IntrattenimentoPrimo Piano

American Psycho: come la società postmoderna sottovaluta un assassino

C’è una vaga idea di Patrick Bateman, una sorta di astrazione. In realtà non sono io, ma una pura entità, qualcosa di illusorio.

Anche se so mascherare la freddezza del mio sguardo, e tu puoi anche stringermi la mano e sentire la mia pelle a contatto con la tua, e persino arrivare a credere che i nostri stili di vita sono perfettamente comparabili… la verità è che io non sono lì.

Patrick Bateman

È con queste strane, ma allo stesso tempo profonde, parole che si apre il film di Mary Harron, American Psycho

Un film dalla trama intrigante, anche un po’ sconcertante, che ci tiene incollati allo schermo per due ore e mezza.

Patrick Bateman, interpretato dal fenomenale Christian Bale, è una persona qualunque, ma solo apparentemente; come confessa fin da subito, nel monologo iniziale, in realtà non è lui, è una pura entità. Queste parole, messe lì all’inizio del film, sono una spia, un segnale che ritroveremo durante tutto il film, rendendole più vere che mai. 

Patrick ha una vita – per gli altri – normale. È un normale impiegato, maniaco del controllo ed egocentrico. Cura la sua persona con una minuzia spaventosa e guai a toccarlo… letteralmente. Nessuno immaginerebbe mai che sia un assassino, e della peggior specie: uno di quelli che uccide per il semplice gusto di farlo, che si tratti di persone conosciute o sconosciute. 

Non si fa scrupoli e la spensieratezza con cui compie gli omicidi – mentre balla, mentre ascolta la musica, persino durante i rapporti sessuali con le numerose escort che riesce ad accalappiare – è disarmante. Impossibile per lo spettatore non chiedersi: “ma è umano?”

Le scene degli omicidi sono estremamente reali e razionali: non hanno nulla che non funzioni, nessun dettaglio che faccia pensare che si tratti di fantasia o immaginazione. Questa caratteristica, però, cambia repentinamente e senza il minimo preavviso, quasi alla fine del film, quando tutto inizia a diventare assurdo e noi spettatori siamo lì, confusi, a dubitare della veridicità dell’intera trama: il bancomat gli chiede di uccidere il gatto, le macchine della polizia esplodono con due colpi di pistola e lui, miracolosamente, non è neanche minimamente ferito dagli spari dei poliziotti. 

Ad aumentare il dubbio su quanto sia vero e quanto, invece, frutto della fantasia di un pazzo megalomane, è la reazione delle persone che circondano Patrick: nessuno sembra notare i segnali che li avvertono della pericolosità di Patrick. Nemmeno il suo stesso avvocato che, dopo che Patrick, in preda al panico, gli ha confessato di tutti gli omicidi commessi, lo ignora totalmente e pensa che sia solo uno scherzo di cattivo gusto. 

All’inizio del film, poi, Patrick uccide un suo collega, Paul Allen (interpretato da Jared Leto) e, per non destare sospetti, fa in modo di far credere agli altri che Paul sia andato improvvisamente in viaggio a Londra. Alla fine del film, inspiegabilmente, quando Patrick tenta di spiegare nuovamente quello che ha fatto, il suo avvocato non gli crede e gli comunica che qualche giorno prima ha incontrato per davvero Paul a Londra e hanno cenato insieme. 

Lo stesso Patrick, a questo punto, è confuso. Nessuno gli crede, nessuno nota i segnali che egli stesso lancia, neppure le sue confessioni, chiare e dirette. Quelli che potevano essere dei semplici dubbi per lo spettatore, sembrano diventare certezza: Patrick si è inventato tutto. Non ha davvero ucciso tutte quelle ragazze e nascosto i corpi nel vecchio appartamento di Allen; non ha davvero ucciso Paul Allen, inventando il suo viaggio a Londra; non ha davvero ucciso tutte quelle persone. 

Ma è davvero così? In una intervista, la stessa regista ha ammesso che la scena finale le è “uscita male” e che il finale doveva essere in realtà aperto: insomma, lo spettatore non doveva avere l’impressione che si trattasse di uno scherzo della mente malata di Patrick. 

Un’analisi attenta del monologo finale di Bateman può aiutare a capire che, in realtà, per quanto la scena possa essere venuta male, il finale è davvero aperto:

«Non ci sono più barriere da attraversare. Tutto ciò che ho in comune con l’incontrollabile e la follia, la depravazione e il male, tutte le mutilazioni che ho causato e la mia totale indifferenza verso di esse; tutto questo ora l’ho superato. La mia pena è costante e affilata, e io non spero per nessuno un mondo migliore, anzi voglio che la mia pena sia inflitta agli altri, voglio che nessuno possa sfuggire. Ma anche dopo aver ammesso questo non c’è catarsi: la mia punizione continua a eludermi, e io non giungo a una più profonda conoscenza di me stesso. Nessuna nuova conoscenza si può estrarre dalle mie parole. Questa confessione non ha nessun significato.»

La sua punizione continua ad eluderlo! Già, perché Bateman è davvero un assassino, uno psicopatico che non sa più con certezza cosa sia reale e cosa non lo sia, ma l’immagine che hanno gli altri di lui – un’immagine di un uomo talentuoso, prestigioso, a modo e con uno spiccato senso dell’umorismo – e la conseguente indifferenza e superficialità dell’ambiente che lo circonda, fanno in modo che nessuno possa mai davvero credere a quello che dice riguardo i suoi omicidi. 

Fa tutto parte del suo strambo senso dell’umorismo, no? Così le sue confessioni non hanno alcun significato, nessuno sa davvero cosa sia successo, nessuno si chiede se Bateman stia dicendo la verità, se Paul Allen sia davvero morto, se quelle ragazze siano davvero state uccise. È tutto confuso, sfumato, incerto, persino per l’artefice stesso di queste – probabili – atrocità. 

Un film postmoderno a tutti gli effetti: è postmoderno il protagonista, consumatore per eccellenza, che esprime l’importanza e la bellezza del conformarsi a dei canoni precisi e stabiliti; sono postmoderne le sue riflessioni e, infine, è postmoderno il finale che è tutt’altro che fraintendibile. Un finale che ci fa chiedere se il male sia Patrick Bateman in quanto assassino o psicopatico, o se sia la società il vero male.

Una società alienante, superficiale, che non presta attenzione agli individui e li rende involucri senz’anima, entità astratte alle quali nessuno presta attenzione. 

Anna Illiano

Vedi anche: Genio e perversione: da Gauguin a Woody Allen, il lato oscuro dei maestri dell’arte

Anna Illiano

Anna Illiano (Napoli, 1998) è laureata in Lingue e Letterature euroamericane e si sta specializzando in editoria e giornalismo presso La Sapienza di Roma. Ha un blog personale “Il Giornale Libero” ed è articolista per il magazine La Testata. Dal 2021 collabora occasionalmente col giornale “il Post Scriptum”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button