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Animal studies, letteratura e animalità

Gli animali fanno parte della nostra quotidianità, ed è per questo che ci viene spontaneo accettare la loro presenza anche nella letteratura e nei libri che leggiamo, senza stupircene e senza indagare a fondo il ruolo che essi assumono nell’opera. 

Ma in realtà gli animali sono da sempre stati motivo di riflessione per gli intellettuali del passato: Aristotele sosteneva che essi fossero inferiori all’uomo perché non detentori del logos, ovvero della capacità di pensare e non tanto di esprimersi, che era certo ridotta rispetto all’uomo, ma assicurata dalla possibilità di produrre versi. 

Successivamente il filosofo Cartesio, nell’opera Discorso sul metodo (1637) propose una prospettiva ben più dura nei confronti degli animali, identificandoli con la res extensa alla stregua delle macchine e distinguendoli dalla res cogitans umana a cui attribuiva il potere di dominio.

Quella proposta da Cartesio è una prospettiva troppo annichilente nei confronti degli animali per definirla moderna, anche se è indubbio che forme di dominio siano perpetrate a danno degli animali anche nell’età contemporanea, di cui sicuramente è un attento narratore lo scrittore ebreo naturalizzato statunitense Jonathan Safran Foer. In particolare nella raccolta di saggi Se niente importa, perché mangiamo gli animali? (2009) in cui attraverso la relazione empatica riesce a restituire la condizione di segregazione degli animali che riempiono le nostre tavole da pranzo. 

Questo sterminio, è paragonato dall’autrice Anna Maria Ortese ad un assassinio di cui l’uomo alla fine non paga mai le spese, e da Foer come un eccidio paragonabile a quello della Shoah, tema presente tanto nella biografia familiare, quanto nell’opera dell’autore. Tale associazione, sebbene non in chiave di preoccupazione animalista, è presente anche nella raccolta di racconti postuma di Primo Levi Ranocchi sulla luna e altri animali (2014) a cura di Ernesto Ferrero. Infatti, nella raccolta si susseguono presenze animali spesso inquietanti e stranianti dando vita a dei racconti che per alcuni personaggi e dinamiche, rimandano al contesto concentrazionario della Seconda guerra mondiale, che riguardò personalmente lo scrittore.  

Proprio per dare rilevanza ad una serie di tematiche che la letteratura tradizionale ha ostracizzato e non ha ritenuto degne di nota, sono nati a metà degli anni ’80 i Cultural Studies. Essi si occupano di dare rilevanza a quella che per molto tempo è stata considerata sottocultura o letteratura dal contenuto infantile. All’interno dei Cultural Studies si fanno strada anche gli Animal Studies che si prefiggono il compito di indagare il ruolo dell’animale all’interno della letteratura. 

Calvino infatti sostiene che la funzione dell’animale sia fantasmatica, ovvero che esso non rappresenti solo se stesso, ma sia anche emblema di un significato più profondo che trascende gli attributi oggettivi e rimanda ad un significato ulteriore. Anche Ortese in Le Piccole Persone (2017) sosteneva che la letteratura fosse uno strumento per riavvicinarsi alla dimensione animale naturale e irrazionale, dalla quale l’uomo si era dovuto distaccare una volta fatto ingresso nel consorzio umano. Per questo, secondo l’autrice, la letteratura rappresenta una modalità di colmare questo vuoto, e di far riemergere quel legame ancestrale e autentico con la dimensione naturale e animale. 

Le tipologie di relazione che possono intervenire nella codificazione del rapporto uomo-animale sono ben cinque: la prima è quella di alterità e ostilità, ben rappresentata dal racconto di Melville, Moby Dick (1851) che percepisce nell’animale un nemico nei confronti del quale adottare degli strumenti di difesa.

La seconda è quella di metamorfosi, di cui è sicuramente emblematico il racconto La metamorfosi (1915) di Kafka in cui il protagonista Gregor Samsa si trova improvvisamente trasformato in un insetto, simbolo della condizione di disagio sociale in cui il ragazzo verteva.  Il processo di identificazione invece tende a produrre un processo di rispecchiamento tra le dinamiche emotive che coinvolgono gli animali e quelle che coinvolgono gli uomini con cui vengono in contatto, relazione di cui è esemplificativo l’opera Bestiario sentimentale (2018) dell’autrice Guadalupe Nettel.

L’empatia al contrario, ben rappresentata dall’Iguana dell’Ortese, è il rapporto con il quale si prova a sentire come se fosse propria la condizione di oppressione e di totale subordinazione all’uomo vissuta dall’animale. Infine, vi è il rapporto di connessione di cui è rappresentativa l’opera di Quammen intitolata Spillover (2012), in cui entità biologicamente diverse tessono delle relazioni totalmente egualitarie ed orizzontali. 

Sono molti altri gli autori italiani e che si servono della figura animale per veicolare un messaggio, uno di questi è sicuramente Giacomo Leopardi che in particolare nella raccolta le Operette morali (1827) affida alla voce degli animali le proprie convinzioni filosofiche, in particolare per evidenziare il relativismo di ogni specie vivente, che si convince di avere un punto di vista privilegiato sulla realtà, vizio che solitamente viene imputato solamente alla specie umana.

Il racconto, infatti, si costruisce intorno al dispositivo dello straniamento, teorizzato dal formalista russo Sklovskij nell’opera intitolata L’ Arte come procedimento (edizione italiana 1966) e definito come un nuovo sguardo su una qualsiasi entità da sempre conosciuta sotto tutt’altro punto di vista, andando così a creare una nuova immagine spesso tutt’altro che rassicurante. È significativo citare Tolstoj come massimo interprete di tale procedimento, presente nel racconto Cholstomér (1886) in cui il punto di vista privilegiato è affidato ad un cavallo, che adduce come massima critica alla specie umana quella della necessità di ribadire sempre ciò che è proprio, evidenziato dall’uso di aggettivi possessivi quali “mio, mia”. 

Se la letteratura ha un fine pratico, è quello di sensibilizzare l’uomo su tematiche inedite, o mai veramente approfondite, ma è sicuramente anche quello di mostrarci la realtà sotto nuove luci, sotto nuovi schemi che possono e devono esulare da quelli umani. La letteratura è uno strumento attraverso cui possiamo entrare in contatto con l’Altro, imparare a conoscerlo ed empatizzare con la sua condizione. 

Chiara Celeste Nardoianni

Fonte foto: Tatiana Djakova via pexels.com

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Chiara Celeste Nardoianni

Mi chiamo Chiara Celeste Nardoianni, sono toscana ma prima che me lo chiediate, non aspiro la 'c' nella frase "la coca cola con la cannuccia corta corta". Ho il bellissimo difetto di credere nel potere sociale della letteratura e che un buon libro possa essere una chiave di lettura della realtà. Come diceva Gandhi dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.

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