La solastalgia, il dolore di chi vede la propria “casa” trasformarsi

Non una malinconia vera e propria, ma un disagio silenzioso nel vedere i luoghi familiari trasformarsi a causa di urbanizzazione e cambiamenti ambientali.
Spesso, rientrando da un viaggio o da un periodo di lavoro fuori mi è capitato di non trovarmi a pieno agio in un ambiente che fino a poco prima avevo chiamato “casa”. Ho sempre pensato che la mia grande emotività mi allontanasse dal vivere la realtà e mi facesse vivere in un certo qual modo in una sorta di mondo parallelo, dove l’urbanizzazione, la crisi ambientale e i cambiamenti climatici non esistono.
Forse altro non era che un meccanismo di protezione nel non riconoscere più gli ambienti che mi hanno visto nascere, crescere e formarmi come donna. Oggi so che questo mio malessere e questa mia difficoltà a riambientarmi hanno in realtà un nome, solastalgia.
Ma cos’è la solastalgia?
Il termine “è una combinazione tra la parola latina solacium, che significa conforto, e della radice greca -algia, che vuol dire dolore”
spiega Giuseppe Barberio, docente di biologia e direttore del laboratorio di ecologia affettiva all’Università della Valle d’Aosta (Fonte: Mi manca il mio ambiente).
La solastalgia in psicologia ambientale descrive il disagio emotivo e psicologico che si prova quando il luogo in cui si vive, e con cui si ha un legame affettivo, cambia o viene degradato. Il concetto è stato introdotto dal filosofo australiano Glenn Albrecht: a differenza della nostalgia, essa non nasce dalla lontananza, bensì dalla permanenza.
Una condizione che si manifesta attraverso rabbia, ansia, tristezza e senso di perdita; il tutto legato a fenomeni come l’inquinamento, la deforestazione, il cambiamento climatico e disastri naturali che trasformano ai nostri occhi, e non solo, paesaggi familiari in ambienti percepiti come estranei.
Glenn Albrecht e la nascita della solastalgia
Classe 1953, Glenn Albrecht è stato docente presso la Murdoch University in Western Australia fino al 2014, anno del suo pensionamento. Durante il corso della sua vita, da docente e non, si è concentrato sul dibattito contemporaneo del rapporto tra esseri umani, emozioni e ambiente. Uno dei suoi contributi più originali è l’idea che serva un linguaggio nuovo per descrivere le emozioni legate alla crisi ecologica.
Ed è proprio in quest’ottica che ha coniato il termine solastalgia; altri termini sono raccolti nel suo progetto di Psicoterratica, cioè lo studio delle relazioni tra la mente (psiche per l’appunto) e la terra. Secondo il filosofo molte delle sofferenze contemporanee non possono essere comprese appieno se non considerando il degrado ambientale come una causa diretta.
Come si manifesta la solastalgia e come trasformarla in forza
Non vi è un vero e proprio vademecum da rispettare per chi è affetto da solastalgia: ansia per il futuro, irritabilità, tristezza, sensazione di estraneità sono le reazioni emotive e psicologiche, più comuni legate a essa. Non esiste una soluzione unica, anche in presenza di un senso di impotenza o disconnessione, ma ci sono strategie che possono aiutare a gestire e trasformare la solastalgia: il primo passo è il riconoscimento di ciò che si prova e la connessione con ambienti che vanno controcorrente e che si mobilitano per un cambiamento positivo.
L’elaborazione di questo senso di perdita è l’unica reale risposta: non bisogna adattarsi al cambiamento in maniera passiva, ma bisogna interrogarsi su come intervenire per preservare ciò che rende un luogo davvero “casa”.
Antonietta Della Femina
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