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Persuasione incontra Fleabag: la ricetta per un disastro

Il recente adattamento Netflix del romanzo inglese Persuasione ha lasciato gran parte del pubblico di Jane Austen a bocca aperta… e non in positivo.

Si sentiva il bisogno dell’ennesima commedia romantica con l’eroina femminista e sarcastica che “non è come le altre ragazze”?

Netflix pensa di sì. Io umilmente dissento.

Aspettavo questo adattamento da quando è stato annunciato. Ho mantenuto basse le aspettative fin dall’inizio, lo giuro, anche se Persuasione è il mio romanzo preferito di Jane Austen. Le aspettative erano basse, eppure è riuscito a deluderle lo stesso. 

Non è stata la rottura della Quarta Parete – che in teoria mi interessava pure, ma in pratica dopo dieci minuti aveva già stufato – non è stato lo svecchiamento del linguaggio ottocentesco né la presenza di un cast multietnico storicamente poco accurato. Non sono stati neanche i vestiti grossolani e le acconciature sciatte. 

È stato il tono.

Sì, il tono scanzonato e sarcastico, quell’ironia frizzante che solitamente caratterizza i romanzi di Austen, ma che proprio con Persuasione non c’entra nulla.

È stato il modo in cui hanno reso Anne Elliot – protagonista “spenta”, intimamente rassegnata a una vita di rimpianto per essersi lasciata scappare il suo grande amore, Frederick Wentworth – una qualunque eroina da commedia romantica del XXI secolo, beffarda, dedita all’alcool e sfigata.

La bellezza di un personaggio come Anne Elliot sta nel suo non essere un’eroina tradizionale, nel suo anteporre la felicità e il volere degli altri ai propri desideri. Anne non è protagonista della propria vita, ma deve imparare a esserlo per ottenere il suo lieto fine.

Dunque, imparare a imporsi, a esprimere i propri sentimenti senza temere il giudizio di familiari e amici. Come può fare tutto questo la nuova Anne, interpretata da Dakota Johnson, quando fin dall’inizio è una protagonista scanzonata e libera, che se ne frega delle convenzioni e del parere altrui? Semplicemente, dal punto di vista della scrittura, non ha alcun senso.

Non c’è nulla di credibile nei rapporti che i personaggi vivono sullo schermo, non c’è chimica tra gli attori protagonisti, che dovrebbero apparire amareggiati, feriti eppure incapaci a smettere di amarsi, e invece sembrano due salme che boccheggiano come pesci appena pescati.

Paradossalmente, a rubare la scena sono i personaggi secondari, soprattutto i familiari di Anne, narcisisti e lagnoni al punto giusto. Sono riusciti a strapparmi qualche risata ogni tanto, impedendomi di addormentarmi già a metà film.

E voglio spezzare una lancia anche a favore della fotografia, che è stata splendida. La palette di colori, i paesaggi e le scene dell’intero film sono state un vero piacere per gli occhi. Vorrei, ahimè, che fosse bastato.

Il nuovo Persuasione altro non è stato che un pasticcio di cose già viste: un po’ Fleabag, un po’ Bridget Jones dei poveri. E non venite a dirmi che fa bene svecchiare i classici. Svecchiare sì, ma con criterio, come ha fatto l’Emma del 2020, per esempio, o il più iconico Ragazze di Beverly Hills del 1995.

Svecchiare non vuol dire cambiare completamente il carattere della protagonista. E non è detto che per essere al centro di una storia si debba essere tutte combattive, femministe e senza peli sulla lingua. Anche le eroine timide, quiete e nostalgiche meritano spazio sulla carta e non solo.

Lo sapeva Jane Austen e lo so io. Chiunque può essere protagonista finché è disposto, in ultimo, a prendere ciò che vuole.

Claudia Moschetti

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Claudia Moschetti

Claudia Moschetti (Napoli, 1991) è laureata in Filologia Moderna e scrive per un sito universitario. È, inoltre, recensora presso il blog letterario Il Lettore Medio e redattrice per il magazine La Testata. Dal 2015 collabora alla fiera del libro gratuita Ricomincio dai libri, di cui è anche organizzatrice.
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