Rita Brunetti: una delle prime fisiche italiane tra ricerca e didattica

Rita Brunetti non è un nome che si incontra facilmente nei percorsi scolastici o nei racconti più diffusi sulla storia della scienza italiana.
Eppure la sua carriera attraversa alcuni snodi fondamentali della fisica sperimentale tra inizio Novecento e periodo tra le due guerre, in un contesto accademico ancora fortemente selettivo per le donne.
Nata a Milano nel 1890, si forma in un momento in cui per una donna arrivare all’università non è affatto scontato. Eppure entra alla Scuola Normale di Pisa, uno degli ambienti più selettivi del Paese, dove si laurea in fisica nei primi anni Dieci. Fin da subito si orienta verso la spettroscopia: luce, materia, struttura invisibile delle cose. Un campo tecnico, poco raccontato, ma centrale per la fisica del Novecento.
Lavora tra Pisa e Firenze, in particolare nell’area di Arcetri, uno dei poli scientifici più attivi del tempo.
Durante la Prima guerra mondiale (1915-1918), con gran parte dei colleghi maschi al fronte — compreso Augusto Garbasso — Brunetti resta l’unica docente in servizio nell’Istituto. Di fatto ne assume la direzione: tiene tutte le lezioni, porta avanti i laboratori e continua la ricerca.
In questa fase lavora sull’effetto Stark-Lo Surdo e individua nuove righe nello spettro dell’elio. Un risultato che verrà citato anche da Enrico Fermi nel 1927. Parallelamente si muove su un altro fronte: è tra le prime in Italia a lavorare sulla spettroscopia a raggi X. Nel 1917 pubblica un lavoro che le vale il Premio Sella dell’Accademia dei Lincei.
Nel 1922 ottiene la libera docenza in fisica sperimentale.
Tra il 1924 e il 1926 entra in un’altra linea di ricerca: la caccia all’elemento 61, dentro lo studio delle terre rare (elementi tra 57 e 71). Materiali complessi, con proprietà ottiche e magnetiche ancora in larga parte da decifrare. È qui che consolida una competenza rara per l’epoca, tra fisica atomica e chimica dei materiali.
Nel 1926 pubblica anche una serie di studi sulle applicazioni medico-biologiche delle radiazioni, raccolti in Sull’azione biologica delle radiazioni dure. Nello stesso anno arriva un passaggio storico: è la prima donna nell’Italia postunitaria a vincere un concorso a cattedra in fisica. Ottiene la docenza di fisica sperimentale all’Università di Ferrara.
Resta lì due anni, poi passa a Cagliari e infine a Pavia.
Negli anni Trenta il contesto cambia. Il regime fascista entra sempre più dentro l’università e dentro la ricerca, ridisegnandone spazi e possibilità. In parallelo, Brunetti lavora anche sulla divulgazione scientifica: porta in Italia la nuova fisica del Novecento, quella della meccanica quantistica, ancora poco accessibile al grande pubblico. Pubblica L’atomo e le sue radiazioni (1932) e Onde e corpuscoli (1936): testi che cercano di rendere leggibile un mondo in trasformazione.
Muore nel 1942, a soli 52 anni, forse per motivi professionali legati all’esposizione alle radiazioni. Lascia una produzione scientifica solida nel campo della spettroscopia e degli spettri atomici, contribuendo a linee di ricerca centrali per la fisica sperimentale del suo tempo, oltre a una carriera costruita con costanza in un sistema che, all’inizio, non prevedeva la sua presenza.
Rita Brunetti non rientra tra i nomi più citati della storia della fisica italiana, ma il suo percorso si inserisce pienamente nella costruzione della disciplina nel Novecento. Ripercorrerlo significa riportare alla luce una parte del contributo femminile alla ricerca scientifica, spesso rimasto ai margini delle narrazioni più diffuse.
Roberta Aurelio
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