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Le materie umanistiche servono ancora: la lezione dimenticata di Adriano Olivetti

Dalla Lettera 22 all’impresa contemporanea: la lezione di Adriano Olivetti mostra perché le materie umanistiche sono ancora essenziali nell’era tecnologica.

“Leggera come una sillaba, completa come una frase” sono queste parole di Franco Fortini – poeta, scrittore, intellettuale – che accompagnano nel 1950 la campagna pubblicitaria d’uscita della Lettera 22, l’innovativa macchina da scrivere dell’azienda Olivetti.

“Innovativa” non solo nella struttura materiale – colorata, leggera e trasportabile – ma, soprattutto, nell’ossimoro avanguardista che ne fa da padrone: quello dell’umanesimo tecnologico.

La rivoluzione Olivetti

Adriano Olivetti, figlio del fondatore dell’omonima azienda Camillo Olivetti, è il fautore di questa nuova concezione di “imprenditorialità”. 

Nel 1955 all’inaugurazione del nuovo stabilimento di Pozzuoli, davanti a una folla di operai, domanderà: “Può l’industria darsi dei fini?”; ed è proprio la risposta a questa domanda la base su cui affonda le radici la sua visione di umanesimo tecnologico. 

Olivetti crede in un’impresa in grado di costruire una realtà unica con i lavoratori e con il territorio, una centralità della persona e della comunità. Ciò fu possibile grazie alla collaborazione con intellettuali, poeti – come Franco Fortini – ed artisti come parte integrante dello sviluppo aziendale. 

Da una parte basandosi sulla regola del “principio delle terne”, per ogni neoassunto in campo tecnologico ne corrispondeva uno in campo economico – giuridico ed uno di formazione umanistica; dall’altra grazie alla creazione di biblioteche aziendali e centri culturali in cui periodicamente venivano organizzate mostre d’arte ed incontri con scrittori e filosofi.

Il pregiudizio contemporaneo

Oggi la visione di Olivetti sembra lontana: in una società orientata alla velocità e alla produttività, le discipline umanistiche vengono spesso considerate inutili.

I dati mostrano, infatti, una disparità – non indifferente – tra lauree umanistiche e lauree STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics).

Il Rapporto AlmaLaurea 2021 fornisce dati precisi: a cinque anni dal conseguimento del titolo magistrale, soltanto il 77,8% dei laureati nel gruppo disciplinare letterario – umanistico ha un’occupazione, contro percentuali ben più alte per chi sceglie Informatica e tecnologie ICT (97,2%), Ingegneria industriale e dell’informazione (96,4%) ed Economia (91,8%).

La distanza non riguarda soltanto l’ambito accademico. Le analisi di Randstad e LinkedIn mostrano che le professioni più richieste sono legate alle lauree STEM o, al contrario, non richiedono affatto una laurea. 

A questo si aggiungono retribuzioni tra le più basse e una condizione sempre più diffusa di “overeducation”, che porta ad accettare lavori per cui si è eccessivamente qualificati.

Non stupisce, dunque, che mentre le università dell’area STEAM registrano un aumento degli iscritti, quelle del settore umanistico mostrino una variazione negativa. Un divario che, anno dopo anno, continua ad ampliarsi.

Materie umanistiche e impresa: un ritorno necessario

Negli ultimi anni, alcune grandi aziende tecnologiche hanno iniziato a integrare competenze filosofiche nei propri organigrammi. 

Google, ad esempio, ha introdotto la figura del Chief Philosophy Officer (CPO), incaricato di applicare metodi filosofici ai processi decisionali e all’innovazione.

Non si tratta di un’anomalia, ma della risposta a una complessità crescente: i dati, da soli, non bastano più. Servono capacità critiche, etiche e interpretative.

Anche negli Stati Uniti, associazioni come l’American Philosophical Practitioners Association hanno avviato programmi per inserire filosofi nelle aziende, riconoscendone il valore nella gestione dei processi decisionali e delle risorse umane.

Una frattura da ricomporre

La separazione tra sapere scientifico e umanistico è una costruzione relativamente recente. Nell’antichità, figure come Talete e Pitagora incarnavano entrambe le dimensioni, dimostrando come il pensiero filosofico fosse all’origine di diverse ramificazioni della conoscenza, in una complementarietà naturale.

Con il passare del tempo, tuttavia, il processo di specializzazione ha progressivamente tracciato una frattura sempre più netta, spesso a scapito delle discipline umanistiche, considerate improduttive o marginali.

Al pregiudizio nei confronti dello studio del passato si è affiancata una fiducia incondizionata nel futuro, alimentata dal ritmo imposto dal sistema economico. Un processo che ha contribuito ad accentuare disuguaglianze sociali, precarietà lavorativa e criticità ambientali oggi sempre più evidenti.

In un contesto simile, il sapere umanistico torna ad assumere un ruolo centrale, non in opposizione a quello scientifico, ma in rapporto di complementarità. Consente infatti di interpretare i dati, orientare le scelte e fornire una prospettiva più ampia e consapevole della realtà.

Riscoprire la lezione di Olivetti

La Lettera 22 non fu soltanto un oggetto di successo, ma divenne uno dei simboli dell’Italia della ripresa economica.

Il valore più significativo dell’esperienza olivettiana, tuttavia, non risiede esclusivamente nei prodotti, ma nella visione che li ha resi possibili: un modello d’impresa capace di coniugare innovazione tecnologica e attenzione alla dimensione umana, integrando produzione e cultura in un equilibrio raro ancora oggi.

Come aveva intuito Adriano Olivetti, l’obiettivo non è scegliere tra tecnica e cultura, bensì ricostruire un dialogo tra competenze diverse. È forse proprio in questa sintesi tra sapere scientifico e pensiero umanistico che si gioca la possibilità di immaginare un futuro più consapevole, sostenibile e capace di restituire centralità alla persona.

Stella Stopponi

Leggi anche: Perché non capiamo l’importanza delle lauree umanistiche? 

Stella Stopponi

Classe ’95, ma se le chiederete l’età vi risponderà sempre, sorniona, “sedici anni, non si vede?”. Perennemente persa nel suo mondo, non ha ancora ben capito come smettere di avere sempre il naso all’insù o perso tra le pagine di un libro. Punti cardine della sua personalità sono Enrico VIII, Cesare Pavese e Sylvia Plath. Non l’inizio di una barzelletta, ma “le persone complesse”, come preciserebbe poi.
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