Epicari: La donna che tenne il segreto

C’è un passo degli Annales di Tacito che vale la pena leggere almeno una volta nella vita, non per motivi scolastici, non per gli esami, ma perché racconta qualcosa che raramente la storia ufficiale si ferma a guardare con attenzione. È il libro XV, capitolo 57, e parla di una donna di nome Epicari.
Siamo nel 65 d.C., sotto il regno di Nerone. A Roma si trama nell’ombra: un gruppo eterogeneo di senatori, cavalieri, militari e letterati ha deciso di uccidere l’imperatore. La storia la conosce come la Congiura dei Pisoni, dal nome del suo leader designato, Gaio Calpurnio Pisone.
Tra i congiurati, quasi nascosta tra i grandi nomi dell’aristocrazia romana, c’è lei: una libertà, cioè una donna di origine servile affrancata dalla schiavitù. Il suo ruolo nella congiura è difficile da definire con precisione, e persino Tacito ammette di non sapere bene come vi fosse entrata. Scrive che era stata ammessa alla cospirazione in modo oscuro, precisando subito dopo che fino a quel momento non si era mai occupata di faccende così elevate e nobili.
Questo dettaglio è già di per sé significativo. Epicari non era una filosofa, non era una senatrice, non apparteneva a nessun circolo intellettuale stoico che in quegli anni pullulava tra le élite romane. Eppure, una volta dentro la congiura, fu lei a fare quello che gli altri non riuscivano a fare: agire. Stufa dell’immobilismo e della paura dei congiurati, si mosse autonomamente in Campania per reclutare nuovi alleati, puntando agli ufficiali della flotta di Miseno.
L’obiettivo era sfruttare la passione di Nerone per la navigazione e le sue frequenti uscite in mare tra Pozzuoli e Miseno, costruendo l’occasione di un agguato lontano da Roma e dalla stretta sorveglianza della guardia pretoriana. Era un piano concreto, ragionato, non l’impeto emotivo che spesso si attribuisce ai personaggi marginali della storia.
Tra gli ufficiali che Epicari avvicinò c’era un certo Volusio Proculo, navarco della flotta, che aveva partecipato all’assassinio di Agrippina, madre di Nerone, senza però ricevere le promozioni che si aspettava. Un uomo scontento, che si lamentava apertamente del torto subito: sembrava il profilo giusto. Epicari gli fece capire l’esistenza di un complotto, gli prospettò ricompense adeguate, cercò di portarlo dalla sua parte. Proculo aveva un’altra idea di come guadagnarsi il favore imperiale: invece di aderire, andò a riferire tutto a Nerone. Epicari fu arrestata.
Convocata e posta a confronto con il delatore, riuscì a confutare le accuse senza troppa difficoltà: non c’erano prove concrete né testimoni. Ma Nerone non la liberò. La tenne in carcere con un ragionamento che Tacito riporta con precisione disarmante: l’imperatore sospettava che le cose che non si riuscivano a provare come vere non fossero per questo necessariamente false. In un regime fondato sulla paranoia, il dubbio era già una condanna sufficiente. Epicari rimase in prigione mentre la congiura, là fuori, continuava a prendere forma. E mentre i congiurati rimandavano, discutevano, si perdevano nei dettagli, lei stava in una cella sapendo tutto.
Poi la congiura crollò, non per un’azione di Epicari, ma per la delazione di uno schiavo. Un servo al servizio del senatore Flavio Scevino notò che il suo padrone aveva fatto affilare un vecchio pugnale e preparare bende per medicazioni, e decise di andare a riferirlo alle autorità. Da quel momento fu un domino: Nerone scatenò i suoi uomini, i congiurati cominciarono a essere convocati, interrogati, messi alle strette. Ed è a quel punto che l’imperatore si ricordò di Epicari.
Ecco come Tacito racconta quello che successe:
Intanto Nerone si ricordò di Epicari, trattenuta in carcere dopo la delazione di Volusio Proculo, e, pensando che il corpo di una donna non reggesse alle sofferenze, ordinò di straziarla con la tortura. Ma non le sferzate, non i ferri roventi, non l'accanimento dei carnefici esasperati dalla paura di subire uno smacco da una donna, riuscirono a farle ammettere le imputazioni. Così passò, senza nulla di fatto, il primo giorno di interrogatorio. L'indomani, mentre la riportavano alla tortura sopra una lettiga, perché gli arti slogati non la reggevano, Epicari si tolse una fascia dal seno, la fissò alla volta della lettiga a mo' di cappio, vi introdusse il collo e, lasciandosi andare con tutto il peso del corpo, esalò il debole soffio di vita rimastole: gesto tanto più nobile da parte di una donna, una libertà, la quale, in una situazione così disperata, cercava di salvare persone estranee e a lei quasi sconosciute, mentre uomini nati liberi, dei maschi, cavalieri e senatori romani, non sfiorati dalla tortura, tradivano, ciascuno, le persone più care.
(Annales, XV, 57)
La geometria morale di questo passo è difficile da ignorare. Tacito non era un sentimentale, né un sostenitore dei diritti delle donne nel senso moderno del termine. Era un senatore romano che guardava alla storia con un cinismo sistematico. Eppure in questo brano si ferma, e il confronto che costruisce è preciso come una sentenza: una libertà, senza diritti, senza tutele, col corpo già distrutto da un giorno di torture, tenne il segreto fino alla morte. I liberi, gli uomini, i cavalieri, i senatori, crollarono senza che nessuno li avesse ancora toccati.
Quello che colpisce, rileggendo il passo, non è solo il coraggio di Epicari. È la lucidità. Non cedette il primo giorno, quando ancora le forze potevano reggerla. La notte tra il primo e il secondo interrogatorio, mentre giaceva su una lettiga con gli arti slogati, sapendo che il giorno dopo avrebbero ricominciato, trovò il modo di non cedere nemmeno allora. Non è un gesto impulsivo: è una scelta, compiuta con i mezzi che aveva a disposizione, in condizioni in cui quasi nessuno avrebbe potuto pensare con chiarezza.
C’è poi un dettaglio nel racconto di Tacito che passa spesso inosservato: i carnefici si accanirono su di lei anche per non subire l’onta di essere stati sconfitti da una donna. Non stavano solo eseguendo un ordine, stavano difendendo il loro onore maschile. E anche questo non bastò.
Chi era Epicari, al di là di questo episodio? La risposta breve è: non lo sappiamo con certezza, e questo silenzio è già una parte della sua storia.
Tacito è praticamente l’unica fonte che la riguarda. Non esistono documenti che la nominino prima della congiura, nessun atto notarile, nessun riferimento in altre opere contemporanee che permetta di ricostruire la sua vita con qualcosa di più solido. Sappiamo che era stata schiava e poi affrancata, e lo sappiamo solo perché Tacito lo dice.
Alcuni studiosi la collegano all’ambiente del padre di Lucano, il poeta della Pharsalia, ma anche questa è un’ipotesi che poggia su indizi, non su prove. Il vuoto documentario intorno a lei non è accidentale: una libertà del I secolo non lasciava tracce amministrative proprie.
Non poteva firmare contratti autonomamente, non possedeva beni intestati a suo nome, non aveva una presenza giuridica indipendente. La sua esistenza, agli occhi dello stato romano, passava attraverso il padrone prima e il patrono dopo. Se Tacito non avesse scelto di raccontare quello che successe in quei due giorni di interrogatorio, Epicari sarebbe scomparsa del tutto, senza nemmeno una riga.
Questo rende il passo degli Annales qualcosa di più di una semplice testimonianza storica. È l’unico documento che la riguarda, e descrive il momento della sua morte. Tutto quello che sappiamo di lei è filtrato da uno sguardo unico, quello di uno storico che scriveva quarant’anni dopo i fatti, con le sue categorie, i suoi giudizi, i suoi interessi narrativi. Tacito la usò come specchio per mostrare la viltà dei congiurati di rango. Che lei meritasse memoria per ragioni proprie è un pensiero che non appartiene alla sua epoca, e che fatica a farsi strada anche nelle nostre.
Nel mondo romano del I secolo, una libertà esisteva socialmente solo in relazione al suo antico padrone. Non aveva diritti politici, non poteva partecipare alla vita pubblica. In questo contesto, la sua presenza in una congiura che coinvolgeva i vertici dello stato romano è già anomala.
Ancora più anomalo è il modo in cui si era mossa: non su ordine di Pisone o degli altri capi, ma per iniziativa propria. Quando aveva deciso che i tempi si allungavano troppo, aveva scelto da sola di andare a Miseno a reclutare la flotta. E aveva avuto l’accortezza di non rivelare i nomi dei congiurati a Proculo, una prudenza che i senatori e i cavalieri coinvolti nella stessa impresa non dimostrarono mai, nemmeno quando erano liberi e al sicuro.
Giovanni Boccaccio la inserì nel suo De mulieribus claris, il catalogo delle donne illustri della storia antica. Nel 1665, il drammaturgo tedesco Daniel Casper von Lohenstein le dedicò una tragedia, costruendola come un’eroina repubblicana pronta al sacrificio, in contrasto con un Seneca che avrebbe preferito la resistenza passiva alla rivolta armata. Sono attestazioni di una fama che, in certi secoli, ha avuto i suoi momenti. Ma rimangono eccezioni in un silenzio molto più lungo.
Se si chiede oggi a qualcuno chi fosse Epicari, la risposta più probabile è un silenzio. La Congiura dei Pisoni viene ricordata per Seneca, costretto da Nerone al suicidio. Viene ricordata per Lucano, il poeta che giunse persino a denunciare la propria madre pur di salvarsi. Viene ricordata per le dinamiche di potere tra l’imperatore e il senato, per la paranoia crescente di Nerone, per i processi e le condanne. Epicari compare in una nota a margine, se va bene.
Eppure fu lei l’unica a non cedere. Fu lei a muoversi mentre gli altri aspettavano, a resistere alla tortura mentre i cavalieri romani si sgretolarono alle prime domande. La storia conserva i nomi di chi aveva potere e di chi lo perse; i nomi di chi scrisse e di chi fu scritto dagli altri. Una libertà che non aveva né potere né penna propria doveva aspettarsi di sparire, e in larga misura è così che è andata.
Quello che rimane è quel passo di Tacito, scritto da un uomo che non la ammirava per ragioni ideologiche, ma che era abbastanza onesto da raccontare quello che aveva trovato. Il primo giorno di interrogatorio passò senza nulla di fatto. Il secondo giorno non arrivò mai. Qualcuno, in fondo, doveva pur scriverlo.
Antonio Palumbo
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