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Fatemi vivere come Don Juan, in Soho e un po’ punk

Più di un anno di chiusura dei teatri di tutto il mondo, più di mille spettacoli rimandati tra concerti ed eventi, e sono bastati 100 minuti per ritornare indietro nel tempo, riavvolgere il nastro di un’anormalità improvvisa e godersi la comodità di certe poltrone.

Finalmente il pubblico ritorna in sala e tra loro anch’io, che non aspettavo altro che godermi ancora una volta i personaggi di Daniele Russo, stavolta nei panni di un Don Giovanni contemporaneo, che ce la fa: conquista tutti!

Tornano il vociare, gli odori, gli applausi al Teatro Bellini di Napoli, dove per la nuova stagione va in scena, dal 20 ottobre al 7 novembre, proprio Don Juan in Soho di Patrick Marber ispirato al Don Giovanni di Molière per la regia di Gabriele Russo.

Il protagonista è ben noto a tutti: un uomo avido ed avaro, per niente disposto a rinunciare allo stile di vita che ha scelto per sè, ma anzi così occupato a cercare il proprio piacere da trasgredire a qualsiasi legge morale e divina. Oltre ad essere un inguaribile spirito libero, è anche una persona sprezzante del pericolo e sempre alla ricerca dell’avventura, non solo amorosa.

Quello che rende ancora più efficace il Don Juan di Patrick Marber è l’adattamento della vicenda ai tempi moderni. Don Juan è infatti un famoso Dj, spregiudicato, fascinoso antieroe ma allo stesso tempo assolutamente autentico, che si muove tra le luci rosse di Soho, il quartiere londinese avvolto dalle più disparate trasgressioni.

Il nuovo Don Juan non riesce a trovare la sua redenzione, è incapace di chiedere scusa perché impegnato a prendersi gioco del prossimo, della stessa moglie, del padre e anche del suo assistente. Quasi come se più che il piacere fisico della carne, lui provi piacere nel ferire l’altro, ed è tutto quasi ai limiti del masochismo.

Quando finalmente iniziamo a conoscere il personaggio scopriamo che questo Don Juan è davvero incapace di provare qualsiasi tipo di senso di colpa. Agisce in maniera completamente disinteressata, senza assumersi responsabilità, e lo osserviamo mentre seduce donne (e uomini), compiendo atti osceni e volgari (alternati da un linguaggio forbito), istiga alla violenza e si spaccia per ciò che non è (dottore compreso!).

Intorno a lui, ruotano una serie di tipi umani che si scontrano ma si riconoscono vittime, in qualche modo, dello stesso uomo egoista e veemente: l’escort, l’arrivista, la radical chic, un padre devastato e umiliato come lo stesso assistente Stan, e una Elvira attivista impegnata nella difesa di un ecosistema sostenibile e che Don Juan stesso definisce tutta “riso integrale e Birkenstock“.

Ma c’è una cosa che fa riflettere mentre osserviamo Don Juan: piano piano quell’essere spregevole riesce a sedurre anche noi. Perchè oltre ad essere ignobile e instabile e pericoloso, è anche provvisto di una razionalità e di un’intelligenza tutta sua. Lì capiamo che questo nuovo Don Giovanni non è uno stupido, ma forse qualcuno che ci piacerebbe tanto essere.

Oggi nell’epoca delle «scuse sui social confuse con l’autenticità», dei «miliardi di autobiografie non richieste», dell’«ipocrisia come status symbol», molti vogliono fare i Don Giovanni ma pochi sanno esserlo, e pochissimi ne accettano fino in fondo le conseguenze.

Eppure Don Juan decide di vivere esattamente come desidera, senza piegarsi ad alcuna scusa o cambiamento, così punk nella sostanza che si conferma essere «satana in Dolce&Gabbana», accetta di morire pur di non rinnegare neanche la parte più meschina di sè.

Chi può minacciare di morte qualcuno per ciò che è e per come vive? Eppure si fa, e ogni giorno di più. L’estrema scelta del “voglio vivere solo come piace a me” come lo stesso DJ fa, è una libertà sì, ma solo finché non lede la libertà altrui.

«Fino a che punto sono disposto a sacrificare le mie libertà?», si chiede e ci chiede il regista Gabriele Russo.

Cosa c’è di così terribile nell’essere buoni?
Certi piaceri provocano una valanga di dolori, ma forse solo così ci sentiamo veramente vivi.

Serena Palmese
Photo credits Mario Spada

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Serena Palmese

Mi piacciono le persone, ma proprio tutte. Anche quelle cattive, anche quelle che non condividono le patatine. Cammino, cammino tanto, e osservo, osservo molto di più. Il mio nome è Serena, ho 24 anni e ho studiato all’Accademia di belle Arti di Napoli. Beati voi che sapete sempre chi siete.

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