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Che bordello la prostituzione nell’antica Roma

Lucio Dalla diceva «Attento al lupo», noi raccomandiamo di stare attenti alle lupe.

Chi sono? Semplice: le prostitute

Il termine lupa indicava, insieme ad altri vocaboli che usiamo tutt’oggi come meretrice, fornicatrice e lucciola, le donne che offrivano prestazioni sessuali a pagamento.

Ma perché lupa? E perché lupanari?

Sembrerebbe che le prostitute, per attirare clienti all’interno delle case di tolleranza, emettessero dei versi simili a degli ululati. E forse, secondo molti, la cara lupa che allattò Romolo e Remo era un animale in senso figurato: una prostituta starebbe alla base dell’Impero più forte mai creato.

Alla faccia dei bigotti.

Ma i Romani bigotti sicuramente non erano: sappiamo che, come i greci e altri popoli, consideravano i rapporti omoerotici perfettamente normali – loro sì che erano avanti – e anche la prostituzione non era vista di cattivo occhio, anzi!

Catone il Censore, uomo integerrimo e incorruttibile, in un suo scritto loda un giovane che aveva visto uscire da un bordello.

La prostituta più famosa della storia? L’insaziabile Valeria Messalina, una vera star ai suoi tempi. Unica pecca: era la moglie dell’Imperatore.

Ma come si presentavano, per l’esattezza, questi lupanari? A Pompei, che contava più bordelli che abitanti, sono tutt’ora conservati degli affreschi che presentano scene erotiche dell’epoca.

Non dobbiamo aspettarci chissà quale lusso e ostentazione: la maggior parte dei lupanari era costituita da una stanza sul retro di una locanda, spesso mascherata da osteria, che ospitava una o più schiave costrette alla prostituzione.

O, spesso, le padrone delle locande affittavano, dietro pagamento, la camera a donne libere che si dilettavano nella professione. Niente dark room o cose strane: un semplice materasso su un letto in muratura e spesso solo una tenda a separarlo dalla strada, da cui spesso si aveva accesso diretto alla stanza della lupa.

Fuori veniva anche presentato un listino prezzi col costo di tutte le prestazioni e un cartello indicava se la prostituta fosse libera o se stesse al momento intrattenendo un altro cliente.

Ma non ci si poteva di certo improvvisare prostituta: per esercitare la professione bisognava ottenere una licenza, la licentia stupri e il suo nome doveva essere inserito all’interno dell’elenco delle professioniste.

Esisteva anche la prostituzione maschile ma era molto meno praticata e, mentre chi andava nei lupanari non era mal visto, chi praticava la prostituzione era condannata alla vergogna pubblica.

Per lo più le prostitute erano schiave ma spesso anche donne libere che, a seguito di diverse difficoltà, avevano visto nella prostituzione l’unica via d’uscita.

Per riconoscere una prostituta c’erano due modi, uno all’antipode dell’altro: o si presentavano completamente nude – la nudità serviva non solo ad attirare clienti ma anche a sottolineare il loro stato di schiavitù e quindi di perdita di qualsiasi cosa – o indossavano la toga, abito prettamente maschile. 

E i lupanari? Come si faceva a capire che in quel luogo qualcuno avrebbe potuto trovare piacere? 

Semplice: dalle scritte poste sulle insegne dei locali!
La più comune? «Hic abitat felicitas» (Qui abita la felicità) accompagnata dal disegno di un pene. Nel caso qualcuno non avesse capito.

Maria Rosaria Corsino

Copertina: Thomas Shahan, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Maria Rosaria Corsino

Maria Rosaria Corsino nasce a Napoli il 26 Dicembre 1995 sotto il segno del Capricorno. Laureata in Lettere Moderne, si accinge a diventare filologa. Forse. Redattrice per “La Testata”,capo della sezione di grafica. Amante della letteratura, della musica, dell’arte tutta e del caffè.
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