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Black Pietas Matter ma solo se non la chiudiamo in un museo

Pathos, compassione, tensione emotiva e dolore sono solo alcuni degli stati d’animo che trovano massima espressione artistica nell’iconografia della Pietà, tema iconografico più diffuso e trattato nel corso dei secoli dagli artisti. 

Jon Henry, artista visivo che lavora con la fotografia, porta il tema della Pietas su pellicola, cercando di raccontare i dolori, i traumi e le guarigioni all’interno della comunità afroamericana. 

Stranger fruit è il suo ultimo progetto fotografico, iniziato il 2014 e ora in corso più che mai. 

Prendendo le radici dall’omonima canzone Strange Fruit di Billie Holiday, la necessità di questo progetto nasce in risposta agli omicidi insensati di uomini afro-discendenti per mezzo della violenza della polizia. 

Stranger Fruit è infatti atto di denuncia e tentativo di sensibilizzazione rispetto al tema della brutalità e del razzismo delle forze dell’ordine negli Stati Uniti, affermatosi ancor di più sulla scia delle proteste del Black Lives Matter dopo l’uccisione di George Floyd.

Ma George Floyd è solo uno dei tanti nomi della lista di violenze causate dal fenomeno della policy brutality che per anni ha avuto come “obiettivo” giovani ragazzi afroamericani. 

Il progetto prende vita già nel lontano 2006, in seguito all’omicidio di Sean Bell, ventiduenne afroamericano colpito mortalmente il giorno prima del suo matrimonio da alcuni agenti di polizia in borghese. Jon Henry comincia a maturare l’idea di mettere in luce il dolore delle povere madri i cui figli per anni sono stati vittime di violenze ingiustificate, risultato solo di un razzismo violento fin troppo radicato. 

 È cosi che il fotografo, attraverso i suoi scatti, sceglie di mettere a nudo tutta l’atrocità di un orrore che si consuma sotto gli occhi di tutti, nella quotidianità di molte persone e nell’indifferenza di altre. Le protagoniste dei suoi lavori sono quelle madri che vivono nella costante paura che qualcuno, da un giorno all’altro, possa portare via i loro figli. 

Non a caso le ambientazioni delle fotografie sono tutti spazi familiari, di vivere quotidiano come parcheggi, strade affollate e vicoli. 

Anche se gli scatti sono messi in scena e la scena è puramente set fotografico, non è detto che non colpiscano:

«Questi non sono attori, sono famiglie che davvero sono martoriate da certe tragedie e da certi pensieri» dice Henry. 

L’artista, proveniente da famiglia afroamericano protestante, per quindici anni ha lavorato come sagrestano nel Queens e confessa che il progetto è ispirato all’iconografia cristiana, appare infatti evidente il richiamo delle pose alla classica Pietà.

Le donne, con i loro figli tra le braccia, abbandonati a una morte ingiusta, guardano fisso nell’obbiettivo con l’unico intento di coinvolgere lo spettatore.

Lo stesso spettatore che da anni continua ad assistere ai continui omicidi a sfondo razziale e lo stesso spettatore che ha due scelte: farsi portavoce delle richieste di aiuto o andare via. 

Le madri nelle foto non hanno perso realmente i loro figli, ma potrebbe succedere e la madre, dopo le inchieste quando i processi sono finiti, è sola e vuota, l’unica a rimanere a fare i conti col dolore. 

Il progetto si è evoluto poi negli anni, prendendo vita da circa quindici città americane con l’obiettivo di mettere in scena quante più realtà possibili e quella che era iniziata come una protesta è finita per essere molte altre cose, forse anche uno specchio in cui guardarsi e decidere, per una volta, di prendere una posizione.

Per molto tempo inoltre si è discusso sul luogo di esposizione per un progetto come Stranger Fruit. La scelta dev’è essere più inclusiva possibile per far sì che la popolazione rappresentata possa essere coinvolta e sentirsi a proprio agio. 

Fra le numerose mostre organizzate in diverse gallerie a New York, di grande impatto è stata l’esposizione di uno degli scatti su un billboard vicino a Times Square

L’assenza di qualsiasi testo d’accompagnamento o contestualizzazione esplicita, ha fatto sì che il progetto assumesse una certa rilevanza.

In un luogo come il museo non è possibile semplicemente osservare quegli scatti, piuttosto viene da interrogarli, e poi interrogarsi riflessivamente sul senso che quelle stanze colme di storia, sguardi e colori, hanno per chi le attraversa.

Il corpo, nella sua materialità e profonda importanza, costituisce il luogo dove appaiono maggiormente evidenti le ferite della storia lasciate dal tempo.

Il corpo temuto e dunque denigrato, perché inconciliabile con l’Occidente, ma anche il corpo silente, tacitato, di chi si è trovato a misurarsi con la dimensione dell’orrore e dell’indicibile e che appare denudato, oltre che dai diritti, di ogni valenza umana. 

Corpi che recano incise nella carne memorie scomode che interpellano, chiedono e inducono a guardare alle matrici storiche, politiche, sociali della sofferenza.

Per cui come può un corpo allontanarsi da se stesso? 

Come può decostruire un immaginario collettivo?

Dopotutto «è una cosa da neri. Non capiresti.»

Serena Palmese
Foto copertina di lensculture.com

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Serena Palmese

Mi piacciono le persone, ma proprio tutte. Anche quelle cattive, anche quelle che non condividono le patatine. Cammino, cammino tanto, e osservo, osservo molto di più. Il mio nome è Serena, ho 24 anni e ho studiato all’Accademia di belle Arti di Napoli. Beati voi che sapete sempre chi siete.

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