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Il canto della sirena: storia dolce di una tragica fine

Napoli, si sa, è una città ricca di storia e di leggende.

Non c’è quartiere, non c’è vicolo che non sia permeato da storie mitiche di amore e morte, uomini e non.

Perché mica esistono solo gli esseri umani.

A Napoli esistono anche le sirene.

Partenope era una di loro.

Di genealogia ambigua – secondo Esiodo era figlia di Forco, divinità dei pericoli marini mentre secondo altri era figlia della musa Tesricore o ancora era figlia di Acheloo – fatto sta che Partenope apparteneva a quella schiera di creature mezze donne e mezze animali ittici che col loro canto melodioso attiravano in trappola i naviganti e li uccidevano.

Insomma, non proprio una fanciulla virtuosa.

Partenope fa la sua prima apparizione nel XII canto dell’ Odissea, famoso perché racconta di come Ulisse, pur di ascoltare l’ammaliante canto delle sirene, si fa legare all’albero maestro della nave.

La sopracitata trappola delle sirene, prevedeva infatti l’attirare i marinai con il loro canto e poi farli annegare. Perché? Non si sa.

Ma Ulisse, avvisato da Circe, si era fatto furbo e le sirene, ferite nell’orgoglio dalla resistenza del guerriero acheo, si tolsero la vita lanciandosi sugli scogli.

«Un dolce canto cominciaro a sciorre:
O molto illustre Ulisse, o degli Achéi
Somma gloria immortal, su via, qua vieni,
Ferma la nave, e il nostro canto ascolta.

Nessun passò di qua su negro legno,
Che non udisse pria questa, che noi
Dalle labbra mandiam, voce soave:
Voce, che innonda di diletto il core,
E di molto saver la mente abbella.
Chè non pur ciò, che sopportaro a Troja
Per celeste voler Teucri, ed Argivi,
Noi conosciam, ma non avvien su tutta
La delle vite serbatrice terra
Nulla, che ignoto, o scuro a noi rimanga.
Così cantaro.
»

(Omero, Odissea XII vv 240 – 254)

Partenope, la più bella tra tutte – il suo nome significa infatti “volto di fanciulla” –  fu trascinata tra gli scogli della Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo, e qui il suo corpo si dissolse e si trasformò nella morfologia di Napoli: il capo si trova verso oriente, a Capodimonte mentre la coda a occidente, verso Posillipo (che a sua volta ha un’etimologia bellissima: Posillipo in greco significa “che fa passare il dolore”).

A Partenope, però, è legata anche un’altra leggenda: quella sulla pastiera napoletana.

O, per meglio dire, sulle sette strisce da mettere sul ripieno.

Sembrerebbe, infatti, che giunta sulle spiagge campane, Partenope abbia ricevuto in dono da sette fanciulle vergini in età da marito, sette doni per buon auspicio.

E questi doni sarebbero stati: uova, ricotta, zucchero, grano, canditi, arance e limoni.

Li riconoscete? Questi doni o meglio dire, questi ingredienti, mescolati danno vita al dolce pasquale campano per eccellenza.

E il numero sette, è solo una coincidenza? Anche il posizionamento delle strisce?

Eh no, signori miei, qua nulla è lasciato al caso!

La disposizione delle strisce di pasta frolla altro non rappresenta che le strade di Napoli: i cardi e i decumani – ovvero le strade principali e i vicoli secondari – dell’urbanistica greca.

Maria Rosaria Corsino

In copertina: Giulio Aristide Sartorio – La Sirena, 1893
Vedi anche: Nessun dubbio: Palazzo Donn’Anna è femmina!

Maria Rosaria Corsino

Maria Rosaria Corsino nasce a Napoli il 26 Dicembre 1995 sotto il segno del Capricorno. Laureata in Lettere Moderne, si accinge a diventare filologa. Forse. Redattrice per “La Testata”,capo della sezione di grafica. Amante della letteratura, della musica, dell’arte tutta e del caffè.

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