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La canzone di Achille di Madeline Miller: un epico canto di amore e morte

Un esordio nel recente passato, La canzone di Achille è il primo lavoro dell’autrice Madeline Miller.

Pubblicato per la prima volta nel 2011, vive una seconda primavera dopo dieci anni dal suo debutto ufficiale. 

Un inizio di carriera sfavillante, complesso, quello della Miller è un libro immediato eppur saturo di tensioni sottese, non detti, eufemismi, allusioni.

La storia d’amore – da molti immaginata o intuita – tra due pietre miliari dell’epica classica, Achille e Patroclo, diventa la voce eterea di un canto puro, salvifico, resistente. Un canto imperituro, che comincia nella vita per continuare – pressoché immutato – nella morte. 

La voce narrante della Miller racconta, insinuandosi nelle prospettive dei personaggi, e riecheggia con viva poesia nella mente del lettore. Una canzone, forse, vera e propria, che usa la lingua e la sintassi per agitare le emozioni ai destini dei due eroi della mitologia greca. Il brillante Achille, il figlio di Teti, il Pelide, eccezionale Achille, ma anche Patroclo. Il minuto, debole, giovane Patroclo che osserva – già da bambino – come quel ragazzo dai riccioli biondi e dal volto rubicondo splenda, divino. 

Un amore che nasce, cresce insieme ai due protagonisti, seguendoli nelle loro peripezie di giovani uomini. Uomini che diventano eroi, guerrieri, e nella guerra trovano l’attimo di pace l’uno nell’altro. Un’amicizia tenera tra ragazzi sboccia teneramente in un amore senza filtri, prima platonico e poi fisico, un amore degno di passare alla storia.

Epico, come i due uomini che lo vivono, vittime di un destino avverso forse scritto nelle stelle – o forse semplicemente dal fatto che il vero amore romantico è quello tragico, destinato a finire o a finir male, mai soddisfatto completamente. 

Un amore che si contrappone alla morte, spiegherebbe Edgar Allan Poe, soddisfa i criteri della tragedia perfetta: quella che muove e commuove l’animo, ispirandolo verso sentimenti e pensieri più alti. La tragedia eleva l’uomo al divino, toccando le sue corde più profonde.

Ma la storia di Paride ed Achille, come decide di raccontarla Madeline Miller, non conosce una vera fine. In un continuum narrativo spazio-temporale, l’amore e i legami familiari fanno da ponte tra l’aldilà e l’aldiquà, stabilendo un dialogo incessante. Un personaggio morto può ancora rivolgersi a chi, in vita, lo ha amato, spezzando così la tragedia nella sua ineluttabilità. 

L’accettazione della limitatezza e della futilità della vita è rotta dall’eco che una riceve dall’altra, un organismo unico che è tenuto insieme dalla memoria. La memoria del passato che continua, però, ad esistere a manifestarsi nel presente , unendosi ad esso in un tutt’uno. 

Un romanzo di guerra, di formazione, una storia d’amore ed un canto epico, la creazione di Madeline Miller esce dagli standard narrativi proiettandosi nel futuro della letteratura mondiale come un’opera unica, personalissima, contraddistinta da uno stile forte e sorretta da una impeccabile sensibilità poetica. Molto più, insomma, di un semplice omaggio alla narrativa LGBT, ma una voce che si solleva incontrastata per parlare di uguaglianza, bellezza, unicità, accettazione e pace. 

Una lettura consigliata, piacevole e scorrevole, ma soprattutto emozionante, struggente, sognante. 

Sveva Di Palma

Copertina: Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

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Sveva Di Palma

Sveva. Un nome strano per una ragazza strana. 32 anni, ossessionata dalla scrittura, dal cibo e dal vino, credo fermamente che vincerò un Pulitzer. Scrivo troppo perché la scrittura mi salva dal mio eterno, improbabile sognare. È la cura. La mia, almeno.
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