Memoria digitale: stiamo davvero ricordando meno da quando salviamo tutto online?

Stiamo davvero ricordando meno da quando salviamo tutto online?
Non giriamoci troppo intorno: la risposta è sì, ma questa non è la parte più interessante della storia.
Nella lunga storia del progresso tecnologico, tutti i nuovi mezzi di comunicazione che si sono avvicendati hanno portato con sé cambiamenti nella struttura sociale, economica, culturale e finanche nella struttura cognitiva degli esseri umani. Oggi il fenomeno dell’amnesia digitale non è una storia distopica, è la realtà dei fatti.
Se, quando dimentichi dove hai messo le chiavi di casa, provi faticosamente a riavvolgere la giornata – per capire quand’era l’ultima volta che le hai viste – e ti accorgi di non riuscire a ricordare, non è solo perché sei tornato stanco dal lavoro: è anche perché non sei più abituato a farlo, oramai avvezzo a trasferire dal cervello allo Smartphone tutto ciò che c’è da memorizzare. L’amnesia digitale è di fatto considerata una vera e propria sindrome. Un collasso della memoria remota che si verifica perché le nostre capacità mnemoniche, come tutte le capacità cognitive, si atrofizzano e indeboliscono se non vengono stimolate.
Avere la certezza che ogni informazione può essere salvata su un supporto digitale e facilmente reperita quando vogliamo, rende la sua memorizzazione praticamente inutile. Non memorizziamo più perché non ne abbiamo bisogno: perché c’è un mezzo più veloce e affidabile del nostro cervello. Per cui abbiamo smesso di provare a ricordare il “cosa” e abbiamo cominciato a ricordare il “dove” recuperare quel contenuto: Internet, il nostro infinito e salvifico archivio a portata di clic. La tecnologia e soprattutto l’avvento del digitale ci ha insegnato a tagliare tutto ciò che ci rallenta e noi esseri umani – che subito ci aggrappiamo a qualsiasi zattera che possa traghettarci lontano dallo sforzo cognitivo – abbiamo imparato molto bene.
Queste protesi mnemoniche che ci liberano dall’onere di ricordare tutto non sono quindi necessariamente un bene. Non sono però di certo nemmeno una novità: è finito da un pezzo il tempo dei giullari e dei cantastorie che si spostavano per le piazze decantando oralmente le storie che avevano imparato a memoria, padroni di sapere antico e tecniche di memorizzazione.
L’avvento della stampa, prima ancora dell’avvento del digitale, aveva già cambiato il destino della nostra memoria: la conoscenza non doveva più essere memorizzata integralmente per essere ricordata. Si svincolava così dalla tradizione orale e finalmente trovava nel libro stampato il supporto perfetto per potersi preservare. Ma cosa accade se un branco di vigili del fuoco asserviti al sistema comincia a bruciare tutti i libri in circolazione e noi non siamo in grado di memorizzarli per poterli tramandare? Di certo non viviamo nel futuro distopico di Fahrenheit 451. Ebbene, l’estremizzazione letteraria ci serve a capire che stiamo affidando buona parte della nostra memoria a supporti che oggi sono ancor più performanti – e quindi irrinunciabili – del libro.
Lo smartphone che diventa protesi del corpo e la sua fusione profonda col mondo reale “offline”, rendono la delega della memoria alla macchina un processo che si può svolgere in ogni momento e in ogni luogo, anche quando non è necessario. Così facendo, ci facilitano certamente la vita, ma ci impigriscono anche, e nel farlo, ci privano di aspetti fondamentali dell’esperienza umana: primo tra tutti l’immaginazione. I cantastorie di cui prima parlavamo non avevano infatti una memoria infallibile: dovevano certamente avere grandi capacità di memorizzazione, ma laddove la storia lasciava spazio a dei vuoti, questi venivano riempiti con l’unica grande capacità che la macchina non può replicare: la capacità di inventare.
L’immaginazione, l’intuizione, la creatività… derivano tutte dalla fallibilità della nostra memoria: dalla capacità di dimenticare il passato o la realtà. I nostri ricordi non sono affatto una riproduzione fedele di ciò che è accaduto, ma un processo di ricostruzione attiva, in cui le nostre conoscenze pregresse, le aspettative e gli “schemi” mentali danno un senso a frammenti di informazione passata. Ma se fissiamo la memoria su un supporto digitale, difficilmente andremo a recuperarla o interrogarla. Se i nostri pensieri diventano archivi digitali senza pecche – perfetti, illimitati e super performanti – invece che fallibili e umani, essi non sono più connessi all’emotività e all’interpretazione.
Non sono più connessi alla riflessione e dunque nemmeno al pensiero critico e si abbassa anche la soglia dell’attenzione: smettiamo di concentrarci pienamente su ciò che stiamo facendo se sappiamo di avere una memoria di riserva.
Il problema dunque, è che abbiamo confuso ciò che è lento (poco efficiente e tempestivo), con ciò che è superfluo, ma questo non è il ritmo degli uomini. Se lo fosse non ne indebolirebbe le facoltà cerebrali.
Ricordare può essere un processo lento, ma non è affatto inutile.
Quanto ci sembrerebbe davvero bello un tramonto, se dovessimo pensare a memorizzarne le sfumature invece di fotografarle?
Simona Settembrini
Immagine: Pexels
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