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Svevo e Pirandello: due autori a confronto

Il confronto tra Italo Svevo e Luigi Pirandello è uno dei più interessanti ed acuti della storia letteraria italiana. Si tratta di due autori molto conosciuti, particolarmente intensi e ancora oggi letti con piacere. 

Diciannove anni separano le prime edizioni di due pilastri letterari del primo novecento. Da una parte Luigi Pirandello che, nel 1904, propone uno squarcio della vita di Mattia Pascal, dalla nascita alla morte. Dall’altra è posto invece uno dei romanzi che Hector Schmitz pubblica con il più conosciuto pseudonimo di “Italo Svevo”. Risale infatti al 1923 la prima pubblicazione de “La coscienza di Zeno”. Le due opere racchiudono al proprio interno le idee, la poetica e la filosofia di chi le ha scritte.

Sia Svevo che Pirandello basano la propria poetica sulla condizione dell’uomo moderno, contraddistinta da un senso di insoddisfazione e di perenne difficoltà, ma soprattutto in una perpetua ricerca di equilibrio col mondo esterno. 

Svevo e Pirandello: due autori a confronto

Zeno Cosini è un uomo tormentato dalla sua inettitudine e dalla consapevolezza delle proprie debolezze. L’uomo vive in un continuo stato di incompiutezza, incapace di realizzare i propri desideri o di adattarsi alle aspettative sociali.

Ne Il fu Mattia Pascal, il protagonista affronta una crisi identitaria che lo induce a mettere in discussione la propria esistenza e il senso stesso della vita. Mattia Pascal tenta di sfuggire alla sua identità sociale, ma finisce per ritrovarsi solo e disorientato.

Il romanzo di Svevo che si snoda nelle pagine della Coscienza di Zeno sembra quasi un’autobiografia all’interno della quale il protagonista, Zeno Cosini, racconta propria vita per volere del suo psicoanalista, il Dottor S; osservando attentamente e seguendo gli indizi che vengono forniti nella Prefazione, nel Preambolo e nell’ultimo capitolo Psicoanalisi, si comprende quanto gli episodi raccontati non siano del tutto veritieri: nell’ultimo capitolo Zeno asserisce esplicitamente come non sia riuscito a tradurre in italiano le vicende della sua vita, dovendo in alcuni casi modificarle. A questa ulteriore provocazione si somma il fatto che Zeno abbia scritto la sua vita per volere del suo psicoanalista, ma che non crede nella sua efficacia terapeutica.

Il relativismo assoluto presente in tutto il Novecento si condensa perfettamente all’interno del romanzo di Svevo: il punto di vista del personaggio è uno dei tantissimi punti di vista con il quale si può osservare la realtà che quindi non può essere considerata in modo oggettivo.

 Lo stesso Pirandello farà del relativismo il cardine della sua visione del mondo ne Il fu Mattia Pascal, in cui il protagonista prova a scappare dalla propria vita, ma in realtà non riesce a lasciarsela del tutto alle spalle, torna dunque sui suoi passi e comprende amaramente che nulla è più come prima. 

Italo Svevo e Luigi Pirandello rappresentano i due pilastri della letteratura italiana del primo Novecento. Nonostante abbiano stili e contesti geografici diversi (Trieste per Svevo, la Sicilia e Roma per Pirandello), entrambi hanno segnato il passaggio dal Verismo alla modernità, demolendo l’idea dell’eroe ottocentesco.

Sicuramente La coscienza di Zeno del 1923 e Il fu Mattia Pascal del 1904 condividono la fondazione del romanzo moderno italiano, superando il Verismo attraverso l’indagine psicologica, la crisi dell’identità borghese e l’uso di un narratore inattendibile. Entrambi i protagonisti vivono una scissione interiore, risultando estranei alla società e alla loro stessa vita. Focalizzato sull’inadeguatezza rispetto ai ruoli sociali e sulla propria identità.

Pirandello e Svevo: l’inettitudine

Mattia Pascal rappresenta l’inetto pirandelliano, è un uomo che cerca una via di fuga dalla realtà in cui vive, ma scopre poi che la libertà assoluta è una chimera. Pirandello parte dalla condizione storica in cui vive, fortemente compromessa nei valori fondanti e portatrice per questo di una crisi delle istituzioni, per denunciare la scissione interiore dell’uomo moderno. Attraverso i due protagonisti alienati, Mattia Pascal e Zeno Cosini, gli autori esprimono i propri atteggiamenti sull’esistenza, usando i personaggi come alter-ego.  

Con lo scopo di analizzare la loro crisi e trovare le radici dell’alienazione, vengono fuori le cause principali dell’insofferenza dei due autori: la società e l’individuo stesso. In questo modo s’intrecciano il concetto di maschera tipico di Pirandello e l’inettitudine di Svevo che producono personaggi in eterna lotta con l’alienazione e con il proprio carattere, mostrandosi incapaci di essere artefici del proprio destino.

L’inetto sveviano è più complesso, basandosi principalmente sull’autoanalisi e sull’impossibilità di comprendere se stesso e il mondo. Zeno accetta la sua condizione di “malato”, trovandovi persino una forma di ironica superiorità.

La figura dell’inetto in Svevo è spesso collegata ad una mentalità stereotipata propria del periodo successivo alla Guerra Mondiale. Viene fuori l’immagine di un uomo incapace, definito un “buono a nulla”, che non riesce a liberarsi dalla condizione di inattività che lo contraddistingue. Sia in Svevo che in Pirandello si ritrovano personaggi che fanno emergere l’ombra di un’epoca che riesuma i tratti di un antropocentrismo lasciato da parte, destinato a ricoprire un ruolo sempre più di spicco nella mentalità collettiva del novecento.

La coscienza umana, non solo in Svevo, ma anche in Pirandello, rappresenta una sorta di protagonista della narrazione, grazie alla quale, le vicende vengono narrate dal punto di vista del personaggio. In questo modo, le malattie, diventano convinzioni della mente, modi di fare e quindi gli individui “convincendosi” di essere malati, diventano sottomessi alla società che li vede in tal senso. 

In questo caso si tratta di malattia dell’anima, del cuore. Tutto diventa malato, anche il modo di guardare la realtà, che non convince e ferisce con le sue continue contraddizioni. 

In questo contesto, Mattia Pascal e Zeno Cosini vivono in balia delle emozioni, spinti da quella voglia di libertà che però non raggiungono mai. 

Mattia Pascal si lascia abbindolare dall’illusione di poter cambiare vita, Zeno Cosini cavalca l’illusione di poter guardare dalla propria condizione nevrotica.

La differenza tra i protagonisti dei due romanzi è quindi che in un primo caso l’impossibilità di scelta matura in una consapevolezza, nel secondo caso tale impossibilità rimane invece lontana, poiché l’inettitudine impedisce a Zeno di andare avanti, sostanzialmente ciò che ha permesso a Mattia Pascal di ricavarne una morale; il protagonista rimane quindi ancorato, ineluttabilmente, ad un’illusione, figlia dell’inettitudine. 

Il Fu Mattia Pascal e La coscienza di Zeno, sono due opere molto apprezzate anche dalla critica letteraria, definibili romanzi intramontabili per i temi fortemente attuali che i due autori hanno trattato. Zeno Cosini, non solo un fumatore accanito, è l’immagine dell’uomo contemporaneo paralizzato dall’analisi. Mattia Pascal mente a se stesso e mente anche agli altri, tormentato dalla voglia di scappare dalla propria esistenza.

Analizzando tutti e due i personaggi, viene fuori che la realtà non è un dato oggettivo, ma una costruzione psicologica precaria.

Gerardina Di Massa

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Gerardina Di Massa

Gerardina Di Massa, sono nata ad Ischia e studio lettere e filosofia. Sono da sempre appassionata alla scrittura e anche alla lettura. Giornalista pubblicista, appassionata di politica e letteratura, “divoratrice di libri”, amo leggerne sempre di nuovi, senza stancarmi mai. Mi piace la scrittura in tutti gli ambiti, che si tratti di cultura o di arte, di argomenti letterari o di storia. Ogni cosa, ogni argomento può e deve insegnare qualcosa.
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