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Afghanistan: la terra degli infiniti conflitti

L’Afghanistan non trova pace. Da anni dilaniato da guerre è considerato, a causa di queste, uno dei paesi più poveri del mondo.

I continui conflitti che perdurano dagli anni ’70, infatti hanno impedito lo sviluppo dell’economia e della sicurezza.

Situato al centro dell’Asia meridionale, l’Afghanistan è una repubblica islamica ed è da molti anni ormai oggetto degli interessi geopolitici da parte delle potenze straniere, per la sua posizione strategica e per le sue risorse naturali, come le miniere di rame, ferro e di oro e in particolare il petrolio.

La sua lunga storia di conflitti comincia nel 1978, quando un partito (PDPA) vicino all’URSS prende il potere, poco dopo però il leader al governo Taraki fu assassinato e sostituito con il suo primo ministro Armin filoamericano. Questo cambio di potere non fu apprezzato dall’Unione Sovietica che decise di invadere il paese scatenando una lunga guerra che finirà nel 1989 quando le truppe russe di ritireranno. Nel 1992 fu proclamata la repubblica, ma da quel momento fino al 2001 assumo un controllo sempre maggiore i talebani.

I talebani o anche “studenti coranici” come loro si definiscono, sono un gruppo di fondamentalisti islamici che applicano con particolare durezza la shari’a e aventi legami con Al Qaeda.

In seguito all’attentato dell’11 settembre gli Stati Uniti decidono di invadere il paese e di eliminare il regime dei talebani e degli altri gruppi terroristici.
Il conflitto è perdurato fino ai giorni nostri e solo in questi ultimi mesi si è deciso per il ritorno in patria dei soldati americani.

L’economia a causa di questi conflitti è collassata divenendo quasi inesistente.

Le infrastrutture sono state distrutte come le strade e i ponti, solo negli ultimi anni la coltivazione del cotone e della barbabietola da zucchero si è timidamente ripresa.

La maggiore fonte di guadagno purtroppo è il papavero da oppio, coltivato in gran parte del paese. Secondo i dati forniti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e del crimine, l’85% della morfina e dell’eroina in circolazione è prodotta dal papavero da oppio coltivato qui, ossia circa 380 tonnellate. Paradossalmente questa attività illegale è quella che offre il maggior numero di posti di lavoro circa 400 mila.

Ciò che sta accadendo attualmente in questo paese è uno scontro tra più parti, ognuna delle quali preme per ottenere il controllo del territorio.

Qualche settimana fa ha fatto scalpore l’imponente parata dei talebani che si è svolta in pieno giorno, per scortare il governatore della provincia di Logar.

Questa che è chiaramente una dimostrazione di forza e di potere da parte dei talebani, preoccupa i più che vedono in questo gesto la smaccata volontà dei talebani di tornare al potere, volontà che questa volta rischia di essere estremamente concreta, a causa dell’accordo firmato lo scorso febbraio a Doha, in Qatar.

Tale accordo, stipulato tra i talebani rappresentati dal loro leader Abdul Ghani Baradar e gli americani nella persona del delegato Zalmay Khalilzad, prevede un progressivo ritiro delle truppe americane e dei loro alleati dal territorio Afghano, mentre i talebani si impegnano ad interrompere atti terroristici verso il governo di Kabul e a dialogare con esso per poter ricostruire il paese dopo 40 anni di guerra ed inoltre ad adottare posizioni più miti circa l’attuazione della legge coranica, dei diritti delle donne e dell’istruzione.

Dopo la stipula di questo primo accordo però sembra che la situazione si sia arenata, in particolare il dialogo tra il governo e i talebani sembra essere particolarmente difficoltoso.

All’interno dello stesso governo vi è uno scontro tra il presidente in carica Ashraf Ghani, eletto nel 2014, e il suo primo ministro Abdullah Abdullah, aspirante alla carica di presidente, ma non solo, i talebani non hanno mai nascosto di volere un “regime islamico” e risulta di conseguenza più che complicato dialogare con le parti laiche dello stato e con le restanti minoranze religiose.

Sembra però che quella a Doha sia stata un po’ una farsa da parte dei talebani, che non sono coesi ma suddivisi a loro volta in gruppi ognuno dei quali si accorda con il migliore offerente, che si sono impegnati a non commettere più atti terroristici, ma che invece secondo un rapporto della NATO risultano tuttora avere legami con Al Qaeda e hanno raggiunto una solida stabilità finanziaria grazie al commercio di droga e di petrolio che non hanno mai interrotto. Dimostrazione di ciò è la parata sopra citata, in cui sfilavano una serie numerosa di auto nuove di zecca e uomini armati fino ai denti con le più moderne armi.

I costi di questa guerra infinita sono diventati troppo elevati per gli americani che preferiscono uscire velocemente di scena.

Preoccupa però questo ritiro delle forze USA che è già cominciato, e secondo la volontà del presidente uscente Donald Trump dovrebbe concludersi a Natale, poiché lascerebbe vuoti facilmente colmabili dagli integralisti ormai riorganizzati e che perseverano anche con gli attentati terroristici. Il 2 Novembre scorso infatti morivano 4 persone e ne venivano ferite altre 8 in un attentato di chiara matrice talebana presso la sede del governo di Kunduz, a causa di un colpo di mortaio. Negli ultimi giorni sono stati registrati altri attacchi in 27 delle 34 province afghane chiaramente volti a minare la stabilità del già traballante governo di Kabul e nella provincia di Faizabad sono state avviate delle operazioni contro i talebani.

La popolazione però non vede di buon occhio questo nuovo accordo stipulato in Qatar, che porterebbe i talebani ad avere un ruolo decisionale maggiore nel governo. Vividi sono nella mente dei cittadini i ricordi delle barbarie messe in atto da questi integralisti nelle ore buie della loro prima avanzata. Le donne in particolare temono un’involuzione della situazione e la perdita di quei pochi diritti che in questi anni hanno faticosamente guadagnato. Non a caso una delle prime mosse degli integralisti è chiudere le scuole e impedire alle bambine di istruirsi, i rapimenti e gli stupri delle ragazze sono tuttora una piaga di questo paese.

Il tasso di analfabetismo delle ragazze si aggira attorno all’80%, soprattutto nelle zone rurali controllate dagli integralisti. Il 50% delle donne afghane partorisce in casa e il tasso di mortalità per complicazioni dovute al parto, a causa della carenza di assistenza medica, è tra i più alti del mondo.

Dato che la situazione non era abbastanza complessa ha deciso di movimentarla anche l’Isis. È chiaro ormai che questo gruppo terroristico mira a creare un califfato in medio oriente e anche l’Afghanistan è stata oggetto di attentati molto probabilmente con il fine dei gruppi jihadisti di infiltrarsi ulteriormente nel territorio, in cui già sono presenti nella parte est e collaborano con i talebani nella jihad.

Yama Siawash, questo era il nome del giornalista e consigliere della banca centrale che qualche giorno fa è stato ucciso in un’esplosione causata da una bomba messa nella sua macchina e altre due persone sono morte per la deflagrazione dell’ordigno. L’Isis ha rivendicato l’attentato.

Sempre il 2 novembre scorso invece l’università di Kabul è stata presa di mira, verosimilmente sempre da militanti del Daesh, anche se l’attacco non è stato rivendicato e i talebani negano ogni loro coinvolgimento.

Le vittime sono state 19 tra cui i tre attentatori e 20 i feriti, i terroristi sono entrati all’interno della struttura sparando sulla folla, proprio nel giorno in cui veniva inaugurata una mostra di libri.

Tirando le somme sembra fallito questo tentativo di dare un equilibrio al paese, la popolazione è esausta della guerra, delle privazione e soprattutto della mancanza di diritti civili. Quello che accadrebbe se gli integralisti talebani ottenessero il controllo, con il loro lungo curriculum di crimini commessi contro i civili e le donne in primis, sarebbe un ritorno al passato e l’Afghanistan perderebbe la possibilità di lasciarsi alle spalle le violazioni subite e svilupparsi come i moderni paesi occidentali.

 

Beatrice Gargiulo

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La Redazione

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