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Una notte al museo: il cruento sacrificio di Dirce immortalato nel marmo

Udite udite: il più grande reperto antico mai rinvenuto è al MANN di Napoli.  

Il complesso marmoreo del Toro Farnese, infatti, misura ben 3,70 metri di altezza per 24 tonnellate di peso.

E nonostante la grazia dei movimenti di tutti i personaggi rappresentati, la scena descritta non è, sicuramente, altrettanto armoniosa. 

Il mito narra della storia di Antiope, nipote del re Lico, accolta dallo zio poiché venne cacciata di casa. Durante il suo triste soggiorno caratterizzato da maltrattamenti e soprusi da parte della moglie del re, la regina Dirce, Antiope diede alla luce due gemelli, Anfione e Zeto, che vennero allontanati dalla madre  per volontà di Lico. Portati sul monte Citerone per essere abbandonati a loro stessi, i due neonati vennero trovati da un pastore che li crebbe come fossero suoi figli. 
Anni dopo, Antiope decise di scappare dalla vita che conduceva e dalle angherie degli zii, ricongiungendosi con i suoi figli che, una volta cresciuti, decisero di vendicare la madre uccidendo Lico. Alla crudele Dirce toccò sorte ben peggiore: venne infatti legata ad un toro imbestialito che la trascinò via fino al suo ultimo respiro.  
 
Proprio quest’ultima parte della storia è quella rappresentata in cruda bellezza nel marmo.  
I due fratelli sono colti nell’atto di legare la zia al toro che, posto al centro fra di loro, si divincola selvaggiamente. Sotto gli zoccoli dell’animale furioso, Dirce,  dallo sguardo terrorizzato, volge al cielo il volto, come per  invocare pietà. Dietro uno dei fratelli, su un lato, Antiope sembra ammirare con estrema fermezza la scena, gustandosi, giustamente, la sua vendetta.  

La disposizione delle figure poste in primo piano, unita alla dinamicità delle membra data dalle posizioni tortili dei corpi, contribuisce a donare al complesso una struttura quasi piramidale e concentrica. Girando intorno all’opera, infatti, si ha la sensazione di scorgere sempre più dettagli, nonostante il miglior punto di osservazione per ammirare la scena e tutti i suoi “attori” nella loro interezza sia in basso a sinistra. 
 
L’imponenza del Toro Farnese è disarmante, rende la narrazione del momento quasi sacra, come se ci si trovasse di fronte ad un sacrificio divino, un’offerta agli dei.  
Ed è proprio questo il motivo per cui continua ad essere uno dei gioielli di spicco, una colonna portante, tra le meraviglie presenti al Museo Archeologico di Napoli.  


Ilaria Aversa 
Foto di Raffaele Iorio 

Vedi anche: Una notte al museo: la Venere Callipigia, inno alla sensualità femminile

Ilaria Aversa

Classe 1996, Ilaria Aversa nasce a Sorrento in un lunedì di giugno. Fortemente convinta che la pasta sia il suo unico credo, si è laureata in Storia dell'Arte, dimostrando di sapersi concentrare ed impegnare seriamente, ogni tanto. Ama prendersi poco sul serio, infatti la sua massima più ricorrente è "Almeno sono simpatica". O, almeno, lo spera.

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