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La pittura è femmina – Artemisia Gentileschi

Discepola della scuola caravaggesca, amica delle figure influenti del tempo e tra le prime donne nella storia a denunciare un atto di violenza sessuale nei propri confronti: Artemisia Gentileschi, la pittrice passionale e vendicativa.

La vita

Nata a Roma nel 1593, Artemisia è figlia di Orazio, prolifico pittore di opere di carattere sacro. Dopo aver perso la madre in giovane età, è introdotta all’arte pittorica dal padre, che ne aveva notato presto la bravura. La sua formazione avverrà però tra le mura di casa, e non in laboratorio, com’è concesso invece agli artisti di sesso maschile. 

Nel 1611 Artemisia subisce una violenza sessuale da parte di un pittore amico di famiglia, Agostino Tassi, evento che influenzerà la sua arte e la sua psiche per il resto della vita.

Col sostegno del padre, Artemisia denuncia Tassi alle autorità. L’evento non ha precedenti: inizia un processo che dura quasi un anno, durante il quale Artemisia è denigrata e martoriata (rischia di perdere l’uso delle mani in seguito alla morsa della Sibilla, un metodo di tortura previsto in caso di testimonianza “incerta”). Tassi è giudicato colpevole, ma non sconta mai nessuna pena grazie alla protezione dei suoi numeri e facoltosi committenti. Artemisia, invece, è costretta a lasciata la città, moralmente distrutta dai pettegolezzi infondati sul suo conto.

La pittrice giunge a Firenze, dove vive il suo periodo artistico più florido. Nella città toscana Artemisia ha modo di entrare in contatto con grandi personalità culturali dell’epoca e, qualche anno più tardi, è la prima donna ad essere ammessa all’Accademia delle arti del disegno

Autoritratto come allegoria della pittura, dipinto di Gentileschi

Dopo essere diventata madre, Artemisia ritorna a Roma nelle vesti di pittrice affermata, ma i tempi non sono i migliori: i committenti dell’Urbe ricordano la sua vicenda con Tassi e difficilmente si rivolgono a lei. Decide, per questo, di partire per Napoli, centro nevralgico culturale di tutto il sud Italia. Nella città partenopea resterà fino alla fine dei suoi giorni insieme alle due figlie, non prima però di aver sperimentato anche la carriera estera: nel 1638 raggiunge per un breve periodo il padre Orazio a Londra, pittore di corte nel regno di Carlo I. 

Si spegne con molta certezza all’età di sessantatré anni nella città partenopea, circondata dalla fama di grande pittrice dei suoi tempi.

Le opere

A diciassette anni, Artemisia dipinge Susanna e i vecchioni, il quadro che attesta il suo ingresso ufficiale nella pittura. La scena riprende un passo dell’Antico Testamento di molestia e abuso sessuale. Artemisia ne produrrà una sua versione dal punto di vista femminile, innovativa e di grande impatto emotivo. Soltanto un anno dopo, la pittrice subisce la violenza di Tassi.

In seguito all’evento, quasi ogni opera di Artemisia è dedicata alla celebrazione di eroine bibliche terrificanti e spietate. La sua attenzione si pone principalmente su due soggetti: Giuditta, nota per aver decapitato il generale Oloferne nel sonno, e Giaele, che uccide con un chiodo nella fronte il nemico Sisara. I lavori del periodo fiorentino sono violenti, impetuosi, vendicativi: sono evidenti la rabbia e il risentimento di Artemisia, costretta a scappare in cerca di una rivalsa che non arriverà mai. 

Giuditta e Giaele, impassibili e quasi soddisfatte, puniscono questi uomini che risultano deboli, ignari della forza mostruosa di chi li sta colpendo: volti d’angelo che nascondono un animo profondamente vendicativo.

Giuditta che decapita Oloferne e Giaele e Sisara, dipinti di Gentileschi

Le opere del periodo napoletano ci mostrano l’estrema bravura di Artemisia nel dedicarsi anche a soggetti sacri, propri della formazione del padre Orazio. Tra i lavori più noti troviamo due opere destinate alla Cattedrale di Pozzuoli, l’Adorazione dei Magi e San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli.

Gli ultimi anni della pittrice segnano un ritorno ai temi trattati in gioventù, anche se in chiave più matura e ragionata. Nel 1649, a più di trent’anni di distanza, Artemisia dipinge una versione rivisitata di Susanna e i vecchioni. Oltre allo stile ricercato e soppesato, è impossibile non notare come la scena racconti la stessa violenza con un approccio diverso, quello di una donna che ha vissuto con la propria innocenza per tutta la sua vita, che non dimentica i soprusi subiti, ma li assimila e li elabora. 

Alessia Capasso

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La Redazione

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