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Neurospicy: quando la diagnosi diventa un’estetica

«Probabilmente sono ADHD. L’ho capito su TikTok».

Detto senza vergogna, con leggerezza, con il tono di chi ha finalmente trovato il nome di una cosa che faceva soffrire da anni. 

Il termine neurodiversità lo conia Judy Singer nel 1998. È una sociologa australiana autistica e la sua idea è radicale, nel senso più bello: i cervelli funzionano in modi diversi, e questa diversità non è un difetto da correggere ma una variazione naturale del genere umano

Una rivoluzione copernicana rispetto al modello medico che leggeva autismo, ADHD, dislessia & co. come patologie da normalizzare.

Il movimento per i diritti delle persone neurodivergenti costruisce su questa base qualcosa di importante: visibilità, autodeterminazione e resistenza alla medicalizzazione forzata. Sì, è politica, nel senso alto della parola.

#NEUROSPICY E L’ESTETICA DEL CERVELLO DIVERSO

Negli ultimi anni, neurodivergente è diventato uno dei termini più usati e più svuotati del vocabolario identitario online. Su TikTok e Instagram proliferano video con sottotitoli colorati, font irregolari, sfondi caotici: “Things only neurodivergent people understandPOV: il tuo cervello è neurospicyADHD things che nessuno ti dice.”

L’estetica è autoironica, un po’ caotica, spesso molto ben post-prodotta. I contenuti sono una lista di tratti (tipo distrazione, ipersensibilità, procrastinazione, intensità emotiva, difficoltà con le routine) che descrivono, con gradi diversi di precisione, praticamente chiunque.

No, non è che sono tutti bugiardi online, il problema è che il contesto social trasforma la complessità clinica in un test a risposta multipla. 

Ti riconosci in almeno cinque di questi tratti? Benvenutə nel club.

QUANDO IL NOME DIVENTA IL RIFUGIO

Capisco l’attrazione, davvero, tanto ci siamo cascati tutti. Vivere anni con la sensazione che qualcosa non funzioni senza riuscire a darle un nome è estenuante. E trovare una parola che sembri contenere tutto quello che hai vissuto è un sollievo potente. Il nome ha una funzione psichica reale: organizza l’esperienza, alleggerisce la colpa e crea un senso di comunità.

Il rischio, però, è che il nome diventi la risposta invece che una domanda.

Perché la diagnosi (quella vera, quella fatta con strumenti clinici da professionisti formati, con tempi e criteri precisi) non è un punto di arrivo, è un punto di partenza. Dice: questa è la forma che ha la tua difficoltà. Non dice: ecco perché sei come sei e non puoi cambiare.

Quando l’etichetta si autoassegna, spesso si salta la parte più faticosa e più trasformativa: capire come quella difficoltà si è costruita, in quale contesto e con quali significati

IL GENDER BIAS CHE NESSUNO VUOLE GUARDARE

C’è un paradosso in tutto questo che trovo politicamente interessante: le donne e le persone AFAB sono state storicamente sottodiagnosticate per ADHD e autismo. Perché? 

Beh, perché i criteri diagnostici sono stati costruiti su campioni quasi esclusivamente maschili. Le bambine che non stanno ferme vengono definite ansiose, sensibili, difficili… 

Quindi, sì, c’è un reale problema di accesso alla diagnosi per le donne. Sì, molte di loro arrivano in età adulta con una storia di incomprensioni cliniche. Sì, il self-diagnosis nasce anche da questo: dall’assenza di un sistema sanitario che le abbia prese sul serio prima.

Ma la risposta giusta a un sistema che non ti ha vista non è autodiagnosticarsi su TikTok. È pretendere che quel sistema ti veda. Sono cose diverse, e confonderle non fa bene né all’individuo né alla politica.

NEUROSPICY È CARINO. MA SEI PIÙ COMPLICATƏ DI COSÌ.

L’estetica della neurodivergenza ha fatto una cosa buona: ha reso visibile quello che era invisibile, ha dato parole a chi non ne aveva, ha allentato lo stigma attorno a modi di funzionare considerati sbagliati.

Ha fatto anche una cosa meno buona: ha trasformato la complessità in appartenenza. Ha reso desiderabile avere un cervello “diverso”, in un modo che rischia di banalizzare chi quella diversità la vive come fatica quotidiana, e di lasciare senza strumenti chi invece aveva bisogno di qualcosa di più di una community online.

La domanda che mi faccio, e che lascio aperta, è questa: in un’epoca in cui l’identità si costruisce sempre più per etichette e appartenenze, quanto spazio stiamo lasciando alla possibilità di non sapere ancora chi siamo? Di restare nella domanda, invece di correre verso la risposta?

Forse è lì, in quello spazio scomodo, che succede qualcosa di interessante.

Elisabetta Carbone

Leggi anche: Perché procrastiniamo: cosa dice la neuroscienza sulla gestione del tempo

Elisabetta Carbone

Elisabetta Carbone è psicologa clinica e sessuologa con orientamento sistemico-relazionale. Si occupa di relazioni, identità, narrazioni individuali e familiari, con uno sguardo attento alle dinamiche culturali e sociali che attraversano la psiche. Fondatrice dello studio Oikos, scrive di salute mentale con un linguaggio accessibile ma rigoroso, costruendo ponti tra psicologia e società. Vegetariana convinta, non fa un passo senza Teo, il suo inseparabile compagno a quattro zampe.
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