Donne, e che donne!

di Ilaria Aversa

Sensualità, fascino, taboo: l’espressione della figura femminile nell’arte dell’‘800.

Se pensiamo al corpo di una donna, ci compaiono in mente modelli ideali di morbidezza e perfezione: fianchi stretti e seno prosperoso. Quest’idea nasce dal seguire un canone, uno standard, che i media tendono a propinare alla società. La vera bellezza di una donna sta nella somma dei suoi difetti, nel suo viso troppo squadrato e nel suo naso un po’ gobbo.

Risulta normale continuare a paragonarci al modello che più è in voga al momento, così come lo era anche secoli fa. Basti pensare alle figure botticelliane, angeliche muse dalle forme rotonde, così diverse dal fisico androgino prediletto negli anni ’20 del ‘900.

A partire dal XIX secolo, cresce la consapevolezza delle donne rispetto al loro ruolo nella società. Colte, operaie, seduttrici, cominciano a emergere e a diventare soggetto principale per molti artisti che intravedono in loro la famosa donna angelo dantesca, consorte devota e vestale della casa, o ancora la manifestazione delle fantasie più nascoste, dell’eros e dello scandalo. Due movimenti opposti che vedono nel Romanticismo di inizio secolo un’idealizzazione sostituita ad un realismo più sprezzante e cinico dopo l’avvento dell’Illuminismo.

Ancora più interessante è il paradosso che si nasconde dietro la rappresentazione dei nudi. Molte giovani venivano ritratte totalmente svestite, ma solo alcune opere riuscivano ad ottenere il successo meritato. Ciò avveniva per piccoli dettagli che risultavano sconcertanti ad un occhio critico, soprattutto per la mentalità del tempo.
Bisogna partire dal presupposto che il nudo femminile fosse puramente indecente. Una donna non poteva essere rappresentata in foto o in un quadro senza indumenti, ne sarebbe valsa la sua reputazione.

Come spiegare, allora, l’infinita carrellata di ninfette e dee che si presentano in tutto il loro splendore agli occhi dell’osservatore?

La risposta risiede nella domanda stessa: sono esseri divini.

Il velo della mitologia rende accettabile qualcosa che nella realtà viene giudicato poco rispettoso.

Un esempio lampante potrebbe essere la “Venere sulle acque” di Alexandre Cabanel, raffigurante una splendida donna poggiata sulle onde, che, senza affondare, si abbandona a un dolce sonno.Candida ed eterea, suscita quasi invidia a guardarla nella sua perfezione e non desta alcun tipo di repulsione proprio per la sua concezione divina.

Diametralmente opposta, sfacciata nello sguardo ed acerba nel corpo, un’altra celebre opera dell’’800, ovvero l’“Olympia” di Edouard Manet. Una bambina, una prostituta adagiata su un letto sfatto che guarda verso l’osservatore e lo invita a raggiugerla. Con una mano copre il pube, con l’altra sposta un lenzuolo dal ventre mentre la serva nera le porge un mazzo di fiori di qualche ammiratore. Quella ragazzina altri non è che l’amante del pittore stesso, che decide di non idealizzarla, ma di descriverla così com’è. Mostrando al mondo la verità sotto gli occhi di tutti, Manet propone una visione del nudo mai vista prima, dove non c’è bisogno di mascherare il soggetto tramite la finzione del mito.

Al di là del nudo, le mille sfaccettature delle donne vengono finalmente messe in evidenza, partendo dalla loro emancipazione sempre più evidente, fino ad arrivare alla forza ed al coraggio di sapersi imporre in un mondo di uomini, senza, però, mai rinunciare alla propria femminilità.

Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, come dietro ogni grande artista c’è sempre una musa ispiratrice.

E qualcuno ancora parla di sesso debole.

 

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