopo traccia, tutto sembra progressivamente distendersi. Come se il lavoro stesso cercasse lentamente di trovare pace. In fondo, il progetto artistico racconta proprio questo passaggio: dalla tensione al rilascio, dal rumore al respiro.
E c’è anche un cambiamento concreto dietro questa trasformazione. Massimo Di Lena e Lucio Aquilina non vivono più nella Berlino in cui era nato Nuova Napoli: oggi il Sud è tornato a essere presenza quotidiana, concreta, raggiungibile. Non a caso il disco è stato prodotto tra Napoli e Siracusa. Ma sarebbe riduttivo leggerlo come un semplice “ritorno alle origini”. Al contrario, il lavoro è probabilmente il loro più aperto culturalmente.
Napoli resta il fulcro del progetto, ma mai come elemento folklorico o identitario in senso chiuso o stereotipato. Il duo tratta il napoletano come una lingua del mondo: ritmo, suono, materia musicale capace di dialogare naturalmente con arabo, portoghese, inglese e spagnolo.
Dentro questa logica, la voce non è mai elemento accessorio ma struttura portante del suono. Emblematica a tal proposito è la voce inconfondibile di Fabiana Martone, presenza ormai centrale nell’universo Nu Genea, punto di equilibrio del loro immaginario sonoro. La sua interpretazione riporta Napoli dentro il canto, anche quando le strutture melodiche sembrano arrivare da altrove — dall’Est, dal Mediterraneo allargato. Ed è proprio lì che il disco trova uno dei suoi equilibri più interessanti: la voce non come semplice esecuzione, ma come punto di incontro tra lingue, ritmi e geografie diverse.
Brani come il singolo Sciallà — che già da mesi aveva fatto intuire la direzione del progetto: ballare non come evasione, ma come necessità fisica, quasi emotiva — o la title track sembrano costruiti proprio su questa idea di attraversamento continuo: melodie immediate, groove caldissimo, ma sotto la superficie una scrittura stratificata, piena di dettagli ritmici e micro-incastri sonori.
Ed è forse qui che il disco compie il suo equilibrio più difficile. Mescolare così tante influenze avrebbe potuto produrre un effetto artificiale o dispersivo. Invece tutto appare sorprendentemente organico, anche perché le collaborazioni evitano accuratamente la logica della “feat” da algoritmo.
Persino quella con Tom Misch, producer londinese, nasce in maniera spontanea, quasi casuale. Da un incontro inizialmente inconcludente prende forma Onenon, costruita attorno a una linea di basso che richiama certe intuizioni funk di Pino D’Angiò: un ponte naturale tra groove britannico e funk mediterraneo.
Altrove, nei brani con María José Llergo e Celinatique, il flamenco andaluso si intreccia con rumba, disco e funk senza mai suonare forzato. Ed è proprio questa la forza del disco: ogni contaminazione sembra nascere da una necessità sonora reale, mai da una strategia di mercato.
Nella già citata Shway Shway, una delle tracce più rappresentative del progetto, la presenza della franco-libanese Celinatique contribuisce a rafforzare l’idea di rallentamento che attraversa tutto il lavoro. Il brano, costruito su una tensione dolce e rarefatta, chiude il disco con una sensazione di apertura e sospensione, quasi fosse una deriva lenta verso l’orizzonte.
L’impressione è che il disco ragioni molto sul concetto di appartenenza. O forse sul suo superamento. Napoli resta il nucleo dell’album, attorno al quale orbitano afrobeat, boogie, samba, fusion, suggestioni arabe, funk brasiliano e psichedelia balearica: un mosaico che, nelle mani di molti, rischierebbe il collage da playlist gourmet. Il lavoro invece riesce ancora nell’impresa più difficile: trasformare il digging musicale in linguaggio vivo.
Sotto tutta questa architettura sonora resta però una sensazione molto semplice: l’ultimo disco dei Nu Genea prova a rallentare il rumore di fondo. Non per scappare dalla realtà, ma per attraversarla in modo diverso.
Ed è forse qui la sua forza più autentica. Fare musica profondamente contemporanea senza inseguire in modo ansioso il presente. Viviamo in un tempo sempre più dominato dalla velocità e dalla riproducibilità immediata: People of the Moon sembra invece pensato per sedimentare con calma, nel tempo. Come certi vinili trovati per caso in una bancarella polverosa: magari all’inizio non capisci subito cosa hai tra le mani, poi un giorno lo rimetti sul piatto e ti chiedi come hai fatto a viverne senza.
Roberta Aurelio
Immagine generata con IA
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