La pace sporca del pacifismo: è facile condannare la violenza se non hai mai dovuto lottare per la tua vita

Pace.
La parola che pronunciamo quando siamo prontə a fare i conti con la rabbia, il conflitto, il dolore. Le quattro lettere di un significante che ingloba il significato di un concetto così complesso, eppure anche così semplice: non voglio più vivere così, voglio fare la pace. Che sia con sé stessə, con altrə, con una situazione, con un’emozione, con una parte di vita; quando la disperazione ci ha consumato perfino le ossa, vogliamo la pace.
Oppure,
Pace.
Una parola urlata ripetutamente nel corso della storia da persone che non avrebbero mai dovuto pronunciarla neanche sottovoce.
Tiranni, dittatori, conquistatori e colonizzatori, interi eserciti e governi che secolo dopo secolo questa parola l’hanno sporcata, svuotata del suo significato originario e riempita di ipocrisia, di bugie e di crudeltà. L’hanno massacrata fino a farle perdere la sua forma, schiavizzandola fino a ridurla all’opposto di ciò che un tempo era, o forse di ciò che avrebbe dovuto essere e non è stata mai.
Ora, quando queste stesse figure – di cui oggi come allora la storia è affollata, e a cui bisogna aggiungere una lista cospicua di persone che commettono i crimini più indicibili – urlano alla pace, ciò che intendono è violenza. Una violenza spietata e metodica, dalle cui radici sono cresciuti gli infiniti rami che strangolano lentamente le sue vittime, costringendole a marcire in un sistema dal quale molto spesso è più facile uscire da morti che da liberi.
Eppure, non si può nascere violentə. La violenza è psicofisiologica. Nasce in principio da un profondo stato di terrore, verso qualcunə o qualcosa, che attiva conseguentemente una reazione di difesa. In un certo senso, si potrebbe affermare che la violenza, come il linguaggio, è in parte innata e in parte appresa; un’energia astratta che un miscuglio di paradigmi psicosociali e fattori neurobiologici trasforma nella parte peggiore dell’essere umano, quella che Carrère chiama «l’Avversario».
La fortuna è che con gli strumenti giusti – i quali non risultano accessibili a tuttə, ma questo è un altro discorso – è possibile entrare in contatto con quell’Avversario, farci amicizia e chiedergli da dove viene e cosa vuole. Nella grande maggioranza dei casi la terapia risulta essenziale per instaurare un dialogo eterno con la nostra parte peggiore: è questo che non le permette mai di prevalere.
Presumibilmente, sono proprio i casi in cui l’Avversario riesce ad impossessarsi completamente della psiche a generare un senso di angoscia ed impotenza. La violenza di queste persone appare come un codice indecifrabile, e la loro ferocia inscrutabile sceglie le persone più fragili come vittime sacrificali; violence for violence’s sake, direbbe un Gautier contemporaneo.
Certo, parliamo di una violenza che sovente porta sul volto una maschera di ideali giusti e buoni propositi, di dolcezza e promesse – una violenza mascherata da pace, appunto -, così la domanda diventa: come si raggiunge la pace, scappando dal mostro o combattendolo?
Forse la forma più pura di pace è quella in cui credeva Tolstòj, la pace ascetica, già praticata precedentemente dagli ordini dei Mennoniti e dei Quaccheri; affermandosi come una sorta di fusione tra la pratica dell’ascetismo e i principi dell’etica sociale, questa teoria di pace si è sempre rigidamente attenuta alla feroce condanna di ogni guerra, giudicando nefanda qualsiasi motivazione potesse celarsi dietro l’atto dell’uccisione.
Non erano dello stesso avviso, invece, i sostenitori della guerra che nascondevano la propria violenza dietro il concetto di bellum iustum – ma quale guerra può mai essere giusta? -. I grandi conquistatori, primi fra tutti gli imperatori romani, hanno sempre inteso il raggiungimento di uno stato di pace come la scusa perfetta per dare inizio ad una guerra; una precisa condizione di pax universalis – di cui scrive anche il Dante Alighieri nel De Monarchia – a cui arrivare, seminando morte e dolore fino al traguardo. Non una pace universale, ma una dominazione universale imposta alle popolazioni colonizzate, una pace forzata sotto la quale si nasconde una crudele violenza: strappare ad un popolo la sua terra, e poi la sua lingua e le sue tradizioni, e infine la sua dignità e la sua libertà.
È ciò che sta accadendo alla Palestina da oltre settant’anni. Anche al popolo palestinese sono state strappate via la terra e la libertà, eppure da secoli Israele – sua potenza colonizzatrice – urla la parola pace rivendicandola in particolare modo per sé, calandosi perfettamente nel ruolo di preda costretta a difendersi, anche mentre con il sangue sui denti porta avanti un genocidio con l’aiuto di diversi paesi che gli coprono le spalle.
L’esercito militare israeliano ha sterminato 70.000 palestinesə in quasi tre anni – senza contare le vittime dalla Nakba in poi, le morti indirette e le vittime i cui corpi non sono mai stati trovati – e risalire ad un numero preciso di feriti risulta impossibile.
Il sionismo non è certamente l’unico progetto di ispirazione imperialista. Gli orrori delle potenze coloniali passano per le colonie dell’Impero Romano, per lo sterminio dei popoli indigeni a seguito del viaggio di Colombo e per l’occupazione dei paesi dell’Asia e dell’Africa nel corso delle decadi. Sorge spontanea una domanda: ha un popolo sottomesso, schiavizzato, oppresso e martoriato, il diritto di difendersi? Ha il diritto alla violenza?
Paul Ricoeur direbbe che difendersi è una reazione naturale a ciò che definisce «le strutture del terribile». Circa la violenza e la non violenza in Histoire et Vérité, egli esplora come il pacifismo risulti difficile in rapporto all’analisi marxista della lotta di classe; difatti, è proprio con lo Stato che si raggiungerebbe la massima intensità della violenza, poiché la violenza delle strutture oppressive produce incessantemente nuove rivolte e ribellioni.
Il filosofo francese si interroga anche sui possibili strumenti che possano rendere efficace e duraturo un approccio basato sulla resistenza non violenta, e ne individua il principale nel gesto della testimonianza. Parla dell’atto coraggioso di un uomo, che fra tanti si distingue per un atto ben riconoscibile che sospende la ricorsività della violenza nel destino. Ma chi sono, in questi anni che ci vedono protagonisti, gli uomini che guidano e governano il popolo con non violenza? Lo stesso Ricoeur percepisce i limiti della sua ipotesi, perché di fronte alla logica dell’oppressione non può esserci pace. Deve esserci giustizia.
È per questo che la pace del pacifismo è una pace apparente. È una pace sporca, macchiata dagli interessi di chi la promette che in realtà intende pace per me, violenza per te.
La teoria del pacifismo liberale vuole condurci verso una condanna totale di ogni forma di violenza, ed è saggio domandarci se forse questa percezione non sia troppo semplicistica e superficiale. C’è la violenza che nasce dal delirio di potere, partorita da una logica dell’oppressione ed esercitata attraverso diverse forme di repressione e l’eliminazione di diritti. Parliamo di oppressione politica, sì, quella responsabile delle strutture coloniali – e delle guerre, che sempre secondo Ricoeur sono una delle tante declinazioni della violenza, alimentata sia da Stati diversi con uno stesso obiettivo sia da ciò che egli denomina «appetito di catastrofe» -, ma anche l’oppressione politica ha le sue varianti.
Nel mare delle ingiustizie sociali è difficile restare a galla, e nuotare talvolta appare impossibile. L’oppressione e l’odio esercitati sui corpi e le vite delle donne a causa del retaggio cis-etero-patriarcale, il controllo e gli abusi inflitti ai corpi martoriati degli animali, la discriminazione razziale rampante in ogni angolo del nostro paese, la grassofobia che si infiltra in ogni spazio – e così anche l’abilismo di una società che è ancora troppo poco accessibile alle persone con disabilità -, le persone queer che ancora si ritrovano a dover lottare semplicemente per avere dei diritti ed essere trattate con dignità, la povertà dilagante e la mancanza di opportunità per provare a cambiare, l’accesso sempre ostacolato alle cure e servizi di base. Anche questa è violenza. È una violenza silenziosa che giorno dopo giorno ti consuma, ti fa credere che se le cose sono andate così allora è colpa tua, ti spoglia di tutti gli strumenti che hai per combattere finché la violenza è la tua unica arma per dire qualcosa, per cercare giustizia, per capire perché.
C’è la violenza che nasce dalla paura, dalla disperazione di non avere più niente, dall’angoscia di non avere accesso ai beni primari, dalla rabbia di non avere i fondi per potersi curare, dalla frustrazione per le guerre che vengono portate avanti con i soldi di chi a stento riesce ogni mese a pagare le tasse, dal freddo della strada su cui infinite schiene dormono perché poter dormire in un letto non è più un diritto, ma un privilegio. Questa violenza non è giusta, è necessaria. È una reazione naturale da avere quando nasci in un sistema che già dal primo giorno progetta come ucciderti per i propri interessi.
Allora non cadiamo nella trappola di chi ci propone una vita di abusi e violenza confezionata in una scatola di falsa pace.
La differenza tra le forme di violenza c’è, eccome. Auguro alla nostra coscienza di non diventare mai così cieca da non riconoscerla più.
Marcella Cacciapuoti
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