Vent’anni dopo Il Diavolo veste ancora Prada, e noi?

“Il Diavolo Veste Prada 2” arriva nelle sale il 29 aprile, i personaggi sono ancora quelli amatissimi del primo capitolo, ma molte cose sono cambiate anche per rispecchiare i cambiamenti del sistema moda
Il momento è arrivato: il 29 aprile l’attesissimo “Il Diavolo veste Prada 2” esce finalmente nelle sale; la macchina promozionale si è già messa in moto con conferenze stampa, red carpet, prime sempre rigorosamente sold out; gli occhi sono tutti puntati sui look di Meryl Streep e Anne Hathaway e gli sforzi delle fashion victims concentrati a replicarli quanto più fedelmente possibile con quello che hanno nel guardaroba.

A distanza di vent’anni – tanti ne sono passati da quando la pellicola di David Frankel portò il fashion system per la prima volta sul grande schermo – insomma l’universo narrativo de “Il Diavolo veste Prada” funziona ancora, eppure tutto è radicalmente cambiato nella moda, nel nostro modo di rapportarci a essa, nelle aspettative che riponiamo in chi la interpreta.
“Il Diavolo veste Prada 2”, certo, non lo ignora. Attorno a Runway, la rivista al centro delle vicende del film, ritroviamo gli stessi personaggi che c’erano anche nel primo capitolo ma le dinamiche con cui interagiscono, i rapporti di potere, persino i caratteri di ciascuno sono radicalmente cambiati. Miranda Priestley (Meryl Streep) non è più la direttrice infernale e convinta di sapere tutto sul sistema della moda, ma ora ha più difficoltà a orientarsi tra le rivoluzioni imposte al sistema moda da social, influencer, fast fashion. Emily Charlton (Emily Blunt) è passata dall’essere la prima assistente sempre stressata di Miranda all’essere a capo di un’importante azienda di lusso, necessaria per la sopravvivenza di Runway stessa e delle altre riviste di moda. Andy Sachs (Anne Hathaway), soprattutto, non è più l’assistente appena arrivata nel sistema, poco curata e non molto sicura di sé, ma torna a lavorare alla rivista come responsabile di un’intera sezione e come professionista ambiziosa e pronta a ispirare le nuove leve del settore. Ciascuno di questi cambiamenti è sottolineato, va da sé, da altrettanto profonde rivoluzioni nei look dei personaggi.
Sepolto ormai definitivamente nell’armadio il famoso maglioncino ceruleo un po’ informe, Andy ora indossa tailleur vintage di Jean Paul Gaultier, capi dai tagli over delle ultime collezioni di Gabriela Hearst, accessori Coach. Tutto grida dress power, ossia la necessità di sentirsi più forti e sicuri di sé anche grazie a ciò che si sceglie di indossare, e un approccio più personalizzato alla moda che spinge a scegliere innanzitutto capi e accessori di carattere.
Il corsetto che Emily Charlton indossa su una camicia bianca Dior in una delle scene più destinate a diventare iconiche de “Il Diavolo Veste Prada 2” è una chiara metafora della nuova autorità e del nuovo potere di cui gode al lavoro.
Se i look originari di Miranda Priestley erano l’esempio perfetto dell’estetica massimalista, vent’anni dopo scegliendo soprabiti blue navy Schiapparelli, pochette personalizzate Olympia Le-Tan e altri capi non meno esclusivi la direttrice di Runway sembra ricordarci che il vero lusso raramente grida.
Come e più di vent’anni fa insomma “Il Diavolo Veste Prada” si fa interprete del nostro rapporto – o, almeno, di molti di noi – con la moda.
Stanchi di capi e accessori che diventavano già vecchi dopo una sola stagione, sempre più spesso andiamo alla ricerca di oggetti evergreen che possano durare potenzialmente per sempre nell’armadio e – perché non – essere tramandati a figli e nipoti. Quanto c’entrino anche più attenzione all’ambiente e una minore disponibilità economica che spinge non a spendere meno ma a spendere meglio, è questione discussa anche tra gli addetti ai lavori.
Oberati da decenni in cui i loghi dei marchi di lusso erano letteralmente dappertutto, oggi preferiamo capi forse più anonimi nell’estetica ma non di certo nella qualità (è la filosofia del quiet luxury).
Come ha fatto notare nss, già nel trailer de “Il Diavolo Veste Prada 2” vengono nominati più brand e di posizionamento diverso di quanti ne comparissero nella pellicola originale. Per altro, scrive la testata, il solo comparire nel trailer avrebbe garantito a questi brand milioni di visualizzazioni in più in poche ore. È il segnale di come l’ecosistema moda si stia facendo sempre più multipolare e meno concentrato per venire meglio incontro ai gusti individuali delle nuove fashion victims e più in generale di chi dalla moda si aspetta soprattutto personalità.
Vent’anni dopo, insomma, noi non vestiamo più solo Prada – ma anche Fendi, Cucinelli, Chanel, Toteme tra i brand più presenti nel sequel – e neanche il diavolo sembra davvero disposto a farlo.
Virginia Dara
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