Come Ida Chagall salvò i dipinti del padre dall’Europa nazista

Marc Chagall arrivò a New York nel 1941, portando con sé una pesante reputazione artistica ma una valigia relativamente vuota: tutti i suoi folkloristici, fiabeschi dipinti viaggiavano infatti un’altra nave – o così pensava lui – come attori non protagonisti di quel dramma che era stato fuggire da un’Europa quasi totalmente finita sotto il giogo nazista.

Alfred H. Barr, il direttore del Museum of Modern Art di New York, lo aveva invitato a tenere una personale al museo, come scusa per ottenere un permesso di soggiorno per gli Stati Uniti. Con il supporto della folta comunità di collezionisti ebrei americani, che pagarono per il viaggio, l’artista e sua moglie Bella colsero al volo l’occasione e lasciarono la Francia più in fretta che poterono. Portarono con sé il necessario, ma furono costretti a lasciarsi indietro più di un tesoro.

Uno di questi fu la loro unica figlia, Ida, che non riuscì ad ottenere il permesso attraverso l’invito di Barr; l’altro, fu la sua collezione di dipinti.

Prima di lasciare l’Europa, Chagall aveva in ogni caso preso accordi perché alcuni bauli contenenti le sue opere fossero trasportati negli Stati Uniti, lasciando invece alla sua vita in Francia la figlia Ida. Pur preoccupato per la sua sorte, l’artista sapeva di essere lui quello più esposto (la Germania nazista lo perseguitava perché, oltre che ebreo, era anche stato bollato come artista degenerato), e la sua fuga era più che mai necessaria.

Dunque, Chagall e Bella scapparono velocemente, completando così due anni di fuga dal Terzo Reich: la coppia aveva lasciato Parigi nel 1939, spostandosi verso sud mentre le truppe tedesche si raccoglievano al confine settentrionale della Francia, portandosi sempre appresso i bauli con i dipinti.

Quegli stessi bauli che imbarcarono in una differente nave per il viaggio oltreoceano, solo per scoprire, una volta arrivati negli Stati Uniti, che le autorità spagnole li avevano sequestrati: le opere del pittore russo non erano mai partite.

Un disperato Chagall scrisse allora alla figlia Ida, che, ancora rifugiata nel sud della Francia, diede inizio ad un’eroica missione per salvare i dipinti paterni dagli spagnoli, dai nazisti, dalla guerra. Andò in Spagna lei stessa, da sola, per cercare di rilevare i bauli. Suo marito, Micheal, fu arrestato al confine spagnolo qualche giorno più tardi, costringendo Ida a dividere le proprie forze tra il tentativo di salvare il tesoro paterno e quello di salvare suo marito. Riuscì a fare entrambe le cose: “Ida aveva saputo suonare l’arpa della burocrazia con estrema arte e persistenza, tirando tutti i fili giusti”, scriverà Sydney Alexander in una biografia di Chagall.

Si presentava ora un’altra, difficilissima missione: trasportare i bauli in America, sapendo che ormai non c’era quasi più nessuna nave che partisse dall’Europa per attraversare l’Atlantico. Con un po’ di fortuna – e un po’ di denaro ricevuto dai genitori – Micheal comprò due costosissimi biglietti a 600 dollari (più o meno 11.000 dollari odierni), su una nave che avrebbe trasportato rifugiati ebrei. La coppia riuscì anche nell’eroico tentativo di imbarcare i bauli con i dipinti, sul ponte di una nave già stipata fino all’inverosimile.

D’altronde, far uscire clandestinamente opere d’arte durante il frenetico periodo della II Guerra Mondiale non era affare semplice, anche con molte più possibilità: Peggy Guggenheim passò i primi anni della guerra a comprare un gran numero di opere di artisti contemporanei, temendo l’avanzata tedesca. Nel 1941, ne fece uscire dall’Europa la maggior parte, nascondendo le tele arrotolate all’interno di un carico di lenzuola e tovaglie.

Circostanze molto migliori, insomma, di quelle che si trovarono ad affrontare Ida e Micheal sulla Navemar nell’agosto del 1941. La nave a vapore, costruita per il trasporto merci e per un massimo di quindici persone, venne stipata di 1180 passeggeri, più quattro buoi che dovevano servire come riserva di carni per i quaranta giorni di viaggio, non essendoci refrigeratori a bordo. Le condizioni erano raccapriccianti, ma quella era l’unica nave che avrebbe permesso il passaggio in America per i rifugiati, alcuni dei quali morirono in mare e dovettero essere scaricati fuoribordo.

Da New York, Chagall leggeva della situazione della Navemar dai giornali: “Abbiamo letto, oggi… che quella nave è un campo di concentramento galleggiante!”, scrisse in un’occasione a Morris ed Ethel Troper, direttori europei della commissione per il soccorso degli ebrei americani, mentre in un’altra lettera cita quello che la stessa Ida riuscì a scrivergli prima di prendere il mare da Lisbona: “Sono tutti malati, con febbri a quaranta gradi, senza medicine, senz’acqua, senza cibo. Noi non possiamo dormire, sapendo che i nostri figli vivono in condizioni peggiori degli animali!”.

E Ida e Micheal vivevano, davvero, come animali tra gli animali. Avevano deciso di viaggiare sul ponte, per evitare che i dipinti deteriorassero nell’umidità della stiva. Una scelta che si rivelò decisiva: non solo, infatti, i due riuscirono a sopravvivere al viaggio, ma arrivarono sane e salve anche tutte le tele di Chagall, mentre gli altri bagagli, stipati nella stiva, marcirono e furono gettati in mare all’arrivo a New York.

Qualche anno dopo, nel 1946, Chagall ebbe davvero la sua personale al Museum of Modern Art: un momento di riscatto per un’intera comunità – quella ebraica europea sopravvissuta all’Olocausto – che poté tornare ad ammirare i suoi amanti fluttuanti, animali pieni di un pensoso surrealismo, quei sentimenti più grandi della vita stessa che sarebbero andati perduti per sempre se non fosse stato per il coraggio e la prontezza di una donna, Ida Chagall.

Marzia Figliolia

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