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Palestina e Israele: la guerra atavica ed il vaccino anti-Covid

Chiunque non abbia vissuto sotto una roccia per tutta la vita conosce bene, o ha sentito parlare e battagliare, del conflitto ormai atavico tra Israele e Palestina.

Un conflitto che a noi occidentali sembra incredibile, assurdo, forse obsoleto ma che continua a danneggiare ed osteggiare una applicazione propria dei diritti umani.


Il vaccino anti-Covid ne è l’ultima, terribile conseguenza.

Israele – come ben sappiamo perché sbandierato da televisioni internazionali e stampa – ha raggiunto una percentuale di vaccini anti-Covid19 davvero impressionante. Il dieci percento della popolazione è già vaccinato, in tempi record.

Nulla nell’accesso al vaccino è però fedele ai diritti umani che vengono millantati o sostenuti da un mondo che si autoproclama civile, giusto, equo. Coloro che vivono nel “West Bank” (Cisgiordania) –  o che, meglio, “occupano” secondo gli israeliani – possono solo mettersi lì pazientemente ad attendere ed osservare.

Una pandemia globale che non ha fatto altro che esacerbare le disuguaglianze di un mondo fintamente democratico, rischia di generare una ennesima crisi sanitaria ed umanitaria, rendendo l’accessibilità al vaccino anti-coronavirus elitaria. E non parliamo solo di ricchezza, possedimenti, denaro, ma anche di cultura, storia, geografia e religione. Un bene che dovrebbe essere garantito a tutta la popolazione mondiale, ovvero la prevenzione medica, diventa esclusivo, raro, addirittura inaccessibile per il conflitto secolare tra israeliani e palestinesi.

I numerosi cargo di vaccino Pfizer/BioNtech che vengono trasportati fino ai territori della profonda Cisgiordania non raggiungono mai, infatti, i cittadini palestinesi, ma solo gli abitanti ebrei. Una fetta così ampia della popolazione completamente ignorata dal governo del paese che – nelle parole del proprio Primo Ministro Benjamin Netanyahu – “potrebbe essere il primo ad uscire dalla pandemia” risulta ancora una volta uno schiaffo in pieno viso a chi per anni ha cercato di acquisire una visibilità, una tangibile risoluzione ad un conflitto antico e violento.

Israele è, da sempre nella storia della politica contemporanea, una potenza con formidabili conoscenze e applicazioni tecnologiche, una massiccia forza sanitaria con  risorse potenzialmente infinite. La ricchezza di un paese e la difficoltà di un popolo – erroneamente definibile come “limitrofo” – ad accedere anche solo ad una dose di vaccino in tempi brevi non è ignorabile, ma solo condannabile. Parliamo dello specchio della nostra società, l’immagine riflessa di un equilibrio mondiale che non funziona, una ferita profonda che lede e lentamente uccide.

La crisi porta al cambiamento, la perdita dell’equilibrio ad un equilibrio nuovo e si spera nel protendersi delle politiche internazionali ad una equa considerazione della vita.

Il diritto alla salute, il diritto alla vita, non è politicabile, non è opinabile, non è una scelta, è il valore assoluto.



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Sveva Di Palma

Sveva. Un nome strano per una ragazza strana. 32 anni, ossessionata dalla scrittura, dal cibo e dal vino, credo fermamente che vincerò un Pulitzer. Scrivo troppo perché la scrittura mi salva dal mio eterno, improbabile sognare. È la cura. La mia, almeno.

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