Charles Baudelaire e l’arte di essere maledetti

Il poeta francese è stato il pioniere dello stile di vita bohemien e di una poesia tormentata capace di sconvolgere gli animi.
Se oggi l’ossimoro del genio e sregolatezza è entrato a far parte del nostro immaginario collettivo, e la figura dell’artista è associata spesso ad un animo tormentato, vittima delle passioni ma anche di vizi e caos, è in grande parte cortesia di Charles Baudelaire.
Brillante artista francese nato nel 1821 e morto nel 1847 a Parigi, in Baudelaire hanno trovato un pioniere e punto di riferimento le due facce del decadentismo: da dandy amante del lusso a artista dannato dallo stile di vita dissoluto e votato agli eccessi come forma di ribellione verso la società ottocentesca e i suoi valori, provato e dilaniato dalle difficoltà economiche e dalle dipendenze.
Baudelaire è stato il primo dei poeti maledetti, ancor prima che la corrente resa celebre da Verlaine e Rimbaud si formasse nel vero senso della parola o avesse una definizione, o che lo stile di vita e la cultura bohémien travolgessero il mondo dell’arte. Anticipatore di un poeta ribelle, espressione di un mondo disilluso, contrario ai valori espressi nella borghesia, che trova nell’arte e nella poesia il rifugio e l’espressione di un animo tormentato.
“La Speranza, vinta, piange e l’Angoscia, dispotica e atroce, sul mio cranio chino pianta il suo vessillo nero” scrive Baudelaire nei Fiori del Male, la sua opera più famosa, rendendo celebre con il termine di “Spleen” quel senso di angoscia di un uomo isolato e schiacciato dal grigiore del mondo.

Baudelaire e l’angoscia che si trasforma in bellezza
Proprio lo “Spleen” è il cuore della poetica di Baudelaire: nessuno come il poeta francese è stato in grado di mettere in versi il malessere dell’animo, il senso di vuoto e allo stesso tempo di mostrare la bellezza delle fragilità e delle contraddizioni e debolezze dell’uomo, in contrasto con l’algida perfezione dell’estetica classica. Da angoscia, mancanza, distruzione e dolore, a bellezza destinata a durare per sempre e a incendiare gli animi di chi la incontra. “Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso, Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale, dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine” scrive il poeta nel suo inno alla bellezza.
E’ questo Baudelaire, ed è questo, per il poeta francese, il destino dell’arte: salvare dalla noia e dal malessere della vita, e rappresentare la realtà tramite le emozioni e la sensibilità di chi la guarda. Il poeta è un incompreso dalla società, ma si eleva da essa proprio grazie all’arte.
E’ un’arte che dal canone passa alle emozioni, ai sentimenti, ai simboli colti negli attimi che corrono fugaci da immortalare per sempre.
Per usare le ben più adeguate parole di Baudelaire: “Al Cielo, in cui vede un trono sfolgorante, pio e sereno il poeta leva le braccia, e il vasto lampo della sua lucida mente gli sottrae la vista di popoli furiosi”. Bellezza e tormento, ecco perché Baudelaire dopo secoli continua ancora a parlare ad ognuno di noi.
Beatrice Canzedda
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