Il pianeta dopo il Covid-19

Una raccolta di conseguenze positive e negative dei lockdown, con qualche previsione.
Da quando il Coronavirus è stato individuato per la prima volta a Wuhan lo scorso Dicembre, oltre un milione di persone ha perso la vita.
La tragedia ha investito l’intero pianeta, ma lo sconvolgimento è molto più profondo della mera crisi sanitaria.
Mentre gli Stati mettevano in atto tutte le misure contenitive del caso, con quarantene e chiusure, l’economia globale è crollata. Gran parte delle attività industriali e commerciali è stata arrestata, il turismo è bloccato, i trasporti di ogni sorta sono ridotti all’osso.
Ma ciò che gli studiosi hanno dimostrato è che il peso complessivo del lockdown è così importante da aver influito addirittura sul “pianeta”. Conseguenze sul clima, sull’atmosfera, sui mari, mostrano con disarmante evidenza la responsabilità dell’uomo sulla situazione ambientale.
EFFETTI POSITIVI?
Articoli come quello di Sulaman Muhammad e Xingle Long, “COVID-19 pandemic and environmental pollution: A blessing in disguise?” (Science of the Total Environment, 2020), prendono in considerazione i risvolti positivi del lockdown.
Il diossido di azoto è un agente inquinante “considerato estremamente letale per la salute umana” (Faustini et al., 2014). I dati mostrano che è diminuito del 20-30%, soprattutto a causa del calo di traffico aereo del 96%, tornando a valori vecchi di 75 anni.
Per Gabriele Crescente (Internazionale), tale 30% di diossido di azoto equivale a “duecento milioni di tonnellate in meno, l’equivalente delle emissioni prodotte in un anno dall’Egitto. Secondo una stima questo ha evitato almeno cinquantamila morti per inquinamento atmosferico, cioè più delle vittime del Covid-19 nello stesso periodo (un mese)”.
Anche Frédéric Dutheil, medico e ricercatore, giunge alle stesse conclusioni. “L’inquinamento atmosferico ha causato 4000 morti prevenibili ogni giorno, cioè 1,6 milioni di morti, nel 2016. […] Prendendo in esame un lasso di tempo di due mesi con la ridotta quantità di inquinamento […], abbiamo il triste risultato di una riduzione del 6% nella mortalità da inquinamento (100.000 vite salvate, solo in Cina)”.
(COVID-19 as a factor influencing air pollution?, Elsevier, 2020).
A Marzo e Aprile, la diffusione in rete di foto e video ha permesso di apprezzare altre conseguenze positive del lockdown, come la straordinaria limpidezza delle acque veneziane, con cigni e banchi di pesci.
Andrea D’Alpaos, professore di Geoscienze presso l’università di Padova, sostiene che “forse è un salto un po’ troppo alto dire che le acque sono meno inquinate. Sicuramente, se non ci sono battelli e barche in movimento, si riduce la sollecitazione dei fondali, si riduce la quantità di idrocarburi rilasciati nelle acque di Venezia, si riducono le acque reflue scaricate nei canali” (Il Bo Live, 2020).
A parte i delfini nella laguna di Venezia, poi rivelatisi una delle tante fake news, sono confermati gli avvistamenti a Napoli, Cagliari e Trieste di tonni e delfini, molto più vicini alle coste a causa dell’assenza di imbarcazioni, ed a Sassari e Bergamo di cinghiali, che si sono eccezionalmente avventurati nelle città deserte.
Charlie Gardner, ricercatore dell’università del Kent, scrive: “Meno auto sulle strade significano meno animali investiti, e molti uccelli e roditori saranno risparmiati perché i gatti domestici saranno tenuti in casa dai loro padroni. Nelle città i fiori di campo prospereranno, perché le amministrazioni si renderanno conto che tosare parchi e aiuole non è un’attività essenziale. La natura, a quanto pare, è di ritorno” (The Conversation, 2020).
EFFETTI NEGATIVI?
“Sfortunatamente, questa è solo un’immagine parziale, limitata alla minoranza dei paesi industrializzati” continua Charlie Gardner. Certo, i paesi più poveri hanno organizzato forme di assistenza in denaro per le famiglie a basso reddito.
Ma popolazione rimane “incredibilmente vulnerabile. Per molti, i boschi e i mari saranno l’unica rete di protezione. Per i più poveri, sfruttare le risorse naturali è l’unica opzione. Animali selvatici, pesci e boschi raramente appartengono a qualcuno […] e non c’è bisogno di una laurea per maneggiare un’ascia” (The Conversation, 2020). Molti, inoltre, saranno costretti a bruciare le foreste per produrre carbone e ottenere terreno fertile.
Perfino il calo improvviso di autovetture nelle città è diventato un’arma a doppio taglio. I più hanno celebrato la riduzione delle emissioni tossiche e quindi di smog. Tuttavia sono andati in fumo ben 130 miliardi di dollari investiti in petrolio, rimasto invenduto.
Dal punto di vista ambientale potrebbe ancora sembrare una buona notizia, ma come Glen Peters fa notare “tutte le recenti crisi economiche sono state accompagnate da riduzioni delle emissioni […] Ogni volta, però, il calo è stato di breve durata, e la ripresa economica ha portato con sé un aumento delle emissioni”.
Infatti, è nei periodi di benessere che gli Stati possono investire in tecnologie sperimentali non inquinanti. Ma “durante i periodi di crisi i governi hanno meno risorse da investire nei progetti virtuosi e tendono a favorire la ripresa delle attività produttive tradizionali inquinanti” (The Conversation, 2020).
A dimostrazione di questa tendenza c’è la Cina, che ha già annunciato la costruzione di centrali a carbone nel tentativo di far ripartire l’economia.
In questo quadro così complesso e stratificato, siamo attratti da una parte dall’ottimismo di chi ritiene definitivamente conclusa l’era dei combustibili.
L’ottimismo di chi parla di un “ritorno della natura” e crede che gli Stati sceglieranno soluzioni ecologiche e più stabili rispetto al petrolio, imprevedibile… ma, d’altra parte, siamo spaventati dalle previsioni di un ritorno compulsivo ai combustibili, particolarmente accattivanti per i prezzi stracciati. Ma cosa rappresenta questa svalutazione?
Diamo un’occhiata alla Russia e all’Arabia Saudita, che proprio prima del lockdown erano impegnate in una lotta all’ultimo barile. Estraendo enormi quantità di petrolio a prezzi bassissimi, le nazioni fanno leva su prestiti esorbitanti e mano d’opera discutibile.
Entrambi gli Stati sono ora sull’orlo della rovina, dimostrando chiaramente quanto siano inaffidabili le fondamenta dei colossi statali. Questi elementi riflettono l’insostenibilità del sistema in cui viviamo e la necessità di innovazioni radicali nei settori dell’energia, dei trasporti, del lavoro. Impareremo mai dai nostri errori?
Maria Ascolese
Vedi anche: Amazzonia, il polmone del mondo




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