Olimpiadi Cortina 2026 e Half Time del Super Bowl: analisi di palcoscenici politici

Due eventi diversissimi, certo. Ma stessa dinamica, un palco globale, un pubblico planetario e una lettura politica inevitabile. Perché su certi palcoscenici non esiste solo lo spettacolo, ogni scelta, anche quella dell’assenza è una dichiarazione.
Negli ultimi giorni, mentre l’attenzione pubblica oscilla tra crisi geopolitiche, tensioni internazionali e un flusso di notizie sempre più frenetico, si sono consumati due eventi di portata simbolica enorme: la cerimonia olimpica e l’half time del Super Bowl.
Due spettacoli profondamente diversi per natura, contesto e funzione, ma accomunati da un elemento decisivo: la centralità dello sguardo globale. Il concetto di neutralità qui è a livelli fiabeschi. Eventi di questo spessore mediatico non sono mai solo intrattenimento. Fermarsi alla superficie significa perdere il punto, ciò che accade davvero è culturale. Musica, sport, spettacolo, moda non sono semplici forme di svago. Sono cultura. E la cultura, inevitabilmente, è politica. Non nel senso partitico del termine, ma nel suo significato più profondo, perché ricca di rappresentazione di valori, inclusioni ed esclusioni, identità collettive e visioni del mondo.
Ogni elemento scenico, ogni scelta estetica, ogni artista presente o assente, ogni simbolo esposto o silenziato costruisce un discorso, su chi siamo, su chi vogliamo apparire e, soprattutto, su chi viene lasciato ai margini della narrazione ufficiale.
La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Cortina si inserisce perfettamente in questa logica. Tutto sembra orientato verso una rassicurante celebrazione della tradizione, del patrimonio culturale e dell’eredità storica. Una scelta comprensibile sul piano dell’immagine internazionale, perchè la tradizione è riconoscibile, esportabile e quanto più diplomaticamente neutra. È un linguaggio che non disturba né tantomeno sbilancia. Proprio questa – assurda – neutralità, diventa, paradossalmente, una posizione politica.
Insistere su una narrazione identitaria ancorata quasi esclusivamente al passato, in un paese attraversato da fratture sociali, culturali e generazionali evidenti, significa costruire una rappresentazione selettiva del presente. Un’immagine pulita, composta ed esteticamente coerente, ma sempre più distante dalla complessità reale della società italiana. Qui la questione non è la tradizione in sé — che resta patrimonio e valore — ma il suo utilizzo simbolico come rifugio. Perché sbilanciarsi sul contemporaneo quando il passato rassicura i grandi osservatori internazionali? Perché interrogare il presente quando l’eredità culturale continua a funzionare come marchio globale?
La cerimonia è la rappresentazione plastica di una messa in scena elegante ma conservativa, in cui l’inclusività viene spesso evocata più che realmente rappresentata. L’assenza di alcune voci contemporanee, di artisti capaci di raccontare le contraddizioni sociali attuali, non può essere letta come semplice svista organizzativa. In contesti simbolici di questa portata, le assenze sono scelte pensate, e su palchi di questo spessore, sono inevitabilmente scelte politiche.
Ne emerge così, l’immagine di un paese che continua a rappresentarsi attraverso codici estetici consolidati e istituzionali, rassicuranti ormai solo da fuori. Un paese che continua a voler celebrare il proprio patrimonio con grande efficacia scenica, ma che fatica a interrogare il proprio presente culturale. Non è una questione di modernità estetica, ma di postura.
Se il palco olimpico è stato questo, quello del Super Bowl opera invece attraverso una spettacolarizzazione dichiaratamente politica del linguaggio culturale. Non si tratta semplicemente di intrattenimento ad alto budget o di capitalismo spettacolare — che pure esiste ed è evidente — ma di una costruzione narrativa consapevole, stratificata e ben orientata.
Lo spettacolo dell’half time, negli ultimi anni, ha progressivamente smesso di essere una semplice parentesi musicale per trasformarsi in uno strumento culturale capace di prendere posizione. Non lo fa attraverso una propaganda esplicita, ma attraverso rappresentazioni di corpi, estetiche, linguaggi, storie marginalizzate che vengono spostate al centro della scena globale. Si agisce sul piano antropologico prima ancora che politico, ridefinendo chi può occupare il centro del palco, chi viene rappresentato e quali identità vengono legittimate culturalmente davanti a milioni di spettatori.
Due palchi globali, dunque. Due linguaggi radicalmente diversi.
Da un lato una narrazione che celebra il passato come garanzia di stabilità simbolica. Dall’altro una messa in scena che utilizza lo spettacolo per interrogare il presente e ridefinire le gerarchie culturali. Non si tratta di stabilire quale sia “migliore”, ma di osservare quale tipo di discorso culturale viene prodotto. Ed è proprio qui che la questione diventa esplicitamente politica nel caso italiano. Perché quando un paese dispone di uno dei palchi simbolici più osservati al mondo e sceglie di rappresentarsi quasi esclusivamente attraverso codici istituzionali e storicizzati, sta comunicando qualcosa di preciso, ovvero una difficoltà strutturale nel confrontarsi con la propria contemporaneità culturale, nella totale assenza di rappresentazione della cultura viva. L’Italia resta potentissima sul piano simbolico globale, ma rischia di apparire culturalmente immobile quando utilizza eventi di tale portata come vetrine statiche, più che come spazi di narrazione del presente.
E in un’epoca in cui le identità nazionali si giocano anche sul terreno della rappresentazione culturale, questa scelta non è neutra, né innocua. Scegliere di celebrare solo ciò che è già consolidato significa, implicitamente, escludere ciò che è in trasformazione. Significa raccontare un paese elegante, ma non necessariamente attuale. Inclusivo nel linguaggio, ma selettivo nella rappresentazione. Orgoglioso del proprio patrimonio, ma esitante nel dare spazio alle sue fratture e alle sue periferie culturali, e inevitabilmente, alle sue nuove generazioni.
Tutto questo è politica. Non dichiarata, non urlata, ma profondamente simbolica. Perché i grandi palchi globali non servono solo a intrattenere. Servono a raccontare chi siamo davanti al mondo. La vera questione non è quale spettacolo sia più riuscito, ma quale visione culturale venga messa in scena. Perché nel momento in cui un paese parla al mondo attraverso simboli così potenti, il silenzio su alcune realtà diventa esso stesso un linguaggio. E, come ogni linguaggio culturale, anche questo — inevitabilmente — è politico.
Serena Parascandolo
Leggi anche: Milano Fashion Week Uomo 2026: tra chi trasforma la crisi in stile e chi, finalmente, si fa delle domande



