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Cyberdeck: i mini – computer costruiti da sé sono l’ultima forma di resistenza? 

I giovani appassionati d’informatica hanno riscoperto i cyberdeck: piccoli computer autoprodotti che parlano di rifiuto d’omologarsi e performare a tutti i costi, ma anche di necessità di avere più tempo per sé e diritti digitali.

«Cyberdeck»: il termine è quello usato dagli appassionati di informatica per riferirsi a mini computer portatili autoprodotti, ottenuti assemblando processori molto semplici con piccoli schermi, tastiere e mouse appartenuti originariamente ad altri device all’interno di scocche di fortuna. Quando si parla di cyberdeck, però, oggi il richiamo è anche a una sorta di sottocultura che ha fatto del costruirsi da soli l’attrezzatura informatica che si utilizza ogni giorno un atto di resistenza digitale, creativa e – a tratti – persino civica. 

Da anni il mondo dell’informatica sembra muoversi, almeno per quanto riguarda l’hardware, verso l’appiattimento delle differenze e un’omologazione delle esperienze che renda facile e intuitivo per chiunque lavorare su qualsiasi dispositivo, anche se è la prima volta che lo fa. Il che è come dire che Apple e Microsoft, per citare i due indiscussi giganti del settore, dopo anni passati a differenziarsi e crearsi un pubblico di utenti fedelissimi, ora volutamente lavorano a fare in modo che usare un Mac o Surface sia almeno sensorialmente lo stesso tipo di esperienza. Costruire e utilizzare un cyberdeck è l’estrema negazione di questa logica: chi progetta questi dispositivi mira, infatti, alla più piena customizzazione, scegliendo ogni componente a seconda di quelle che sono le proprie esigenze, le proprie abitudini, i propri flussi di lavoro. 

O i propri gusti: al grigiore minimalista degli ultimi modelli di computer superperformanti i cyberdeck oppongono un’estetica ora naif e da cartone animato, ora futuristica e punk. Su TikTok, dove i giovani appassionati di informatica che stanno facendo tornare di moda autoprodursi il PC ci tengono a mettere in mostra i propri risultati, ci si può imbattere in esemplari di cyberdeck realizzati all’interno di contenitori di plastica a forma di conchiglia tanto quanto in consolle illuminate da luci stroboscopiche che ricordano gli effetti speciali di certi classici del cinema di fantascienza: “Blade Runner” su tutti, come suggerisce la testata Dazed, provando a inquadrare anche dal punto di vista estetico la tendenza del momento e il suo portato creativo. 

Molte ricerche negli anni hanno confermato come per le generazioni più giovani, la Generazione Z e la Generazione Alpha soprattutto, sia importante sentirsi al centro di ogni esperienza vissuta, incluse quelle con i brand, e poterle rendere quanto più personalizzate possibile. Non c’è da stupirsi così che nel tentativo di sentirlo più proprio e solo proprio, scelgano di costruirsi da sé il computer con cui lavorano ogni giorno in una – per certi versi estrema – applicazione di quella filosofia del DIY così di moda da qualche tempo. 

C’è stato chi nel tentativo di trasformare i cyberdeck in un simbolo generazionale ha fatto notare che questi piccoli computer autoprodotti con componenti “di fortuna” non possono fare molto altro che elaborare semplici dati, visualizzarli e immagazzinarli. Naturalmente privi di connessione a Internet, i cyberdeck non consentono soprattutto di portare a termine le innumerevoli attività che oggi si possono compiere con un PC tradizionale (ma anche con un semplice smartphone) e che danno l’impressione di avere tutto il mondo nello zaino da lavoro (o in tasca). Con un cyberdeck, cioè, non si può videochiamare un amico o guardare comodamente dal proprio divano l’ultimo film premiato con l’Orso d’Oro e che cos’è questo se non un tentativo di disconnessione o, per lo meno, di ritrovare un miglior equilibrio tra vita online e vita offline

C’è poi tutta la questione del boicottaggio delle big tech con le loro logiche che, contrariamente a ogni promessa, si sono dimostrate orientate solo al profitto. Gli scandali in cui negli anni sono state coinvolte le grandi aziende informatiche, il sostegno che si è scoperto molte di loro offrono a governi autoritari e politici senza scrupolo, ma anche il modo spregiudicato con cui trattano i dati personali degli utenti sono agli occhi di sempre più smanettoni quanto basta per passare a device, meno performanti certo, ma più etici (secondo una definizione di “etico” che è, ancora una volta, strettamente personale). 

C’è infine l’aspetto ambientale da considerare: recuperare la tastiera di una calcolatrice che non si utilizza più e lo schermo di un vecchio videogioco portatile e assemblarli in un PC è un modo per allungarne la vita ed evitare che si trasformino prima del dovuto in rifiuti difficili da smaltire correttamente e che contribuiscono a quell’inquinamento digitale che è tra le priorità ambientali con cui più fare i conti oggi. 

È sotto molti punti di vista un vero e proprio atto di resistenza, insomma, resistere dallo scegliere l’ultimo modello di personal computer da un listino ben assortito di alternative e realizzarselo in casa.  

Virginia Dara 

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La Redazione

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