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Ddl Zan? Sì, se ti preoccupa è perché sei omofobo

Il Ddl Zan ha come unico obiettivo quello di punire e prevenire le discriminazioni. Ti senti limitato nella tua libertà d’espressione? Ti senti censurato? Il Ddl Zan ti minaccia?

Allora sei intenzionalmente e consapevolmente colpevole di discriminazione.

Punto.

Non c’è appello a questa famigerata “libertà di espressione” che regga. La libertà di espressione non va mai confusa con la discriminazione su base religiosa o razziale e l’unica cosa che si chiede nel Ddl Zan è di non farlo nemmeno per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità.

Ma una risposta comune alle ribellioni, alle rivendicazioni che minacciano l’odio e il pregiudizio è la negazione.

La negazione è una tecnica che funziona, soprattutto nelle fogne virtuali degli angoli omofobi, razzisti, maschilisti e retrogradi dei social dove si nega tutto, anche l’evidenza: non è vero che non c’è l’uguaglianza, non è vero che sono discriminati, non è vero che soffrono.

Oppure: risolvete problemi inutili e non pensate a chi soffre davvero. Loro pensano di soffrire? E allora i disoccupati, i poveri, le donne incinte, i bambini, i paesi del terzo mondo e i marò?

La conseguenza diretta è una fitta alle coscienze di attivisti e individui LGBTQ+, come se aggiungere il senso di colpa per aver rivendicato diritti sacrosanti possa risolvere tutte le ingiustizie del mondo.

In realtà, il tutto si riduce in una guerra tra chi sta male e chi sta peggio, tra chi è povero e chi è più povero. Nessuno può lamentarsi, c’è chi sta peggio.

Vladimir Luxuria ha risposto molto lucidamente: “questa è una legge che noi aspettiamo da 30 anni e ogni volta è stato trovato un pretesto per posticipare la discussione di questa legge. […] Bisogna occuparsi di tutto: bisogna occuparsi di Covid, bisogna occuparsi di economia, bisogna di manutenzione delle strade, bisogna occuparsi della sicurezza. Un Parlamento serio è quello che si occupa di tutto”.

Un’altra delle frasi tipiche nelle bocche degli omofobi è: “ma a che serve il Pride? Se vogliono l’uguaglianza perché fanno ‘ste sfilate? Mica esiste il Pride per etero…E mica esiste il Ddl Zan per etero?“.

Purtroppo questo domande retoriche sollevano ogni volta milioni di consensi.

E ogni volta mi stupisco: in che modo si potrebbe discriminare la norma maggioritaria? Il senso stesso della discriminazione è l’allontanamento, l’isolamento, se non la limitazione delle libertà personali di un individuo sulla base di caratteristiche che lo rendono “diverso” dalla “norma” in un dato contesto socio-culturale.

Treccani suggerisce: “discriminazione – diversità di comportamento o di riconoscimento di diritti nei riguardi di determinati gruppi politici, razziali, etnici o religiosi”.

E allora in che modo, in una società di strutture e sovrastrutture fatte a misura di uomo, bianco ed etero, la discriminazione può avvenire a danno dello stesso modello per la norma? È talmente insensato che la polemica puzza di ipocrisia.

Ma guardatevi attorno. Non lo vedete il disprezzo?

Più o meno celato nelle bocche di persone che magari rifuggono quanto possono l’etichetta di “omofobo”, ma che sminuiscono le sofferenze quotidiane degli individui LGBTQ+ e ignorano la necessità che questi siano tutelati a scuola, a lavoro, al supermercato.

Tra le varie cause vi è un’effettiva mancanza di empatia, una cecità egocentrica che ci impedisce di vedere le sofferenze di chi vive una vita non nostra: immigrati, indigenti, persone di colore, vittime di violenza fisica ma anche psicologica…e si potrebbe andare avanti per ore.

Per comprendere empaticamente le sofferenze altrui bisogna proiettarsi verso l’esterno, fare un passo verso l’altro. Bisogna dimenticare per un attimo il quadro delle esperienze personali, così ben radicate in noi, e immaginare quello di un altro, dell’“altro”.

Non è semplice e spesso non è piacevole, perché potremmo scoprire di aver causato più sofferenza di quanto credessimo.

Potremmo scoprire di aver discriminato e di essere parte del problema, ma sarebbe il primo passo per diventare parte della soluzione, perché in fondo non è mai troppo tardi.

Il disprezzo, però, non sempre è così sottile.

Proprio ieri, Matteo Renzi ha proposto una modifica che prevede l’abolizione dell’identità di genere all’interno del Ddl Zan.

Tale proposta lede ancora una volta il concetto di identità di genere, fondamentale non solo per la comunità umana ma è basilare per quella trans.

Il processo legislativo è stato ancora una volta rallentato, allontanando il risultato di uno stato più inclusivo.

Ci teniamo a specificare che tutti i commenti che leggete sono stati estrapolati da una video-intervista da noi realizzata al Napoli Pride 2021 a Elia Bonci, ragazzo transessuale.

Dicendo ciò non vogliamo generalizzare e asserire che l’odio contro i transessuali sia più diffuso rispetto alle altre forme di omofobia: ogni discriminazione è deleteria al pari dell’altra. Vogliamo, piuttosto, sottolineare quanto la transfobia e l’avversione al concetto di identità di genere risultino palesi universalmente in tutti i contesti.

Proprio per questa violenza ci auguriamo che il Ddl Zan diventi finalmente realtà.

Maria Ascolese

In copertina: foto di Giovanni Allocca

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Maria Ascolese

Maria Ascolese è nata nel 1999 a Napoli. Le piace tutto e non ama niente: nonostante sia una perfezionista e una lavoratrice infaticabile, il suo sogno nel cassetto prevede solo una spiaggia assolata e tanti margarita.

1 commento

  1. il ddl zan è inutile (esiste già l’articolo 3 della costituzione-si ascolti un paio di interventi di Giacalone a non stop news)

    oltretutto è scritto male ed è espresso peggio

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