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Edward Said e la sua idea di orientalismo

Occidente e Oriente. 

Due mondi completamente opposti. 

Società, culture e tradizioni che non si incrociano mai. 

E poi stereotipi, cliché, che sono all’ordine del giorno. 

Lo scrittore statunitense Edward Wadie Said è nato a Gerusalemme nel 1935 da madre palestinese e padre statunitense. Said è cresciuto assorbendo e toccando con mano l’identità delle sue origini orientali: visse infatti tra il Cairo e Gerusalemme fino all’età di 15 anni per poi trasferirsi, nel 1915, negli Stati Uniti, dove rimase fino alla sua morte. 

Nel 1978 pubblicò Orientalism saggio che, nel 1991, venne tradotto in italiano come Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente e il tema principale è proprio questo: come l’Occidente, l’Europa nello specifico, ha guardato all’Oriente nel corso del tempo. 

Nel suo libro, Said sostiene che l’Oriente sia una mera rappresentazione frutto dell’immaginario collettivo europeo tramandata negli anni e che, quindi, esista solo e unicamente in funzione della descrizione che di esso ne dà l’Occidente. 

L’orientalismo è allora un regime di rappresentazione che presuppone un soggetto, l’occidentale, che per forza di natura ha bisogno di una specie di antagonista, un opposto, ovvero l’orientale. 

All’Oriente, di conseguenza, secondo Said, vengono affibbiate una serie di caratteristiche totalmente agli antipodi a quelle che l’Occidente si attribuisce, divenendo, in tal modo, un miscuglio di racconti e l’oggetto dei desideri del soggetto occidentale. Ovviamente tutto ciò accade con la premessa che l’Occidente sia superiore all’Oriente.

Tutto ciò fa in modo che l’orientale esca fuori dalla sua rappresentazione reale e che diventi semplicemente un’identità culturale creata e, soprattutto, importata dagli occidentali. 

Secondo Said il nucleo dell’orientalismo sta nella conoscenza ed effettivamente, l’orientalismo post-imperiale e post-coloniale – innescato dai grandi imperi europei francesi e inglesi – è un mero discorso di potere che parte dalla conoscenza.

Conoscere l’Oriente, afferma Said, significa elevarsi e accogliere ciò che è lontano e differente.  Quindi, possedere la conoscenza di questo soggetto significa, in poche parole, dominarlo e cancellare in esso qualsiasi tipo di autonomia e di libertà.

E così, mentre i governi occidentali tendono all’autogoverno, i popoli orientali sono soggetti a forme di governo dispotiche e assolutistiche e quel potere assolutistico deve essere amministrato dall’Occidente. 

Prendiamo come esempio il discorso che l’allora ministro inglese Arthur James Balfour il 13 giugno 1910 fece alla Camera dei Comuni riguardo i problemi che l’Inghilterra si trovava a fronteggiare in Egitto. Said spiega come l’Egitto, in quel caso, sia diventato non solo una semplice colonia, ma la giustificazione del colonialismo e dell’imperialismo occidentale.  

Il soggetto orientale va quindi guidato, formato, esaminato e disciplinato e, di conseguenza, l’orientalismo va pensato come una serie di limiti e costrizioni del pensiero. 

Il periodo di maggiore espansione dell’orientalismo coincide con il periodo di massima espansione dei domini coloniali europei divisi tra Francia e Inghilterra, che tra il 1815 e il 1914 controllavano l’85% delle terre emerse con un certo primato in Asia e Africa. 

Le due potenze decisero infatti di non farsi la guerra ma di condividere i territori coloniali assieme ai profitti, al predominio e all’egemonia culturale. In questo modo si formò un archivio di nozioni condivise da inglesi e francesi riguardo ai popoli orientali colonizzati, nozioni che servivano agli europei per poter studiare e analizzare gli orientali. Queste, in breve tempo, influenzarono non solo gli occidentali ma anche gli orientali stessi. Non a caso, nel suo testo, Said afferma: 

«L’Inghilterra conosce l’Egitto e l’Egitto è ciò che l’Inghilterra di esso conosce».

Non è poi da dimenticare che l’Occidente abbia racchiuso nel termine orientale civiltà, società e culture completamente diverse tra loro come, ad esempio, la Cina, l’India, l’Egitto, gli Emirati Arabi e tante altre. 

Tra il XIX e il XX secolo le cose cambiarono: in Europa iniziò a circolare un enorme corpus di testi letterari sull’Oriente e si ebbe il cosiddetto Rinascimento Orientale, durante il quale emerse una nuova consapevolezza sull’Oriente derivata dalla riscoperta di antichi testi e lingue come, ad esempio, il sanscrito. 

Si cercò, quindi, di analizzare questi nuovi materiali con moderne tecniche di comparazione e di metterli in contatto con le realtà attuali. Tutto ciò fece accrescere il prestigio dell’orientalismo da cui nacquero moltissime istituzioni dedicate all’Oriente. 

Tuttavia, esiste una terza forma di orientalismo: resta sempre una separazione tra Europa e Oriente, separazione che crea un’opposizione tra questi due mondi messi, inevitabilmente, in un preciso rapporto gerarchico.

Di conseguenza arrivano i cliché, ma i cliché si trasformano in giudizi perché gli orientali sono ingenui, vezzi all’adulazione e alla calunnia, privi di iniziativa, insensibili nei confronti degli animali e mentitori incalliti. Mentre gli occidentali sono brillanti, schietti, laboriosi e virtuosi.

Ci si limita a vedere ciò che si vuole vedere relegando, ad esempio, il popolo palestinese ad un popolo volto solo alla guerra e alla violenza senza guardare a ciò che c’è dietro. Senza guardare alla storia, alla quotidianità di un cittadino palestinese alla fine si finisce per silenziare queste persone, senza possibilità di esprimere se stessi, la propria cultura e il proprio modo di essere.

Per noi occidentali, quella cultura e quel tipo di società è impensabile e se è impensabile allora è impossibile.

Uno degli scopi principali del libro, spiega Said, è quello di analizzare l’orientalismo inteso come un dispiegarsi della forza di una cultura, facendo in modo che si inizi a riflettere su questo tema ancora troppo lontano dalla nostra mentalità. 

Perché è vero, oggi abbiamo fonti che attestano una cultura orientale ben diversa da quella che tanto bene millantava Balfour, però siamo sempre condizionati da certe idee, da generalizzazioni premature, da nozioni vaghe e senza fondamenti.

Tuttavia, le Università, ad esempio, iniziano ad approfondire la storia di questi popoli che per troppo tempo sono stati accantonati o raccontati come meglio si credeva.

Inoltre, c’è la voglia da parte delle popolazioni orientali di autorappresentarsi attraverso l’arte, la poesia, il cinema e attraverso internet, raccontando le proprie storie, ricostruendo villaggi e case. 

Se fino ad ora l’Oriente ha subito la dominazione dell’Occidente, adesso è pronto a mostrarsi al mondo, a mostrare sé e la propria cultura, la propria società, le proprie origini e tradizioni. 

E ora vi lascio con una domanda tratta dal libro di Said: 

«Si può dividere la realtà umana, che sembra in effetti di per sé divisa, in culture, eredità storiche, tradizioni, sistemi sociali e perfino razze diverse, e salvare la propria umanità dalle conseguenze?» 

A voi la risposta. 

Mariachiara Di Costanzo 

Vedi anche: Afghanistan: la terra degli infiniti conflitti

Mariachiara Di Costanzo

Sono Mariachiara Di Costanzo e tra un latte al nesquik e una tisana al karkadè mi diletto in un mondo fatto di Vogue, tanti sogni e libri sull’antica Grecia. Scrivo poesie di passioni che provano gli altri e amo cantare a squarciagola. Vorrei riuscire ad entrare nella testa delle persone, un po’ come il ritornello della loro canzone preferita.

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