Arte e cultura accessibile: cosa significa davvero?

Quando parliamo di accessibilità, la prima immagine che ci viene in mente è quasi sempre una rampa per sedie a rotelle o una porta più larga.
È un’associazione comprensibile, ma riduttiva. In realtà, il concetto di accessibilità culturale ha radici molto più profonde e affonda nel diritto alla cultura, riconosciuto come diritto umano fondamentale dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009.
In particolare, l’articolo 30 della Convenzione stabilisce che le persone con disabilità devono poter partecipare alla vita culturale “su base di uguaglianza con gli altri”, non come concessione, ma come diritto. Tradotto nella pratica, significa che visitare una mostra o partecipare a un evento culturale non dovrebbe mai essere un privilegio riservato a pochi. Accessibilità vuol dire la capacità di un’esperienza culturale di farsi comprendere, vivere e apprezzare da persone con disabilità motorie, sensoriali, cognitive, ma anche da chi incontra ostacoli linguistici, di concentrazione o di orientamento. In Italia e in Europa le normative esistono e stanno evolvendo, ma il nodo centrale resta lo stesso: senza progetti concreti, strumenti adeguati e investimenti mirati, la norma rischia di restare un principio astratto.

Immaginiamo allora un museo dove chi non vede può toccare le opere, ascoltare audio-descrizioni accurate, muoversi seguendo percorsi con contrasti cromatici studiati; oppure un evento dove chi ha difficoltà cognitive o sensoriali può trovare spazi più silenziosi, tempi di visita flessibili, linguaggi semplificati. Non si tratta di futurismo culturale, ma di pratiche già sperimentate in diverse realtà europee e italiane, anche se ancora troppo spesso considerate “eccezioni virtuose” invece che standard.


Accessibile a chi?
A questo punto sorge una domanda cruciale: accessibile a tutti, ma “tutti” chi? Nel linguaggio quotidiano la parola sembra inclusiva, ma nel mondo della cultura assume un significato molto più ampio. Parliamo di persone con disabilità motorie, visive, uditive o intellettive, ma anche di anziani con difficoltà di mobilità, bambini con bisogni educativi speciali, famiglie con passeggini, visitatori stranieri, persone appartenenti a minoranze linguistiche o culturali. Un esempio emblematico è il Museo Tattile Statale Omero, nato per permettere alle persone cieche e ipovedenti di conoscere l’arte attraverso il tatto e oggi riconosciuto a livello internazionale come spazio in cui l’esperienza sensoriale coinvolge tutti i visitatori, senza distinzioni.
Rendere un museo o una mostra davvero accessibile significa quindi abbattere non solo le barriere fisiche, ma anche quelle invisibili: comunicative, culturali, cognitive e sociali. E tra queste, una delle più sottovalutate è la barriera economica. L’accessibilità passa anche dal costo di un biglietto, dalla gratuità o riduzione per alcune categorie, dalla possibilità di partecipare senza dover sostenere spese aggiuntive per accompagnatori, supporti o tecnologie assistive. In questo senso, parlare di inclusione senza affrontare il tema dei prezzi e delle politiche tariffarie rischia di lasciare fuori una fetta enorme di pubblico.

Va detto però che l’accessibilità non è un percorso privo di ostacoli. Molte istituzioni culturali stanno introducendo testi in braille, percorsi tattili, supporti digitali adattivi, coinvolgendo direttamente le comunità e le persone con disabilità nella progettazione delle esperienze. I musei di scienza e tecnologia, in particolare, stanno sperimentando nuovi modelli partecipativi. Tuttavia, soprattutto nelle strutture storiche nate prima delle normative moderne, le barriere restano significative. Diversi studi mostrano come, in molte città europee, numerosi musei non rispettino ancora nemmeno i requisiti minimi di accessibilità fisica o sensoriale, rendendo evidente il divario tra principi e realtà.
Cosa è stato fatto?
Sul piano istituzionale, l’Italia ha compiuto alcuni passi avanti grazie a interventi finanziati anche dal PNRR, che includono l’eliminazione delle barriere architettoniche e lo sviluppo dell’accessibilità digitale nei luoghi della cultura. A livello europeo, reti come NEMO – Network of European Museum Organisations promuovono politiche di diversità e inclusione, raccolgono buone pratiche e spingono verso una progettazione culturale sempre più consapevole e condivisa.
Accanto alle istituzioni, però, un ruolo decisivo è giocato dai movimenti civici, dalle ONG e dalle associazioni locali, spesso protagonisti di un cambiamento dal basso. Sono proprio queste realtà a ricordare che l’accessibilità non si improvvisa e non si delega, ma si costruisce ascoltando chi, quelle barriere, le vive ogni giorno.

Quando un museo o una mostra smette di essere percepito come un luogo “per pochi” e diventa uno spazio vivo, accogliente e attraversabile da chiunque, accade qualcosa di più di una semplice visita. Nascono relazioni, si costruisce comunità, si moltiplicano le possibilità di apprendimento e di dialogo. La cultura, in fondo, non è solo un insieme di opere da osservare, ma un territorio comune da esplorare insieme.
Rendere mostre ed eventi culturali accessibili a tutti non è quindi una buona pratica da inserire in un bilancio sociale: è un cambio di paradigma. Un passaggio necessario se vogliamo che la cultura torni a essere ciò che dovrebbe sempre essere stata — uno spazio condiviso, aperto, in cui nessuno resta escluso dalla storia, dall’arte e dal sapere.
Roberto Spanò
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