Intervista a Luciano Garbati: le metamorfosi di una scultura

Luciano Garbati è ormai noto a tutti come l’autore di Medusa con la testa di Perseo, la statua che sta conquistando New York e il mondo intero.

Tutte le sue opere, in realtà, raccontano la mutevolezza dei nostri tempi.

Una tecnica impeccabile, ricca di riferimenti, perché la perfezione formale della scultura antica non si può dimenticare, ma i concetti, quelli possono cambiare.

Tra metamorfosi visive e narrative, il nostro viaggio nell’arte di Luciano Garbati inizia ora.

Osservando le opere presenti sul suo sito web ho notato dei riferimenti alla scultura classica. Può spiegare il perché di questa scelta? 

«Sì, ci sono riferimenti espliciti alla scultura classica, così come a quella manierista e barocca, che ho sempre amato. Quando ho iniziato a fare scultura ho imitato quei “modi”, che secondo me a livello tecnico sono assolutamente eccezionali e difficilmente riproducibili, quindi ne ho tratto ispirazione per fare qualcosa di nuovo. Inizialmente la scelta è stata puramente formale, successivamente ho tentato anche di farlo dal punto di vista concettuale. A quel punto sono apparsi riferimenti alla scultura greca, classica e arcaica. La mia scelta è quella di lavorare coinvolgendo sempre elementi della storia della scultura».

Nelle sue opere ho visto una tendenza alla metamorfosi. I corpi diventano elementi moderni, oggetti apparentemente decontestualizzati. Qual è il motivo di questa trasformazione? 

«Attraverso la scultura io mi occupo del rapporto tra il corpo e l’alterità. Il modo in cui il corpo reagisce, si trasforma, si modifica e anche il modo in cui l’alterità stessa opera sul corpo, lo definisce. Il limite non è più nitido. Le mie sculture cercano di dare l’idea di cosa una figura stia attraversando in un determinato momento. La scultura è un fotogramma, perché coglie un solo attimo, ma è proprio in quell’attimo che il corpo viene modificato in modi di cui non siamo consci. Cerco di esplorare le trasformazioni prendendo in considerazione tutti gli aspetti della realtà».

Ora parliamo della sua Medusa. Com’è nata l’idea del capovolgimento della statua di Cellini e della sorte di Medusa? 

«Qui possiamo parlare di metamorfosi narrativa, perché non c’è una trasformazione nel corpo, ma nella storia. Il motivo per cui l’ho fatto è semplice. Avevo il mito in mente, avevo la voglia di affrontare una scultura che si ispirasse al mito. Ero stufo delle rappresentazioni delle “vittorie”, pensavo appunto alle opere di Cellini, di Canova, o di Laurent-Honoré Marqueste. Sembrava più interessante concentrarsi sul personaggio di Medusa, e leggendo il mito narrato da Ovidio ho pensato che dal punto di vista di Medusa si trattasse di una storia tragica. Volevo trasmettere le emozioni del personaggio dopo la lotta contro Perseo, un momento in cui lei riesce a salvare la propria vita, un attimo che rappresenta un atteggiamento verso il futuro, un limite che nessun altro oltrepasserà».

Il fatto che la sua statua sia stata posta di fronte al tribunale in cui è stato condannato Harvey Weinstein l’ha fatta diventare un simbolo. Simbolo di giustizia. Possiamo dire che rappresenti l’idea del femminismo contemporaneo. È d’accordo con questa affermazione? 

«La scultura esposta a New York è una copia dell’originale fatta nel 2008, anno in cui non esisteva il #metoo, lo chiarisco perché alcuni pensano che la statua sia nata per rappresentare il movimento, ma non è così. Il pubblico ha dato un’interpretazione nuova all’opera, e secondo me questo è positivo, perché è il rapporto con l’osservatore che dà vita all’opera.

Il luogo è stato scelto da me a gennaio del 2019. Mi sono ritrovato in una piazza piccola circondata dalla Criminal Court, dalla Civil Court e dalla Family Court, edifici dove viene impartita la giustizia. La Criminal Court ha incisa una citazione di Jefferson, che fa riferimento all’uguaglianza degli uomini di fronte alla giustizia. Quindi ho capito che quello sarebbe stato il posto giusto.

Non so se diventerà simbolo del femminismo, ma il percorso sembra quello e a me sta bene».

La sua opera, realizzata nel 2008, ha iniziato a diffondersi dieci anni dopo grazie ai social network. Pensa che sia questo il nuovo canale di diffusione per l’arte? 

«Nel 2001, quando vivevo a Roma, acquistavo una rivista grazie a cui potevo scoprire opere di artisti che non conoscevo. Forse questo è il tempo dei social network, che però sono uno strumento ampio, quindi c’è il rischio di perdersi nel loro oceano. Sono un’ottima opportunità, ma forme d’arte come la scultura hanno bisogno di esprimersi dal vivo per essere efficaci».

Un’ultima domanda. Vorrei un suo parere in merito all’attuale ruolo dell’arte. Nel 2020 si può ancora parlare di ars gratia artis (l’arte per l’arte), oppure in un mondo in cui siamo tutti costantemente informati, l’arte per essere apprezzata deve necessariamente avere un valore sociale e politico? 

«Secondo me in termini politici più che informati siamo conformati, pur non sapendolo, e questo ci dà una predisposizione diversa per l’arte. Un altro problema è il rapporto degli artisti nei riguardi della propria produzione. Forse una carica politica è necessaria, ma non è necessario che un’artista la cerchi, perché facendolo il senso dell’opera può svanire».

E mentre l’arte muta noi mutiamo con essa, una metamorfosi continua di vita, politica e società.

In fondo lo stesso Gauguin diceva: “l’arte è o plagio o rivoluzione”.

 

Angela Guardascione  

 

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