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La nuova frontiera d’umanità è on the road e si chiama “Nomadland”

Dopo un lungo sentiero battuto da una sfilza di candidature e premi, il “Van-guard” fatiscente di Fern approda dalle strade sterrate della sua spoglia “nomadland” alle dolci alture di Hollywood, sul podio dorato degli Oscar.

Frances McDormand in cast e produzione – straordinaria antidiva nel ruolo di protagonista errante – e Chloé Zhao alla regia – prima donna sino-americana ad aggiudicarsi l’ambita statuetta (in trecce e sneakers) – scrivono una commovente pagina d’America on the road a metà tra fiction e documentario.

Una storia “senza fissa dimora” che riecheggia un motivo antico, un Far West del terzo millennio con ultrapensionati travestiti da nuovi pionieri della miseria, anarchici gentili piegati dalla crisi economica e in rotta verso tramonti altri, in un folgorante ritorno alle origini tutto americano.

Una rivoluzione della solidarietà e un potente monito a un pianeta Terra piegato dal morbo capitalismo. Da vedere sullo schermo più grande che c’è in città.

Fern (Frances McDormand) è una donna dal volto di roccia allergica ai tetti di cemento e ai “per sempre”, vedova senza stipendio né mestiere fisso – ne cerca uno nuovo ad ogni cambio stagione, frontiera e parcheggio dove sostare col suo van sgangherato –  cellula eretica dell’America dell’e-commerce che divora i suoi operai-formica con stipendi da fame. Il suo “Van-guard” è la miniera di ricordi a quattro ruote che si carica sulle spalle ad ogni sosta, una mappatura d’affetti che le ripete ad ogni risveglio quante miglia disti la parola “houseless” da  “homeless”. Perché “casa” è “qualcosa che ti porti dentro”, come canta Morrissey in un suo pezzo, un luogo tutto interiore senza pareti, né soffitto, né numero civico.

La sua è una storia  di sopravvivenza tra le macerie del 2008, quando la recessione economica ha forzato un esercito di disoccupati over 60 a ripiegare sul nomadismo, una vita spartana senza geografie definite tra Arizona, Nebraska, Nevada, California e South Dakota, dove l’arte d’arrangiarsi si impara “in corsa” in un esercizio continuo di resilienza e solitudini. Un “road trip” tra i lavori più lerci e alienanti di un’America che non conosce privilegio né borghesismi, un’America che nemmeno alle soglie della pensione può concedersi soste perché non riesce a sfamarsi.

E allora Fern è disposta a lucidare i cessi putrescenti di campeggi spersi nel deserto, griglia burgers nei fast food più sudici, si improvvisa CamperForce di Amazon imballando pacchi di cartone  nel cuore della notte e si accontenta di raccogliere barbabietole in Minnesota, pur di difendere la sua normalità a bordo di un furgone. Ripensandosi libera in una crociata silenziosa sciolta sì da vincoli materiali, ma ancora infestata dai fantasmi di un passato dolente che sa di “casa”, che le sussurra il suo nome anche nei luoghi più dimenticati del Nevada rurale: nella valigetta da pesca del marito usata a mo’ di dispensa c’è ancora quel servizio di piatti in ceramica che il papà le regalò per il diploma. E la fede di Bo è ancora lì allacciata al dito, un cerchio d’amore sacro e potentissimo che sa sopravvivere anche sfilandosi l’anello, volendo.

Il suo è un nostalgico itinerario interiore che dai sotterranei ipotermici del precariato – spremuto da turni massacranti come un animale da soma – sfonda pareti e convenzioni sociali abbracciando una routine atipica senza particolari centri di gravità permanente, col timone puntato verso orizzonti estranei, connessioni silenziose col sole e con la pioggia o con altri nomadi gentili con cui inseguire tramonti e parlare di vita, di morte, di tempi andati.

Chloé Zhao è molto brava a trovare la forma del vero (ed è tutta qui la potenza di questo film), non scadendo mai in didascaliche denunce al sistema-capitale, né disseminando tracce di affettazione o scivoloni nella retorica, nel raccontare questo vagare low-cost verso una “terra promessa” niente oro, ma solo rocce, sole e frugalità. La regista, piuttosto, riesce a cavare una potente lezione di umanità da un ritorno alle origini abitato da legami asciutti e puri, allestendo una toccante fotografia della vita in comunità che parla di resistenza, di cura disinteressata per l’altro e di rispetto religioso per i cieli variopinti che si posano sulle nostre teste, unico tetto a tenerci interi per tutta la vita, anche nei salti occasionali da un domicilio all’altro.

Il tutto confezionato in un mix di finzione e improvvisazione dosato alla perfezione, che sa assicurarsi una spontaneità e una connessione empatica reale tra troupe e protagonisti: tranne che per la (strepitosa) McDormand, al suo terzo Oscar dopo Fargo(1996) e Tre manifesti a Ebbing, Mossouri(2017), tutti i rugosi volti del cast sono nomadi veri, attori non professionisti ed eroi di quest’epica di frontiera che non conosce addii ma solo formule di speranza e di ritrovi, come un “ci vediamo lungo la strada” intorno al fuoco di un bivacco notturno scoppiettante d’utopia e di altre felicità.

Come il volto di Linda May (protagonista a tutti gli effetti del romanzo d’inchiesta di Jessica Bruder da cui il film è tratto), Swankie (malata terminale che ha scelto di vivere i suoi ultimi mesi di vita in van a incontrare rondini e alci selvatici), e Bob Wells (guru della vita in strada che dopo la perdita del figlio ha trovato il senso dei suoi giorni nello spirito comunitario, mettendosi al servizio del prossimo).

6 candidature, 3 premi Oscar (per le categorie miglior film, miglior regia e miglior attrice protagonista), un Leone d’oro a Venezia 77, 4 BAFTA e una valanga di altri riconoscimenti che consacrano questa commovente pellicola on the road al podio di film dell’anno.

Una pellicola che stravince perché documenta le rivoluzioni di un’umanità vagabonda armata solo di solidarietà e gentilezza gratuita, in un antico baratto di sentimenti incorniciati da valli arse al sole e steppe spruzzate di neve. Nomadland diventa così l’ultima frontiera di sopravvivenza nella precarietà (economica ed emotiva) di questo ventunesimo secolo incancrenito dai comandamenti del dollaro. Un viaggio nel reale di una bellezza straziante, da vedere “spalla a spalla” insieme a qualcuno che avete a cuore, coi tramonti di fuoco inseguiti dai nuovi nomadi d’America a incendiare la scatola nera di una sala. Sullo schermo più grande che c’è in città.

Francesca Eboli

Vedi anche: Genio e perversione: da Gauguin a Woody Allen, il lato oscuro dei maestri dell’arte

Francesca Eboli

Spirito irrequieto made in Naplulè che colleziona fissazioni dal 1995: andare a cinema e a teatro da sola, scovare boutique vintage invisibili e bazzicare posticini senza tempo. Laureata in lingue, scrive, recita e nel tempo libero vaga tra i quattro angoli del mondo con Partenope in tasca. Vietato chiederle cosa vuole fare da grande.

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