IL FEMMINISMO è PER TUTT, anche per te

Ritrovarsi in uno spazio condiviso. Questo spazio, ora, com’è? Ha pareti, muri, librerie, e sedie. Si tratta di un luogo-non luogo nel quale si incontrano epoche, pensieri, momenti e condizioni.
Da molto tempo non scrivo qualcosa, mi sono detta che avrei ripreso, mi sono detta che mi è necessario per andare avanti perché è la mia forma naturale di espressione. Mi sono detta tante cose, eppure non ho provveduto al mio bisogno.
Perché? Me lo domando con costanza.
Mi manca il tempo?
Il tempo, più che altro, non mi basta, ma quello che vedo stringersi intorno e mancare più di ogni altra cosa è: lo spazio.
É il 2026, e lo spazio che abbiamo intorno si circoscrive a sporadiche vacanze, ore perlustrate della vita e quotidiano scorrere del lavoro. Qualcuno avrebbe detto che siamo degli “ingranaggi” nella grande macchina del Capitalismo. Lo siamo? Indubbiamente ne facciamo parte, ne viviamo e ci viviamo, e questo è il nostro tempo, ma…
Non necessariamente il nostro spazio.
Uno spazio è un’area, un luogo di bisogno. Può essere la tua macchina quando vuoi scappare dai colleghi e le colleghe di lavoro, può essere un’aula in cui svolgi il tuo mestiere e può essere una strada, che percorri per raggiungere uno spazio preciso. Siamo sempre alla ricerca dello spazio. Itaca, però, non si raggiunge in un giorno, forse nemmeno in 3650 giorni, dieci anni.
Così, dalla necessità di spazio, ora scrivo e scrivo di altrettanti luoghi di riflessione, cantucci umani.
Il femminismo è per tutt.
Cosa c’entra lo spazio col questo fulmine nel mezzo delle parole. Beh, amiche e amici virtuali, compagne e compagni di viaggio, cos’è il femminismo, se non uno spazio.
In questo spazio, dall’alba dei tempi, passano generazioni di donne e uomini, transitano in forme differenti e, nel transitare, si fa fatica a restarci dentro. Perché? Mi chiedo, perché è così ostico, così ondivago e indefinito.
Necessitiamo di uno spazio come questo, ramificandolo in elementi fisici di confronto e discussione, la condivisione che mira alla decontrazione dell’ “IO”, un io forte, intriso di patriarcato, quell’io che ci fa chiamare “puttana” ogni donna che non corrisponda ai nostri canoni, quell’ io che ci vede vulnerabili, se una donna pone se stessa al primo posto, prima di un compagno, di un pargolo. Un io ancora senza spazi di condivisione.
Rileggendo Bell Hooks, pseudonimo di Gloria Jean Watkins, ho visto. Ho visto quello spazio di cui, ormai da tempo, sentivo il bisogno e sento tuttora. Rileggendo “Il femminismo è per tutt”, ho ritrovato l’idea cardine, quella alla base del dolore ci vuole ingranaggi: abbiamo bisogno di spazio e quello spazio deve e non può non essere internazionale, transfemminista, fuori dai social media, almeno per quell’ora, almeno per quel tempo di lettura e poi, via alle danze.
Scrivi, produci i tuoi pamphlet, i tuoi video e le tue battute ironiche in cui nascondi in modo assolutamente non volato, il femminismo che hai assaggiato negli spazi e poi, ancora porta con te altre sorelle e altri fratelli in quello spazio, volta dopo volta, momento dopo momento. La sorellanza è tutto e la sorellanza non è solo tra me e te, ma è anche tra te e lui. Riappropriarsi delle parole che riempiono tali spazi, riappropriarsi della storia della decontrazione patriarcale getta le fondamenta del nostro spazio necessario, ormai, imprescindibile.
Siamo insieme quando condividiamo i valori, a prescindere dall’etnia, dall’età o da quante tette abbiamo. Siamo insieme quando ammettiamo a noi stess* che un mondo migliore può esistere, probabilmente a partire dallo spazio che concediamo al cambiamento.
Il femminismo del 2026 è lo stesso di Bell Hooks, lo stesso che ha posto al centro la lotta al sessismo, non la caccia al maschio o il giudizio verso una sorella.
Il femminismo del 2026 è il femminismo dei valori condivisi e lo era quello del 1940, quello del 1700, quello di Eva perché alla fine, epoche ed epoche non hanno fatto altro che sottolineare la realtà che ci trasciniamo dietro: dobbiamo occupare lo spazio che meritiamo di abitare, col corpo, col simposio, con le idee, con la penna, con i pamphlet, con i social, con le preghiere, con la cucina, con lo sport, con i compagni, con le compagne, con figlie e figli, con il mestiere, col l’ingranaggio, con la musica, col dolore, con la spesa, con il contatto, con tutto questo e molto ancora, per non essere come dio nella creazione, presenti e visibili.

(Ndr, Flaubert parla dell’autore come “dio nella creazione”, presente, ma invisibile).
Benedetta De Nicola
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